venerdì 27 febbraio 2009

Governo approva delega per l’ammazza scioperi

Epifani: una strada sbagliata,pericolosa per il sistema democratico. Cisl e Uil fanno da spalla al ministro Sacconi. Il Pd si limita a chiedere la concertazione

Il “ delitto” è stato commesso.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega che i mezzi di comunicazione definiscono “ riforma degli scioperi nel settore trasporti”. Davvero ci vuole molta fantasia da parte dei media di regime che copiano e mandano in onda le veline ministeriali per definire “ riforma” quel testo uscito dalla mente del ministro Sacconi, il cui odio per la Cgil,un sindacato che conta quasi sei milioni di iscritti si manifesta sempre e comunque. Si tratta in effetti del più grave attacco contro il diritto di sciopero e più in generale contro i diritti dei lavoratori portato da un governo, da una coalizione , come mai era avvenuto nel nostro paese. Neppure negli anni cinquanta, scelbismo imperante. La situazione relativa agli scioperi nel settore del trasporto pubblico è, di fatto, solo il pretesto per colpire più in generale un diritto fondamentale per una democrazia degna di questo nome. Non è un caso che, come scrivono le agenzie di stampa la cosiddetta riforma “ per ora” riguarderà soltanto il settore dei trasporti. Quel “ per ora” è tutto un programma e, come è noto in cantiere c’era un pacchetto più pesante che riguardava diversi settori.

I “consigli “di Bonanni e Angeletti

Sono stati Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, a “ consigliare “ il ministro di fermarsi al “per ora”. E si vantano pure di questa loro impresa quasi non si trattasse , già ora, di un attacco di inaudita violenza al diritto di quei lavoratori che, come sindacalisti, dovrebbero difendere. Non solo. Al segretario della Cisl la delega votata dal consiglio dei ministri appare addirittura “ equilibrata” . E si aggiunge al coro delle destre, quasi un capofila in compagnia di Sacconi,contro la Cgil e il suo segretario,Guglielmo Epifani. Il ministro, fra l’altro, si produce in una provocazione , quando afferma che “ non c’è posizione autoritaria” e che in fondo “una grande organizzazione come la Cgil potrà decidere da sola la proclamazione di uno sciopero”. Quasi che Epifani chiedesse tutele per la propria organizzazione. Per quanto riguarda gli equilibri di cui parla Bonanni basta leggere la normativa prevista nella delega. A prescindere dal fatto che su una materia così delicata si possa procedere a colpi di delega al governo. Ma il governo è capace di questo e altro. Allora vediamo. Come era già noto,è confermato che potranno proclamare uno sciopero nei trasporti i sindacati che hanno complessivamente almeno il 50% della rappresentanza. In alternativa le organizzazioni che hanno almeno il 20% possono ricorrere al referendum preventivo che deve registrare almeno il 30% dei lavoratori. La soglia del 20% - ha precisato Sacconi- non va pensata per una sola organizzazione. Più sigle possono mettersi d’accordo per raggiungere la quota necessaria. Numeri che si possono giocare al lotto. Per quanto riguarda la regolamentazione dello sciopero “virtuale” viene demandata alla contrattazione tra le parti secondo modalità che le parti stesse decideranno. Per quella che, nel passato, veniva individuata come una forma di lotta e di protesta, ora Sacconi,bontà sua, lascia libertà di regolamentazione,trovando in Bonanni e Angeletti due “ spalle” come si usava negli anni che furono negli spettacoli di varietà. Il capocomico aveva sempre una spalla, che a volte prendeva a schiaffoni.

Cisl, ridicola, accusa Epifani di latitanza

Proprio il segretario della Cisl è il più accanito contro Epifani che, a suo dire, si “ sarebbe dato latitante e preferisce stare sul monte a criticare tutti”. “ A forza di evocare al lupo al lupo-prosegue- quando Epifani si vedrà giù per la valle nessuno saprà più vederlo. Farebbe bene a moderare le sue valutazioni, perché ogni giorno strilla che c’è un lupo in giro”.Impossibile commentare simili sciocchezze a fronte di un problema che riguarda la democrazia del nostro paese. Epifani che non è latitante ma, insieme allo Spi-Cgil, per esempio sta preparando la grande manifestazione dei pensionati che si svolgerà il 5 a Roma, risponde pacatamente,come è suo costume che “ sul diritto di sciopero non ci possono essere ambiguità, mentre Berlusconi sta imboccando una strada sbagliata, pericolosa per il sistema democratico, per la libertà delle persone e per l’alterazione che può determinare nei rapporti tra imprese e lavoratori”. E’ intervenuto ad un convegno sul Mezzogiorno, a Brindisi, dove Bonanni poteva trovarlo ed ascoltare le dure critiche rivolte al governo per il modo in cui affronta, o meglio non affronta, la crisi. Ed ha ricordato che “ siamo coloro che, per essere onesti, nel settore del trasporto aereo e ferroviario e nel trasporto pubblico locale, abbiamo pagato in termini di iscritti i prezzi più alti per essere rigorosi e coerenti nel rispetto dei codici di autoregolamentazione. Un conto è questo, un conto è provare a partire dal settore dei trasporti per mettere una cappa su un diritto di libertà che è per tutti noi il diritto allo sciopero”. “ Non c’è problema di conciliazione di diritti ( di chi lavora e di chi è utente ndr), ma è il segno che vuoi rendere più debole la capacità di rappresentazione e di risposta del lavoro e della sua dignità e rendere più forte quella della controparte. Per noi questo è inaccettabile”. Scende in campo anche il coordinatore nazionale del Sdl intercategoriale, Fabrizio Tomaselli il quale sottolinea che “ senza il diritto di sciopero lo scontro sociale si farà ancora più à accentuato” e, riferendosi alle posizione assunte dal segretario della Cisl, afferma che il disegno di legge delega lascia al governo “ la regolamentazione vera e propria, non per nulla si incide sui trasporti dove è più debole l sindacato confederale e maggiore la possibilità di conflitto. Non per nulla Bonanni si dichiara del tutto favorevole a questa nuova norma autoritaria che colpisce i più deboli e tutela i diritti delle aziende piuttosto che quelli degli utenti”. E il Pd? Fa appello alla concertazione. Ma i buoi sono scappati dalla stalla. Non se ne sono accorti e sì che i buoi sono molto grossi. Si chiamano con un sole nome: ammazza sciopero.

