venerdì 30 ottobre 2009

Lettera al Presidente della Repubblica di Giovani Comunisti, Fgci e Uds

Illustrissimo Signor Presidente,
le fotografie diffuse ieri con estremo coraggio dalla famiglia di Stefano Cucchi impongono una reazione delle coscienze.
Come Lei con la Sua biografia ci ha più volte insegnato, impongono in primo luogo una reazione della coscienza del nostro Paese, Repubblica democratica e antifascista per la cui nascita migliaia di martiri hanno offerto il sacrificio delle loro vite e migliaia di eroi hanno conosciuto la reclusione e l’internamento nelle carceri del regime. Anche in virtù di quel sacrificio, oggi possiamo dire che il tasso di democrazia di un Paese civile si misura dalle condizioni delle sue carceri, dal rispetto che lo Stato assicura a ciascun detenuto.
Se leggessimo con questo metro di giudizio la vicenda di Stefano Cucchi, dovremmo ritenere l’Italia un Paese schiavo, servo della barbarie e dell’arbitrio. Le Istituzioni che Lei rappresenta devono reclamare, insieme alla famiglia e insieme ad ogni cittadino democratico, verità e giustizia.
Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, affinché sia fatta piena luce su questo episodio drammatico. Affinché noi giovani si possa cancellare questa assurda vergogna di sentirsi italiani.
Le porgiamo, ringraziandoLa, i nostri più sentiti saluti antifascisti,

Simone Oggionni
Flavio Arzarello
Stefano Perri
Tito Russo
Gianluca Schiavon
ed altri...

giovedì 29 ottobre 2009

La cugina di Umberto Terracini scrive a Liberazione

Spett/le Liberazione,
sono la cugina di un grande comunista, Umberto Terracini, Presidente dell'assemblea costituente e firmatario della carta costituzionale, base della nostra democrazia. I comunisti hanno sempre giocato un ruolo importante nel nostro paese , dalla resistenza in poi.
Mi chiedo ora perchè il segretario del PRC sia titubante per non direcontrario alla riunificazione dei 2 partiti comunisti, ma sembra optare per una sinistra unita, che non è altro che il vecchio arcobaleno.
Le basi dei due partiti mi pare siano concordi nel fondare la "Federazione dei comunisti",ma questo non basta, occorre l'unità dei comunisti, come avvenne dopo la sciagurata scelta della Bolognina.
Io mi auguro che il compagno Ferrero rifletta:c'è bisogno SUBITO di creare una forza che si opponga, senza se e senza ma, alla deriva fascista in atto nel nostro paese.

Ornella Terracini
Insegnante Torino

mercoledì 28 ottobre 2009

Un articolo di Andrea Catone inviato a Liberazione (che ha deciso di non pubblicarlo)