Sciopero - Pagliarini: "Da Brunetta e Sacconi colpo di mano contro i diritti"

"Occorre sottolineare in rosso la data del 25 febbraio 2009. Ieri è stata la giornata dell’affondo del governo contro i diritti. Nelle stesse 24 ore sono venute alla luce in un colpo solo sia le linee-guida del disegno di legge anti-sciopero, che inaugura nel nostro Paese la stagione invereconda della lotta ‘virtuale’, che dovrebbe portare i lavoratori all’assurdità di scioperare lavorando, sia la legge-delega sull’aumento della produttività del lavoro pubblico, sulla scia della campagna contro i cosiddetti ‘fannulloni’ orchestrata dal ministro Brunetta. E’ indecente quanto sta accadendo nel nostro martoriato Paese: un governo in palese difficoltà nel gestire le conseguenze della crisi economica si scaglia con inaudita veemenza contro i lavoratori e i loro diritti conquistati in sessant’anni di lotte sindacali e sociali. Oltre il danno, poi, ci sono le beffe: sostenere che tali misure verranno adottate per favorire i diritti dei cittadini è una barzelletta che non fa nemmeno ridere. Ridimensionare il Pubblico, come di fatto sta facendo Brunetta, comporterà il taglio dei servizi erogati agli utenti. Dunque Berlusconi e soci, mentre attaccano diritti dei lavoratori colpiscono anche quelli dei cittadini. Noi comunisti lo denunciamo con il massimo vigore, ma diciamo con altrettanta forza che è incomprensibile la timidezza dell’opposizione parlamentare su quanto sta accadendo". E' quanto afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI.

giovedì 26 febbraio 2009

Le Trade Unions, «l'Ue non pensa agli operai, si preoccupa solo di salvare le banche»

Il leader Simpson, «al vertice di Londra marceremo nelle strade per farci sentire»

«Combattere per il lavoro in tempi difficili», questa la strategia adottata da Unite the Union, il sindacato britannico più forte e rappresentativo nel Trade Union Congress, la federazione di tutte le organizzazioni di lavoratori. La sfida che attende le organizzazioni sindacali ma anche politiche nei prossimi decenni sta nel ridare centralità al lavoro, e alla sua organizzazione, e in questo obbligare i Paesi dell’Europa a farsi carico delle condizioni di vita di milioni di uomini e donne.
A dirlo il segretario generale di Unite Derek Simpson, costretto a confrontarsi ogni giorno con un bollettino fatto di licenziamenti e chiusura di fabbriche. Nessuna misura adeguata è stata presa dai governi europei per rispondere alla crisi economica che si abbatte sui lavoratori e sulle famiglie, nessun provvedimento capace di difendere i loro diritti e le loro garanzie sociali. Né tanto meno è stata adottata dall’Unione Europea una linea condivisa e comune in grado di pianificare la ripresa, attraverso una mappa articolata delle strutture economico-finanziario e delle attività produttive esistenti. Si parla ossessivamente della necessità di nuove regole in grado di sviluppare un’etica di mercato che metta al riparo da future crisi, dagli «effetti collaterali» di un capitalismo cresciuto sotto il diktat di un liberismo sfrenato ed ingordo. I lavoratori sono relegati al ruolo oneroso di costo sociale, per le imprese e per lo Stato, i cittadini sono chiamati in causa solo in virtù della loro capacità d’acquisto, della loro facoltà di comprare merci. I padroni non ci diranno mai che ci troviamo a dover far fronte alle contraddizioni strutturali del loro sistema, ad una crisi di sovrapproduzione di capitali, per i quali non si riesce più a trovare investimenti produttivi che diano profitto. Quello che oggi è in discussione è l'accumulazione della loro ricchezza, e per mantenerla l’unica via è ribadire la divisione di classe, ovvero ampliare la distanza tra l’èlite benestante e la maggioranza povera, riprodurre meccanismi di sfruttamento ed emarginazione, verso una deregulation sociale che arriverà a negare a milioni di persone la stessa possibilità di riprodurre la propria forza-lavoro.
Per questo è necessario muoversi, organizzarsi, scendere in piazza per difendere diritti e salari. Si deve riuscire a creare un fronte nazionale ed internazionale di lotta, unito nel contrastare le politiche di smantellamento di tutele e garanzie per i lavoratori ed in grado di avanzare proposte concrete sul terreno dell’occupazione e di imporre regole comuni sul terreno della contrattazione. È in questo senso che va rifiutata la logica confindustriale che contrappone la manodopera nazionale a quella straniera, in virtù delle basse retribuzioni e della mancanza di tutela sindacale. Come, sottolinea Simpson, è accaduto con gli scioperi nel Lincolnshire che ha visto contrapporsi gli operai inglesi a quelli italiani, ricattati dalla necessità di ottenere quel posto di lavoro. Oggi le organizzazioni sindacali sono chiamate ad una grande sfida di resistenza e lotta, ma devono essere consce che soltanto dalla loro unità scaturisce la forza necessaria per affrontare questa fase di recessione che colpisce i lavoratori. Il sindacato Unite già pensa ad una «marcia per il lavoro» in concomitanza col vertice G20 programmato a Londra il prossimo 2 aprile. Potrebbe essere questa l’occasione per lanciare una grande mobilitazione su una piattaforma unitaria rappresentativa degli interessi dei lavoratori di tutti i Paesi europei.

mercoledì 25 febbraio 2009

Italia, Francia e il nucleare

La pensione a 60 anni" "Ma a noi avevano detto a 30!!" Il parco nucleare francese è ormai vecchio e la produzione di energia elettrica nucleare è in declino. Si cerca di rimediare tenendo in servizio più a lungo le vecchie centrali, ma il futuro del nucleare francese è molto incerto. Ormai da molto tempo seguo una saggia regola che mi dice che non vale la pena guardare la televisione e leggere i giornali dato che tutte le notizie che vengono date sono o false, o esagerate, o irrilevanti (e spesso tutte e tre le cose insieme). Con questa regola, vivo tranquillo e mi risparmio le varie follie che periodicamente infestano gli schermi e le pagine dei giornali.
Tuttavia, ogni tanto mi capita di dovermi interessare per forza di qualcosa che appare sui giornali o in TV. Ultimamente mi è successo per la questione dell'accordo nucleare fra Italia e Francia. Avevo, in effetti, sentito parlare vagamente di questa faccenda e l'avevo automaticamente classificata fra le cose false, esagerate e irrilevanti. Ma mi è toccato approfondire un po' perché mi hanno intervistato alla TV su questo argomento. La regola è stata confermata in pieno, ma vediamo di discuterne un attimo. Allora, prima di presentarmi per l'intervista allo studio televisivo, mi sono letto il comunicato ENEL sull'accordo. Poi, mentre me stavo seduto impalato e incravattato davanti alla telecamera ad aspettare, mi è toccato sorbirmi tutto il notiziario del giorno, nel quale mi sono accorto con stupore (ma neanche poi tanto) che si dicevano cose del tutto diverse da quelle scritte nel comunicato. Si diceva che Francia e Italia hanno "firmato un'accordo per la costruzione di quattro centrali nucleari in Italia entro il 2020". Ma è vero?Bene, guardiamo un po' il testo del comunicato stampa emesso da ENEL. Ve lo riporto per intero in fondo, ma qui concentriamoci sulle frasi significative.Risulta dal comunicato che ENEL e EDF (electricité de France) hanno "siglato due memorandum of understanding (MoU)". Cos'è questo oggetto che ha come nome un curioso mix di latino e inglese, e che viene abbreviato con la sigla di una caramella? In Italiano, si dovrebbe dire "protocollo d'intesa" oppure "lettera di intenti". Già il fatto che nel comunicato stampa abbiano usato il nome più pomposo di "memorandum of understanding" la dice lunga sulla volontà di offuscazione di questo comunicato. Ma andiamo avanti.Allora, un memorandum of understanding (o protocollo di intesa, o lettera d'intenti che dir si voglia) rappresenta l'equivalente un po' più formale di una stretta di mano. Non che non possa avere valore legale; anche una stretta di mano lo può avere. Ma il fatto di usare questo termine e non quello di "contratto" indica che i partners dichiarano soltanto la loro buona volontà ma non prendono nessun impegno. Non abbiamo i testi dettagliati di queste due caramelle MoU, ma dal testo che abbiamo ci accorgiamo subito che, in effetti, non corrispondono a nessun impegno reale.Ci sono due MoU fra Enel e EDF. Il primo "pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. " Notate che "pone le premesse", ovvero per ora non c'è nessun piano del genere.Dice poi che "Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR". Ovvero, l'unico impegno di questo MoU e che EDF e ENEL faranno insieme uno studio di fattibilità. Ma notate che qualcuno dovrà finanziarlo, e qui non si accenna nemmeno a uno stanziamento.Leggiamo poi che "Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR", Notate che "è prevista" la costituzione di una società ad hoc, ma questo è qualcosa che avverrà in un futuro non ben definito quando saranno prese "le necessarie decisioni di investimento", ovvero qualcuno avrà trovato i soldi, se ci riuscirà. Ovviamente, non c'è nessun impegno legale a fare questa cosa. La seconda caramella MoU è altrettanto insipida della prima: dice che "Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR". Notate che Enel "ha espresso la volontà," tutto qui! E notate anche che soltanto ENEL ha espresso questa volontà; secondo il comunicato stampa, EDF non ha detto niente. Di solito, quando si fa un contratto, bisognerebbe essere d'accordo in due!Diciamo che questi MoU sono equivalenti a una situazione in cui io potrei andare, per esempio, dall'agente immobiliare che vende una bella villa sulla Costa Smeralda e firmare con lui un "memorandum of understanding" nel quale io mi dichiaro interessato a comprare la villa e lui si dichiara interessato a vendermela, ma non si menziona a che prezzo. Una cosa del genere non vale niente; ovviamente. Infatti, quando fai un contratto serio per comprare una casa paghi una caparra e sul contratto c'è scritto il prezzo, i termini e le condizioni. Ma qui, fra Francia e Italia non c'è proprio niente del genere, niente di serio sul nucleare. Questo non