Alla domanda che Fosco Giannini (della Direzione nazionale PRC) pone al compagno Ferrero sulle ragioni che impedirebbero un processo di unificazione dei comunisti, a partire dall’unità di Prc e Pdci (Liberazione 16/10/09), risponde un articolo intitolato “l’unità dei comunisti non è sufficiente per la trasformazione sociale” del segretario regionale umbro S. Vinti. Il quale tuttavia non sostiene che l’unità dei comunisti sarebbe insufficiente alla costruzione di un fronte sociale e politico anticapitalista (cosa che nessun comunista serio, che non pensa in modo autoreferenziale, mette in dubbio), ma che essa sarebbe un vero e proprio ostacolo a tale costruzione.
Di fronte alla questione di profilo strategico dell’unità dei comunisti, la risposta è del tutto elusiva, non entra nel cuore del problema. Contro l’unità dei comunisti, Vinti scrive che
1. essa “stravolgerebbe” l’esito del congresso di Chianciano.
Ma cosa è stato l’ultimo congresso del PRC? Non ha avuto forse come posta in gioco l’affermazione dell’opzione comunista del PRC contro il progetto di Vendola di costruire un’altra “cosa” di sinistra, diversa e alternativa ad essa? Non è stato forse vissuto così dalle decine di migliaia di compagni che hanno strenuamente lottato (e in Puglia con armi assolutamente impari) nei congressi? Se è stato questo (e non un regolamento di conti tra ceti politici all’indomani della clamorosa disfatta dell’Arcobaleno), allora il rafforzamento dell’opzione comunista con l’unificazione dei comunisti non sarebbe affatto lo stravolgimento di Chianciano, ma un suo positivo sviluppo.
2. Manca l’elemento fondamentale per una unificazione: una cultura politica comune. Se davvero fosse così, non vi sarebbe una base reale per proporre la riunificazione, e bisognerebbe anzi contrastare con forza tale proposta. Ma è proprio così? Quali sono oggi i fattori profondi (non effimeri, di superficie, di ‘umore’) di divergenza con i compagni del Pdci? Lo “scopo finale” (Endziel)? forse che il Pdci colloca il suo agire politico all’interno dell’orizzonte capitalistico e delle sue compatibilità (quale è l’orizzonte ‘riformista’ con vocazione “governista” abbracciato da Vendola)? O forse è una concezione della politica tutta all’interno del quadro istituzionale o, viceversa, tutta fuori di esso, extraparlamentare, mentre i comunisti combinano entrambe? O il riferimento ad uno “stato guida”, l’adesione ad un ‘partito internazionale’ incompatibile con la politica comunista? Oppure il dogmatismo? O il “revisionismo”?
Nulla di tutto questo. L’argomentazione principale di Vinti è che nel Pdci vi è il “centralismo democratico”, che il Prc ha rigettato sin “dalla sua fondazione”.
Ora, a parte il fatto che autorevoli esponenti della maggioranza che governa il partito lo hanno di recente riproposto (cfr. Burgio, Liberazione 4.8.09), gli esempi prodotti da Vinti sono palesemente inconsistenti: “il Pdci deve riunire il CC anche per firmare un comunicato stampa unitario”. Ma il segretario regionale umbro cosa propone? Una gestione anarchica e caotica del partito, dove il primo che passa decide per tutti gli altri? Oppure, una gestione cesaristica e autoritaria, in cui il segretario decide tutto, come è accaduto con la deleteria gestione bertinottiana, quando i compagni del cpn apprendevano dai media di importantissime decisioni (come la costituzione della SE)? (Invero anche l’annuncio della federazione della sinistra alternativa è avvenuto prima di una discussione negli organi di direzione del Prc).
L’altro forte punto dirimente indicato da Vinti sarebbe nel fatto che il Prc dal 2001 è “interno a qualsiasi mobilitazione o vertenza” contro il neoliberismo e la guerra, mentre “il Pdci si presenta solo ai cortei con le sue bandiere”. Sulla “internità” ai movimenti, liberiamoci per favore della retorica parolaia! I comunisti hanno alle spalle una grande tradizione che li ha visti promuovere e partecipare ai movimenti di massa, ma da comunisti, il che non significa agitare bandiere o striscioni, ma elaborare – sulla base di quello che gli elementi più avanzati esprimono – una linea politica che, contro posizioni economico-corporative, miri sempre a collegare la lotta particolare con quella generale per il socialismo. I comunisti sono interni ai movimenti di massa, ma non alla loro coda, non annullando la loro funzione di comunisti.
Se le obiezioni fossero solo quelle qui proposte, non vi è alcun razionale motivo per non avviare un confronto leale, aperto e concreto tra i due partiti al fine di arrivare rapidamente alla riunificazione per dar vita ad un partito comunista di più ampio respiro. Se vi sono obiezioni politicamente consistenti, è bene che si manifestino alla luce del sole, che si avvii una seria discussione in merito. Non c’è nulla di peggio – in una situazione politicamente drammatica per i comunisti, che richiede il massimo di chiarezza nelle scelte – dell’ambiguità e dei silenzi, del fare i pesci in barile.