vuol dire che Francia e Italia non siano interessate a collaborare sull'energia nucleare. Anzi, con il proprio nucleare ormai in netto declino, la Francia ha bisogno di partners per rilanciare e rifinanziare nuove centrali e probabilmente questa è la ragione che ha spinto Sarkozy a Roma. Ma questo cosiddetto "accordo" fra Italia e Francia è puro fumo e rumore; aria fritta, propaganda fatta secondo un copione ormai collaudato e, curiosamente, la gente continua a cascarci. Eppure, per tutta la giornata del 24 Febbraio, giornali e televisione ci hanno bombardato con la notizia che Italia e Francia si sono messe daccordo per la realizzazione di quattro centrali nucleari, dando la cosa come certa e assodata. Tutta la vicenda conferma in pieno la saggia regola che continuerò ad applicare: tutto quello che ti raccontano in TV o sui giornali va ignorato in quanto o è falso, o è esagerato, o è irrilevante, o tutte e tre le cose insieme.Ah.... nell'intervista, le cose che ho scritto qui, ovviamente, non le ho potute dire!
Ugo BardiFonte: http://www.aspoitalia.blogspot.com/Link http://aspoitalia.blogspot.com/2009_02_01_archive.html25.02.2009(comunicato stampa di Enel del 24 Febbraio 2009 - cortesia di Pierangela Magioncalda)
ACCORDO ENEL-EDF PER LO SVILUPPO DEL NUCLEARE IN ITALIA
Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, l’Ad di Enel Fulvio Conti e il Pdg di Edf Pierre Gadonneix hanno siglato due Memorandum of Understanding per studiare la fattibilità di almeno 4 unità di terza generazione avanzata del tipo EPR da costruire nel nostro Paese e per estendere la partecipazione di Enel al programma nucleare in Francia, a partire dal reattore di Penly recentemente autorizzato.“Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.”Roma, 24 febbraio 2009 - Nel quadro del Protocollo di Intesa italo-francese per la cooperazione energetica, Fulvio Conti amministratore delegato e direttore generale di Enel e Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf hanno firmato un primo Memorandum of Understanding (MoU) che pone le premesse per un programma di sviluppo congiunto dell’energia nucleare in Italia da parte delle due aziende. Quando sarà completato l’iter legislativo e tecnico in corso per il ritorno del nucleare in Italia, Enel ed EDF si impegnano a sviluppare, costruire e far entrare in esercizio almeno 4 unità di generazione, avendo come riferimento la tecnologia EPR (European Pressurized water Reactor), il cui primo impianto è in costruzione a Flamanville in Normandia e che vede la partecipazione di Enel con una quota del 12,5%.L’obiettivo è di rendere la prima unità italiana operativa sul piano commerciale non oltre il 2020. Con il MoU di oggi, Enel ed EDF si impegnano a costituire una joint-venture paritetica (50/50) che sarà responsabile dello sviluppo degli studi di fattibilità per la realizzazione delle unità di generazione nucleare EPR. Successivamente, completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna unità di generazione nucleare EPR, caratterizzate da: · partecipazione di maggioranza per Enel nella proprietà degli impianti e nel ritiro di energia;· leadership di Enel nell’esercizio degli impianti;· apertura della proprietà anche a terzi, con il mantenimento per Enel e EDF della maggioranza dei veicoli societari.L’accordo Enel-EDF entra in vigore il 24 febbraio 2009 e ha una durata di 5 anni dalla data della sua firma, con possibilità di estensione.In un secondo MoU, Enel ha espresso la volontà di partecipare all’estensione del precedente accordo sul nucleare a suo tempo raggiunto con EdF per la realizzazione in Francia di altri 5 reattori EPR, a partire da quello che recentemente il Governo francese ha autorizzato nella località di Penly. “Enel è onorata di avere al suo fianco nel progetto di rilancio del nucleare in Italia un partner industriale come Edf che ha in questo campo un’esperienza e una reputazione riconosciute a livello internazionale – ha commentato Conti –. Gli accordi siglati oggi contribuiscono a rafforzare i legami tra i sistemi industriali di Italia e Francia in un settore strategico come quello dell’energia e a sviluppare ulteriormente la reciprocità nei rispettivi mercati.” Enel è oggi presente in Francia nel nucleare, con una partecipazione del 12,5% nell’impianto di terza generazione EPR a Flamanville (1.660 MW); nelle rinnovabili, tramite la controllata Erelis, con 8 MW eolici operativi a fine 2008 e una pipeline di circa 500 MW; nella commercializzazione di elettricità con oltre 1.000 GWh venduti nel 2008.Ulteriori possibilità di sviluppo di Enel in Francia, riguardano la costruzione di un impianto a carbone pulito da 800 MW, la partecipazione in due unità a ciclo combinato alimentate a gas (CCGT) di Edf da 930 MW e la partecipazione al processo di gara per il rinnovo di concessioni per 25 centrali idroelettriche.