Andrea Catone
Responsabile della Formazione – segreteria regionale PRC- Puglia

APPELLO PER MANIFESTAZIONE UNITARIA CONTRO POLITICHE DEL GOVERNO BERLUSCONI

La crisi economica sta determinando una sofferenza sociale sempre maggiore. L’aumento della precarietà, la perdita di posti di lavoro, salari e pensioni con cui si fatica ad arrivare a fine mese sono il panorama comune a tutto il Paese. Il Governo invece di intervenire per risolvere questa situazione la aggrava con tagli alla spesa sociale e all’istruzione, con la compressione di salari e pensioni di cui l’attacco al contratto nazionale di lavoro è solo l’ultimo atto. Inoltre, questo Esecutivo si adopera a fomentare la guerra tra i poveri con provvedimenti razzisti e xenofobi sull’immigrazione.
Come se non bastasse, il Governo ha varato provvedimenti come lo scudo fiscale che legalizzano l’evasione fiscale e il malaffare, ha stanziato una quantità enorme di denaro per le banche, per l’acquisto di cacciabombardieri e per grandi opere inutili come il ponte sullo stretto di Messina.

Il Governo contribuisce, quindi, ad aggravare la crisi, difende i poteri forti e parallelamente si adopera per demolire la democrazia italiana portando a compimento la realizzazione del piano della P2 di Licio Gelli. Le proposte di manomissione della Carta Costituzionale si accompagnano ad una quotidiana azione di scardinamento della Costituzione materiale, al tentativo di mettere il bavaglio alla libera informazione, di limitare l’autonomia della Magistratura, di snaturare il ruolo del sindacato e di ridurre al silenzio i lavoratori.

Per contrastare quest’operazione che è allo stesso tempo antidemocratica, fascistoide e socialmente iniqua, riteniamo necessario costruire una risposta politica generale, forte e unitaria. Siamo impegnati a costruire un’opposizione di massa per ripristinare la democrazia nel paese e nei luoghi di lavoro e che obblighi il Governo a cambiare la politica economica e sociale. Ecco perché chiediamo le dimissioni di Berlusconi anche alla luce della sua manifesta indegnità morale a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio.

E proponiamo a tutte le forze di opposizione di convocare per il prossimo 5 dicembre una manifestazione unitaria contro la politica del Governo e per le chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio.
Paolo Ferrero
Segretario nazionale Rifondazione Comunista
Antonio Di Pietro
Presidente nazionale Italia dei Valori

martedì 27 ottobre 2009

VILE ATTO CONTRO LA SEDE DEI COMUNISTI MINERVINESI

La notte del 25/10/2009, è stato compiuto un gravissimo atto intimidatorio ai danni della sede unitaria di Minervino Murge di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani. E’ stata sfondata la vetrina della porta della suddetta sede per introdursi all’interno. E’ un chiaro segno di quanto la presenza dei comunisti sia ancora motivo di fastidio per taluni sino a generare l’odio che sfocia come in questo caso in atti di rappresaglia. Riteniamo di aver superato, in passato, prove ben più ardue di questi vili atti e dunque in noi non vi è timore, ma anzi la nostra battaglia ora ha un motivo in più per essere combattuta. I comunisti minervinesi ringraziano tutti i partiti politici e i singoli cittadini che hanno manifestato solidarietà e condanna per questo gesto sconsiderato. Questo atto è la diretta conseguenza del decadimento dei valori costituzionali che tutelano il pluralismo e la libertà d’opinione e d’espressione. Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani ritengono doveroso ancora una volta schierarsi a difesa delle idee e dei contenuti della nostra Costituzione.

lunedì 26 ottobre 2009

FERRERO - PRC: AUGURI DI BUON LAVORO A BERSANI

Innanzitutto i miei auguri di buon lavoro al nuovo segretario del Pd. Auspico che con Bersani il centro sinistra possa uscire dalla logica bipartitica e bipolare che tanti danni ha fatto alla democrazia, ha consegnato il paese a Berlusconi e contribuito alla completa perdita di credibilità del sistema politico.
Su questa base mi auguro che col Pd di Bersani si riesca a costruire insieme una efficace opposizione al governo Berlusconi e alle politiche di Confindustria che stanno scaricando i costi della crisi sui lavoratori e i soggetti più deboli.

Paolo Ferrero, Segretario naz.le PRC

venerdì 23 ottobre 2009

Cacciare Berlusconi. Ma per cambiare davvero

di Alberto Burgio*
su Liberazione del 23/10/2009
Siamo prossimi alla fine della lunga kermesse democratica. Tra pochi giorni sapremo chi guiderà il Pd nel prossimo futuro. Per fare il verso al filosofo, chiediamoci che cosa questo passaggio ci permette di sperare.Dovessimo dedurre una previsione dall'esperienza di questi anni, il pessimismo sarebbe d'obbligo. Vogliamo invece credere che l'intelligenza possa sovvertire l'esistente: l'intelligenza, non l'altruismo; l'intelligenza, cioè la capacità di far di conto nell'interesse proprio e generale del Paese. Qualche giorno fa, Pierluigi Bersani ha osservato che la prima cosa è mandare a casa Berlusconi e il suo governo. D'accordo. Ma questo comporta una conseguenza. Il prossimo segretario del Pd dovrà ribaltare di sana pianta l'ideologia veltroniana dell'autosufficienza, che il suo brillante ideatore, in vena di autoironia, nominò «vocazione maggioritaria». Oltre a negare a milioni di cittadini il diritto ad essere rappresentati, lo sterminio della sinistra di alternativa ha portato farina soltanto al mulino della destra. Cacciare Berlusconi si potrà solo dando modo a tutti gli elettori di sinistra di votare liberamente, fuori dalla gabbia del bipolarismo.Ma cacciare Berlusconi è solo una precondizione per tirare fuori il Paese dall'attuale disastro. Le elezioni del 2001 e del 2008 hanno insegnato che andare al governo non basta. Poi bisogna praticare politiche davvero diverse, che non deludano gli elettori democratici e di sinistra.In queste ore si è tornato a discutere di precarietà. È chiaro che anche a questo proposito occorrerà invertire di 180 gradi lo schema ideologico che indica nella precarizzazione del lavoro lo strumento per aumentare l'occupazione. Chi ha sostenuto questo dogma in tutti questi anni? La destra, certo. La Confindustria, certo. Ma anche molti esponenti del Pd, a cominciare da Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro con Prodi, innamorato della cosiddetta flessicurezza, e da Pietro Ichino, che non si darà pace finché una parte dei lavoratori italiani godrà di qualche residua garanzia. Vorrà il nuovo segretario democratico isolare queste posizioni? Avrà la forza di riconoscere che allinearsi al diktat padronale non ha portato solo al dilagare della precarietà, al prosciugamento delle retribuzioni e a un drammatico aumento dell'ineguaglianza, ma anche alla drastica riduzione dei diritti del lavoro, alla riduzione della produttività e al declino dell'apparato produttivo nazionale?Oppure assisteremo anche nei prossimi anni all'assurdo di questi giorni, dove un ministro di destra fa propaganda come alfiere del posto fisso, e la maggiore forza di opposizione non trova di meglio che schiacciarsi sulle posizioni degli industriali, sostenendo che il tempo indeterminato è roba d'altri tempi, mentre la precarietà è garanzia di sviluppo e di modernità?Potremmo continuare, ricordando i colpi assestati alle pensioni, i tagli inflitti al welfare, all'università e agli enti locali, l'orgia delle privatizzazioni e la politica di guerra praticata in violazione della Costituzione grazie a una spesa militare enorme e crescente. Ma una cosa dovrebbe essere già chiara. Per fare ripartire il Paese e renderlo meno ingiusto, il nuovo leader democratico dovrà guardare in faccia, con coraggio e onestà, agli errori commessi dal centrosinistra in questi quindici anni. Errori che, soli, spiegano come mai, nonostante tutto, Silvio Berlusconi sia ancora nel cuore della maggioranza degli italiani.Una fase storica volge al termine. Come sarà la fase nuova dipenderà anche dalle scelte della nuova dirigenza del Pd.Piaccia o non piaccia, la lunga transizione che avrebbe dovuto battezzare la modernizzazione italiana all'insegna della "normalità" ha condotto alla dissipazione di fondamentali conquiste democratiche e al rafforzamento di odiosi privilegi. Non è un grande risultato quanto a modernitàOra si tratta di cambiare registro e di restituire alle forze democratiche e all'intera sinistra il compito fondamentale che loro compete: la difesa del lavoro, della giustizia sociale e della pace. Altrimenti non si farà che consolidare, nell'interesse dei più forti, quel bipolarismo consociativo che, dietro il paravento degli psicodrammi del teatrino politico, ha spesso visto centrodestra e centrosinistra solidali nel malgoverno di questo Paese.
*DELLA DIREZIONE NAZIONALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