martedì 24 febbraio 2009

Nucleare, accordo tra Italia e Francia con Enel-Edf

Sviluppo congiunto in Francia di quattro reattori e in futuro nuove centrali in Italia
Si svolge a Villa Madama a Roma il 26mo vertice italo-francese, a cui partecipano il premier Silvio Berlusconi, il presidente d'oltralpe Nicolas Sarkozy e sette ministri di ciascun Paese
Diversi i temi dell'incontro bilaterale che vanno dalla cooperazione nel settore energetico, con la firma di un accordo quadro tra Enel e la francese Edf sul nucleare, alla crisi economica globale, toccando anche l'impegno militare in Afghanistan e in Medio Oriente, la lotta alla pirateria e la Torino-Lione.Ma indubbiamente il nodo centrale riguarda proprio l'accordo di cooperazione sul nucleare che getta le basi di una stretta collaborazione in tutti settori della filiera, ricerca, produzione e stoccaggio. Il documento definisce le linee per lo sviluppo in Italia della tecnologia Epr, quella del reattore di terza generazione che ricalca il modello francese. Inoltre, Enel dovrebbe entrare con una quota del 12,5% nel progetto che prevede la costruzione di un secondo reattore nucleare in Francia a tecnologia Epr.Con il nuovo protocollo, Enel, che già collabora con la francese Edf, potrebbe aumentare così la sua partecipazione al nucleare francese. Come specificato dal presidente francese Sarkozy, l'accordo dovrebbe prevedere lo sviluppo congiunto in Francia di quattro reattori di nuova generazione (Epr) entro i prossimi dieci anni per poi, in un secondo momento, procedere a nuove centrali anche in Italia.Forti critiche dai Comunisti italiani, con Claudio Saroufim, responsabile Ambiente del Pdci, che sottolinea come «il presidente del Consiglio, infischiandosene del referendum con cui gli italiani nel 1987 hanno detto no al nucleare, e in barba al Parlamento stesso, firma accordi con Sarkozy per il rientro del nucleare in Italia» Per questo, sostiene Saroufim, «ci appelliamo al Presidente della Repubblica: non si può disattendere con tanta leggerezza, e sfacciataggine, la volontà espressa dal popolo italiano 21 anni fa».

LETTERA ALLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Le segreterie cittadine di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani di Minervino Murge desiderano esprimere il loro parere sulle prossime elezioni provinciali. Il PRC ed il PdCI ritengono che dopo l’importante passo in avanti compiuto con la costituzione per le europee di una lista unitaria comunista ed anticapitalista sia necessario verificare se anche a livello locale sia possibile una sola lista tra i due più grandi partiti comunisti italiani. I comunisti di Minervino Murge ritengono assolutamente di si. Noi per primi non capiremmo le ragioni della divisione a livello provinciale e contemporaneamente dell’ unità per le elezioni europee,il che ci farebbe pensare che per le elezioni provinciali ci si sia voluti unire solo per superare la soglia di sbarramento del 4%. Un cartello elettorale dunque e non una riunificazione di base. Invitiamo le federazioni provinciali dei due partiti ad incontrarsi quanto prima per discutere di questa proposta che viene dalla base dei due partiti.
E’ necessario riunificare i comunisti per dare forza all’iniziativa sindacale, alle lotte per la pace ed i diritti civili, per il protagonismo femminile ed in senso assoluto riprendersi il ruolo di baluardo della democrazia italiana.
Bisogna che una voce di protesta si levi quando lo stato si tramuta in un ente burocratico lontano dai bisogni dei cittadini, come spesso avviene per le provincie.
Da tempo il Prc ed il Pdci portano avanti insieme queste comuni lotte ed è giunto il momento di mettere da parte gli istinti di autoconservazionee lavorare ora per una lista unitaria e subito dopo ad un unico forte Partito Comunista.
Occorre ricostruire la sinistra, ripartendo da noi comunisti.