martedì 20 ottobre 2009

RIVOLTA METALMECCANICA

«Se guardi il tg, è ovvio tu ti chieda come mai 'sti metalmeccanici, in un momento di crisi nera, protestano nonostante i 110 euro in più in busta paga - commenta Antonio Teti, delegato Fiom alla Sevel di Atessa (Chieti) - Se invece vai a guardare come stanno le cose, scopri ad esempio che per i lavoratori di terzo livello, come noi, l'aumento si riduce a 20 euro lordi all'anno. Cinque pacchetti di sigarette». Durante le tante mobilitazioni che nei giorni scorsi hanno toccato aziende diverse un pò in tutta Italia, i delegati della Fiom hanno colto l'occasione per spiegare ai lavoratori il nuovo contratto dei metalmeccanici, firmato lo scorso giovedì solo da Fim, Uilm e Federmeccanica. «I lavoratori ora stanno soffrendo - continua Teti, amareggiato per il silenzio dei media - per cui le domande più frequenti riguardano il salario». E le spiegazioni non possono che farli arrabbiare, come dice Marco di Rocco, della Fiom di Chieti. È d'accordo Giorgio Airaudo, segretario Fiom di Torino: «C'è molta indignazione tra i lavoratori, che non a caso hanno scelto di scioperare anche se per molti di loro, in cassa integrazione, è difficile». La Fiom-Cgil chiede che a tutti i lavoratori sia data la possibilità di valutare l'accordo del 15 ottobre. Il comitato centrale della categoria ne parlerà oggi, per decidere come proseguire la lotta. Naturalmente Fim e Uilm sono contrarie all'idea del referendum aperto a tutti. A Torino, addirittura, la Fim avrebbe proposto una doppia votazione, una «valida» per i suoi iscritti e l'altra che non conta, per i non iscritti. «Una specie di apartheid del voto - commenta Airaudo - e una grande contraddizione: proprio nella settimana nella quale siamo chiamati a scegliere il capo dell'opposizione, nelle fabbriche non possiamo decidere del nostro contratto di lavoro». Non sono solo i lavoratori della Fiom a essere arrabbiati. Dice Anna Maria Pulichino, delegata dello stabilimento torinese di Alenia Spazio, dove ieri un terzo dei dipendenti (perlopiù impiegati, tecnici e ingegneri) si è fermato per due ore: «Durante lo sciopero, persone iscritte alla Fim e alla Uilm mi si sono avvicinate, dicendomi penso che perderanno la mia tessera, proprio così. Del resto, la maggioranza dei lavoratori trova inaccettabile che una minoranza decida da sola per tutti quanti». Dalla Sevel, anche Antonio Teti ha parlato con colleghi delusi iscritti agli altri sindacati: «Non gli va bene che il sindacato cambi pelle». Per questo anche alla Sevel di Atessa, che produce furgoni Ducato per la Fiat in una Val di Sangro già affaticata dalla crisi, lo sciopero ieri ha avuto successo: due ore in mattinata, per il primo turno, e due nel tardo pomeriggio per il secondo. «Siamo rimasti dentro l'azienda, anzichè trovarci all'esterno con le altre fabbriche dell'indotto - racconta Antonio - perchè qui c'è un tempo da Siberia. Ma siamo soddisfatti. Ora dobbiamo riuscire a coordinare tutte le mobilitazioni». La speranza è che oggi al comitato centrale si riesca a fare tesoro delle iniziative spontanee di questi giorni. Che sono tante. Alla Fiat di Cassino il primo giorno di lavoro, dopo la cassa integrazione, si è trasformato in uno sciopero spontaneo. A Torino, i lavoratori di Mirafiori si sono fermati. Come anche quelli della Siemens e dell'Ilva a Genova, di Alstom e Marcegaglia (l'azienda del presidente della Confindustria) in Lombardia. In Emilia Romagna, ci sono stati scioperi in varie aziende a Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna. A Massa Carrara si è fermato il Nuovo Pignone, a Pisa la Continental. In Umbria, la ThyssenKrupp (compreso l'indotto), in Abruzzo, la Sevel e a Napoli la Whirplool.

lunedì 19 ottobre 2009

Ferrero: "Il fascista Berlusconi vuole affossare la Costituzione"

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se

La Costituzione italiana è stata scritta insieme dai partiti politici che hanno combattuto e sconfitto il fascismo, condotto la lotta di Resistenza, promosso e vinto il referendum costituzionale per la Repubblica. Berlusconi, che è un fascista, un golpista e un amico di mafiosi ed evasori fiscali, vuole riscriverla da sola e pure a maggioranza la Costituzione al puro fine di stravolgerla, svuotarla e superarla.Ecco perchè proponiamo a tutte le forze dell'opposizione democratica di dare vita, e al più presto, a una grande manifestazione in difesa della Costituzione, della democrazia repubblicana e a favore della giustizia sociale e dei diritti dei lavoratori contro questo tentativo apertamente e dichiaratamente fascista e golpista.

domenica 18 ottobre 2009

Foto della Manifestazione antirazzista





Paolo Ferrero, segretario PRC, al Corteo








200 mila a Roma contro il razzismo!


MINACCE A FINI E BERLUSCONI, CONDANNIAMO CON FERMEZZA LETTERA FARNETICANTE

Dichiarazione del Segretario naz.le del PRC, Paolo Ferrero
In merito alla lettera contenente minacce di morte nei confronti di alcune delle più alte cariche dello Stato, dal presidente della Camera Fini al premier Berlusconi, passando per il leader della Lega Bossi, condanniamo i toni e i contenuti di questa lettera farneticante, chiunque vi sia dietro, e ribadiamo il nostro più fermo rifiuto per ogni pratica e atteggiamento pseudo-politico che abbia anche solo lontanamente a che fare con la storia e i metodi del terrorismo.

venerdì 16 ottobre 2009

Fosco Giannini (L’Ernesto – PRC): lettera aperta a Ferrero

da “ Liberazione” di venerdì 16 ottobre

Caro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda:perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci – ma ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista – di unire i due piccoli partiti comunisti italiani?Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti , che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. E’ una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. E’ così che si concepisce il processo unitario e perché – dunque – un comunista non dovrebbe esserne interessato? E’ di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi la Federazione – susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito.Perché, dunque, questo no ostinato?
Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. E’ anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti ( con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni.Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo – ne conoscano finalmente i motivi?Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? E’ stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra, della categoria dell’imperialismo? E’stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” ( centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti ? E’ stata un’ innovazione positiva aver affermato ( Bertinotti e Gianni) che “ i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo fisicamente”? E’ stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. E’ stata innovativa la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni?Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che saremmo nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista.Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero – e piccolo, diviso – movimento comunista italiano.La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore sociale dilagante – non sia più importante degli attriti passati ?C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi : l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché – essendo unità tra diversi – porterebbe a nuove scissioni.La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo – per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente ( che nessuno, oggi, detiene).
Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi.