Lega, An e Destra mobilitate per organizzare le ronde

E a Milano Penati ha pronta una delibera per finanziarle con 250mila euro
«La sicurezza è un diritto dei cittadini, richiede rigore e fermezza delle istituzioni, non scelte strumentali e dettate dal basso calcolo politico del momento», con queste parole il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati spiega la sua sconvolgente proposta
Penati venerdì ha annunciato lo stanziamento di 250 mila euro «per quei sindaci che intendono dare vita a ronde di ex carabinieri e poliziotti non armate per il presidio del territorio, dei parchi e delle zone a rischio», ma anche l’istituzione di «ronde proprie da affiancare alla polizia provinciale», specificando che la delibera sarà all’ordine del giorno della prossima giunta. Incredibile ma vero? Incredibile forse, ma indiscutibilmente vero, evidente simbolo del trasformismo politico e culturale del Partito democratico, dove al di là di belle parole e giuramenti sulla Costituzione, è sempre più diffusa una pratica di asservimento politico e ideologico alle logiche, e a questo punto alle pratiche, della destra xenofoba e reazionaria che guida il Paese.In fondo che la Lega sia pronta ad organizzare associazioni «con centinaia di volontari», come ha dichiarato, chiedendo l’autorizzazione al prefetto per fare le ronde previste dal decreto del governo, stupisce poco, nel clima di schizofrenia antidemocratica che pervade il Paese. Ma che il presidente “democratico” della Provincia di Milano segua le stesse linee di intervento, specificando che non si tratta di un «basso calcolo politico del momento», lascia intendere un'adesione non solo opportunistica ma ideale ad un pericoloso disegno autoritario di controllo del territorio.Una prima risposta Penati l'ha avuta dalla sinistra, dalle comunità di stranieri che vivono e lavorano in Lombardia, compresa, per la prima volta, la comunità cinese di via Sarpi, medici che curano anche i clandestini e che si rifiutano di denunciarli, donne che ricordano che la violenza ha tante forme e non saranno le ronde a farla fermarla, migliaia di persone che hanno risposto all'appello della Cgil e della Camera del Lavoro di Milano e che sabato sono scese in piazza nel capoluogo lombardo contro il pacchetto sicurezza approvato dal governo e in difesa della Costituzione, grande vittima di questa destra ufficiale e non.

mercoledì 18 febbraio 2009


Veltroni lascia dopo l'ultimo crollo del Pd in Sardegna

Diliberto, «ha rotto con la sinistra ed è responsabile del trionfo di Berlusconi». Sabato Assemblea costituente e possibile segretario di transizione

L'ennesima sconfitta, quella in Sardegna, ha messo in luce tutte le contraddizioni del Pd, gli sbagli di una linea politica non sempre chiara, la leadership sempre più spesso contestata, l'opposizione a Berlusconi quasi inesistente
Una debacle annunciata da 16 mesi difficili per un partito che doveva essere il più grande soggetto riformista, portatore di una politica nuova e che invece non ha fatto altro che consegnare l'Italia al centro-destra e distruggere la sinistra.E così forse non hanno stupito troppo le dimissioni da segretario del Pd che ieri Walter Veltroni ha confermato davanti al coordinamento del partito che aveva chiesto all'ormai ex leader democratico di ripensarci.«Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto» ha spiegato Veltroni. «Credo sia una situazione molto delicata che dovrà essere affrontata con senso di responsabilità nelle sedi appropriate» ha commentato Massimo D'Alema. «Veltroni si è fatto fuori da solo», ha sentenziato a sua volta, e non con tutti i torti, il premier Berlusconi.Oggi Veltroni ha riunito a Roma la stampa per spiegare le proprie ragioni ed ha preso la parola ricordando che il Pd è nato con l'ambizione di cambiare l'Italia e di darle un governo riformista. Per ora un sogno infranto, potremmo dire, ed anche Veltroni lo ammette con amarezza: «Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo, sento di non aver corrisposto alla spinta d'innovazione che c'era». Veltroni invita a superare divisioni e personalismi per passare da un «centrosinistra salottiero, giustizialista e sostanzialmente conservatore ad una sinistra – parola che non usava da tempo - che recuperi il rapporto con la vita e con le persone».«Lascio con assoluta serenità e senza sbattere la porta» ha concluso Veltroni ringraziando i suoi collaboratori, primo fra tutti Franceschini, i capigruppo Pd, il presidente Napolitano, Gianfranco Fini, Renato Schifani e Gianni Letta che «sono stati interlocutori civili». Assenti dai ringraziamenti buona parte dei vertici Pd e, forse un caso, assente in sala Massimo D'Alema.Ora per il Pd si apre una fase assai difficile, in cui i democratici dovranno scegliere come proseguire il proprio cammino e le ipotesi che si sono fatte in questi giorni sono molte, dal congresso anticipato ad un'immediata nuova leadership o ad una rinomina dello stesso Veltroni.Il vice segretario Dario Franceschini ha convocato per sabato l'assemblea costituente del Pd che potrebbe, in deroga a quanto prevede lo statuto che dispone il ricorso alle primarie, eleggere il nuovo segretario provvisorio oppure aprire il percorso congressuale.Un percorso incerto attende il Pd che dovrà affrontare il banco di prova delle elezioni europee ed amministrative e ripensare seriamente la propria linea politica, un percorso che per i democratici può essere l'occasione di un cambiamento.Per Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, le dimissioni di Veltroni sono frutto non solo del fallimento in Sardegna bensì di un'intera linea politica, «da quando è diventato segretario abbiamo avuto immediatamente dopo la crisi del governo Prodi e le elezioni anticipate, la vittoria clamorosa di Berlusconi con i numeri che conosciamo, la sconfitta a Roma perché Veltroni ha scelto Rutelli come candidato e ha vinto Alemanno, poi la sconfitta in Abruzzo, poi la sconfitta, direi la disfatta, in Sardegna; francamente, che altro poteva fare se non dimettersi?».
Ma ora c'è la possibilità di aprire una fase nuova nella politica italiana, «nella quale le opposizioni, in Parlamento e nella società, potrebbero riprendere comuni battaglie contro il governo Berlusconi. Mi auguro che il Partito democratico non voglia perdere l'occasione che si offre di cambiare totalmente rotta, mettendosi alle spalle la stagione dell'autosufficienza: una delle più buie in assoluto della storia della democrazia in Italia».