*FOSCO GIANNINI è membro della Direzione naz.le del PRC e direttore della rivista "l'ernesto", area politico-culturale interna a Rifondazione Comunista.

giovedì 15 ottobre 2009

METALMECCANICI: FERRERO (PRC), ACCORDO SEPARATO SCANDALOSO E INACCETTABILE,SIAMO CON LA FIOM

«L'accordo separato firmato oggi tra gli industriali di Federmeccanica e Fim Cisl e Uilm, ormai ridotti al rango di sindacati 'giallì come negli anni Cinquanta, pronti ad accettare ogni ricatto e ogni richiesta dei padroni, è scandaloso, inaccettabile.Questa firma corrisponde, peraltro, al peggiore frutto avvelenato dell'accordo separato firmato lo scorso 22 gennaio da Confindustria, Cisl e Uil, senza la Cgil e con la complicità partecipe del governo Berlusconi e del ministro Sacconi». È quanto afferma in una nota Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se. «In tempi di gravissima crisi economica e sociale come questa, di fronte a salari sempre più da fame e ai profitti incredibili che gli industriali continuano a fare, si vogliono peggiorare ancora di più - e per contratto!- le condizioni salariali e di vita dei lavoratori metalmeccanici italiani -continua Ferrero- Invitiamo tutti i lavoratori metalmeccanici a opporsi con ogni mezzo a questo accordo e ad appoggiare la lotta della Fiom-Cgil, lotta sacrosanta e giustissima contro questo accordo separata. Come Rifondazione comunista, in questa lotta saremo in prima fila»

mercoledì 14 ottobre 2009

PAOLO FERRERO DAVANTI ALL'AGC DI CUNEO

Nino, uno dei 4 sul tetto, grida: "Il 10 ottobre di 20 anni fa entravo per la prima volta in questa azienda. Ora mi trovo in una situazione che mai avrei immaginato". E' la vicenda beffarda di uno dei 67 operai dell'AGC che, da ormai dieci giorni, presidiano l'azienda che li vuole mollare. Ed è la sera del concerto del cantautore Luca Peirone, con lo scopo di ricordare che 'Siamo tutti sullo stesso tetto'. La serata, organizzata da Rifondazione Comunista, è segno della volontà di mantenere viva l'attenzione sul problema occupazionale a due giorni dalla salita sul tetto di 4 dei 67 operai che rischiano il lavoro per la chiusura di uno rami dell'azienda di Roata Canale, di proprietà di una multinazionale giapponese. Le parole di Gaber, Manu Chao, Nomadi, Modena City Ramblers sono state riproposte da Peirone davanti ad un pubblico non numeroso ma sicuramente solidale.
Momento clou della serata l'arrivo, alle 22.30, del segretario nazionale del PRC Paolo Ferrero. Le sue parole sono state applauditissime: "Non dovete vergognarvi di protestare e di dire che lo fate per difendere il lavoro, il futuro e la vostra dignità - ha detto -. Non facciamo calare il silenzio sul problema occupazione, un dramma in tutta Italia, anche se non se ne parla. Facciamo tutto quello che possiamo per farci sentire, per ricordare la grande crisi di lavoro che sta vivendo il Paese. Siete saliti sul tetto: se il prossimo passo sarà quello di bloccare la Torino-Savona fatemelo sapere. Io sarò lì con voi. Si sono persi migliaia di posti di lavoro e il Governo fa finta di niente. Dobbiamo lottare per farci sentire. Ad ogni costo".

sabato 10 ottobre 2009


BERLUSCONI FED. SINISTRA: CHIEDIAMO A TUTTE OPPOSIZIONI INIZIATIVA COMUNE PER DIMISSIONI

COMUNICATO STAMPA
Dichiarazione unitaria della Federazione:
Paolo Ferrero,
Oliviero Diliberto,
Cesare Salvi,
Gianpaolo Patta.