Veltroni si dimette da segretario PD

Walter Veltroni, apprende l'ADNKRONOS, ha confermato al coordinamento le sue dimissioni da segretario del Partito Democratico. Per domani mattina dovrebbe essere prevista una conferenza stampa. Veltroni conferma le dimissioni.
Questo il titolo d'apertura dell'Unità on line, dopo la notizia della decisione presa dal segretario del Partito democratico. »Dopo il brutto colpo in Sardegna - si legge sul sito - Veltroni riunisce il coordinamento del partito. E annuncia che il suo mandato è a disposizione. I vertici del Pd respingono le dimissioni. Ma il segretario si prende tempo per pensare. E le conferma. Rutelli: faccia un partito nuovo. Cacciari: la colpa non è nè di Veltroni nè di Soru, 'è il Pd nel suo insieme che non và. Finocchiaro: Invoco il silenzio.


Fonte:adnkronos

martedì 17 febbraio 2009

Dal sito www.comunistinmovimento.it

Importante decisione della Direzione nazionale del Prc dopo la scissione vendoliana e lo sbarramento elettorale: alle prossime elezioni europee di giugno promuovere una lista unitaria della sinistra comunista ed anticapitalista, a partire dal simbolo del Prc. E’ un passaggio fondamentale per il superamento della diaspora comunista, che per avere successo dovrà, tuttavia, non solo trovare il più ampio accordo sul simbolo elettorale, ma soprattutto superare lo sbarramento elettorale del 4%. E questo si può ottenere se si fa una campagna elettorale né come un mero cartello elettorale né all’insegna di un nuovo partito (come fece la sinistra arcobaleno) ma per dare forza ai diritti dei lavoratori e dei soggetti sociali colpiti pesantemente dalla crisi. La costruzione della lista, dunque, ha bisogno da subito (non all’ultimo momento) di un processo dal basso, di massa, di unità d’azione fra le forze disponibili, per sostenere le lotte sociali in corso. Promuoviamo in ogni territorio assemblee, manifestazioni, vertenze, banchetti, raccolte di firme contro la crisi, assieme a tutte le potenziali forze politiche e sociali da coinvolgere in questo processo, invitando anche le organizzazioni sindacali (Cgil e sindacati di base) protagoniste delle lotte di questi giorni. Questo è il modo migliore per contrastare gli effetti demoralizzanti della scissione, per ridare entusiasmo al corpo militante del partito, per trovare nuovi militanti, soprattutto fra i giovani e i lavoratori. Da come i comunisti affronteranno la crisi economica dipenderà il loro futuro.

SARDEGNA, DILIBERTO: "COMUNISTI INSIEME SOPRA AL 4%"

"In Sardegna Renato Soru e il centrosinistra hanno pagato a caro prezzo le divisioni del Pd e sono stati trascinati nel disastro elettorale. In questo contesto è decisamente in controtendenza il dato dei Comunisti Italiani, unico partito del centrosinistra ad accrescere i consensi. E segnalo un dato: insieme le due liste comuniste superano di gran lunga il quattro per cento e il risultato dell'Arcobaleno alle politiche. Di buon auspicio per chi come noi del Pdci crede fortemente in una lista insieme a Rifondazione Comunista alle prossime elezione Europee". E' quanto afferma il segretario del PdCI Oliviero Diliberto, a commento del risultato delle elezioni regionali in Sardegna.

venerdì 13 febbraio 2009

L'INTERVISTA



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giovedì 12 febbraio 2009

EUROPEE - DILIBERTO A PRC: "SI' LISTA UNICA MA PARI DIGNITA'"

"Valutiamo positivamente la decisione di Rifondazione Comunista di aprire un percorso per la formazione alle elezioni europee di una lista unica comunista e anticapitalista. Tale percorso dovrà avvenire senza alcuna tentazione egemonica da parte di alcuno verso altri, su un piano di pari dignità politica. I Comunisti Italiani sostengono da tempo la necessità di una lista unica: una lista che preluda anche, un domani, ad un progetto di riunificazione dei Partiti Comunisti in Italia". Lo ha detto il segretario del PdCI Oliviero Diliberto commentando l'ordine del giorno approvato dalla Direzione di Rifondazione Comunista.

E' la grande risposta del mondo del lavoro ad un governo irresponsabile

L’hanno chiamata “unità anticrisi”: è composta da due importantissime categorie della Cgil, la Funzione pubblica e la Fiom, che hanno proclamato per venerdì 13 febbraio uno sciopero generale con tre cortei che attraverseranno Roma. Il sindacato più rappresentativo, dunque, alza la testa e manda un fortissimo segnale al governo. Nonostante tutti i tentativi messi in atto da Berlusconi per oscurare la crisi e le sue drammatiche conseguenze nella vita concreta delle persone in carne ed ossa, ecco la grande risposta del mondo del lavoro. La risposta delle tute blu e degli impiegati che producono ricchezza nel settore privato a fianco alla risposta di infermieri, maestre d’asilo, vigili del fuoco e funzionari dello Stato che “producono” servizi pubblici a beneficio dei cittadini di questo martoriato Paese. I Comunisti Italiani sostengono con grande forza ed impegno la mobilitazione della Funzione pubblica e della Fiom Cgil. Contro un governo irresponsabile e antipopolare.

martedì 10 febbraio 2009

Eluana – Licandro: “Noi scegliamo il silenzio. E’ il momento degli sciacalli”

“Ci stringiamo affettuosamente alla famiglia Englaro in questo momento di immenso dolore; dolore sopraffatto dalle strida degli sciacalli che ancora non cessano. Ci chiediamo cosa abbia tutto questo a che fare con la pietas cristiana di cui si affermano essere i pretoriani. Addirittura anche l’indecente intenzione di una denuncia ai danni del padre e dei medici è il segno del barbaro sprofondamento dello Stato laico. Ci auguriamo adesso che questo governo di ayatollah non innalzi ancora di più il conflitto istituzionale con il Capo dello Stato”. E' quanto afferma Orazio Licandro, dell'ufficio di segreteria del PdCI.

OFFENSIVA CLERICO-FASCISTA

Il caso di Eluana Englaro sta portando all’attenzione della cronaca italiana il tema del testamento biologico, della libertà di scelta di ogni persona del proprio destino.
Un tema di grande rilevanza giuridico-morale, terreno di scontro tra da una parte le avanguardie conservatrici guidate dalla destra e le gerarchie vaticane ,dall’altra una concezione laica dello Stato, come fondamento del diritto repubblicano della tradizione comunista progressista.
Ma il caso della povera ragazza, con una operazione mediatica spregiudicata, è stato utilizzato dal governo Berlusconi come occasione per distogliere l’attenzione della cronaca dall’assoluta incapacità del governo di fronteggiare la crisi economica.
In primo luogo, in sintonia con Confindustria è stato portato avanti un attacco contro il maggiore sindacato dei lavoratori ,la CGIL , approvando un decreto legge che di fatto delegittima la contrattazione nazionale , introducendo regole locali che porteranno ad un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
In secondo luogo ha approvato un decreto sicurezza che, di fatto, cancella il diritto d’asilo agli immigrati , introducendo la tassa sul soggiorno e obbligando i medici a denunciare i loro pazienti clandestini che, da essere umani cercano aiuto nelle strutture sanitarie pubbliche.
In ultimo, proprio sul caso di Eluana , con la complicità delle gerarchie cattoliche, ha aperto una offensiva contro il Presidente della Repubblica mettendo in discussione la laicità dello Stato e l’equilibrio dei poteri sanciti dalla Costituzione che Berlusconi definisce “sovietica”(chissa come la penserebbe a riguardo De Gasperi!).
Il governo Berlusconi lancia un messaggio chiaro che è quello di volere attaccare la Costituzione.
Attraverso la delegittimazione della figura del Capo dello Stato, egli vuole affermare la propria concezione fascista del potere , cioè un mandato proveniente dal popolo privo di vincoli e di regole.
E in questo Berlusconi gode di un ulteriore vantaggio, la incapacità del PD e di Di Pietro di esercitare una autentica e ferrea opposizione ad un governo anticostituzionalista.
Un grave pericolo che può significare la perdita di ampi spazi di democrazia su cui i lavoratori devo essere molto vigili.
Il tutto avviene in un contesto di crisi economica pesantissima destinata a durare a lungo , in cui la povertà dilaga nelle famiglie dei lavoratori in cassa integrazione.
Per questo è necessario ricostruire un’ opposizione operaia riunificando i comunisti partendo da noi Comunisti italiani.
C’E’ BISOGNO DI OPPOSIZIONE,
C’E’ BISOGNO DEI COMUNISTI!

ELUANA HA FINITO DI SOFFRIRE


domenica 8 febbraio 2009

giovedì 5 febbraio 2009

Le proposte del PdCI per uscire dalla crisi economica

Si è riunita la Direzione Nazionale del PdCI per discutere degli strumenti per uscire da sinistra dalla gravissima crisi economica. Il PdCI chiede di far pagare coloro che si sono arricchiti enormemente con le speculazioni. Le banche e quel 10% di italiani che possiede il 50% della ricchezza devono fare per primi la loro parte. Tra le proposte, quindi, una imposta patrimoniale, la fine dell’anonimato dei titoli di credito e il ritorno dello Stato nei consigli di amministrazione delle banche. Il PdCI si batte per bloccare ogni licenziamento, per ammortizzatori sociali che coprano anche i precari e per una nuova scala mobile, a difesa di salari e pensioni. Contro la guerra tra poveri contratto europeo che stabilisca un salario e un orario comuni. Con un’articolata piattaforma di merito, il PdCI andrà al confronto con Rifondazione Comunista per la realizzazione di un programma comune. Premessa di una comune lista per le elezioni europee.