Roma, 9 ott. 2009

Ci rivolgiamo a tutte le forze dell'opposizione per un'iniziativa comune a sostegno della richiesta delle dimissioni del Presidente del Consiglio.
La grave questione democratica aperta nel paese consiste nella pretesa del Presidente del Consiglio di far valere la propria volontà al di sopra e contro le istituzioni e le regole della democrazia. Questa pretesa ha acquistato inauditi caratteri di sopraffazione nell'intimidazioni e nelle offese rivolte in questi giorni alla Corte Costituzionale e allo stesso capo dello Stato. E' intollerabile che si pretenda di mettere a tacere le istituzioni di garanzia (dalla presidenza della Repubblica alla magistratura costituzionale e ordinaria, la libera stampa), che sono previste dalla carta fondamentale e da tutti i sistemi democratici proprio per controllare e se nel caso criticare chi detiene il potere politico di governo.
La richiesta delle dimissioni e un'iniziativa comune delle opposizioni sono altresì necessarie per porre all'attenzione del Paese la gravità della questione sociale e della democrazia anche nei luoghi di lavoro.
Proponiamo pertanto la convocazione di una manifestazione nazionale che ponga al suo centro la questione democratica e la giustizia sociale.

mercoledì 7 ottobre 2009

FERRERO, PRC: LODO ALFANO, BENE CONSULTA. BOSSI LASCI PERDERE. NON CI FAREMO INTIMIDIRE DA CIARLATANI COME LUI

Dichiarazione di Paolo Ferrero, Segretario nazionale del Prc-Se.

Plaudo alla decisione della Corte costituzionale che ha bocciato totalmente e senza possibilità d'appello il cosiddetto "lodo Alfano", in quanto viola il principio di uguglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Alla Corte va il plauso di tutti i sinceri democratici del nostro Paese che hanno bocciato senz'appello una legge vergognosa e illegittima che voleva cercare di salvare la faccia e le fortune, costruite sul malaffare, del nostro Premier e di tutti gli altri potenti che pensano di poter essere e comportarsi impunemente da corruttori e mafiosi come fa Berlusconi.
A Bossi, che minaccia il ricorso al popolo, ci limitiamo a dire di lasciar perdere e di non svegliare il cane che dorme. Troppi partigiani, uomini e donne, sono morti per costruire una Repubblica libera e democratica come quella italiana, che si basa e si regge sulla sua Costituzione, per potersi fare spaventare - loro e i loro discedenti, cioè tutti noi - da quattro ciarlatani alla cui testa si vogliono mettere eversori e corruttori.

martedì 6 ottobre 2009

Caro Nichi, è l’ora della politica

di Claudio Grassi* e Bruno Steri** su
il manifesto del 06/10/2009
Caro Nichi, ma avremmo potuto dire: caro Franco, caro Gennaro. Infatti intendiamo rivolgerci a quella parte di Sinistra e Libertà che più conosciamo, avendo condiviso una lunga (ancorché assai contrastata) militanza nel medesimo partito. Il fatto è che quest’ultima tornata di elezioni in alcuni importanti Paesi europei ci fa riflettere. E ci induce a non indugiare e a muovere passi che sappiamo arrischiati: come questa lettera-invito, che certamente può urtare in rancori, veti incrociati, resistenze politiche. Ma tant’è: come tutte le storie, anche le storie passate avranno pur avuto un senso.Queste elezioni hanno confermato due fatti politici che – benché minimizzati, se non addirittura oscurati nei vari salotti televisivi – a noi paiono di solare evidenza: il fallimento delle politiche di centro-sinistra (con il connesso pesantissimo declino elettorale dei partiti che tali politiche hanno promosso) e, contestualmente, l’avanzata delle sinistre (comuniste, antagoniste, radicali), ossia di quelle formazioni che si collocano alla sinistra dei partiti socialisti e che, in vario modo, articolano una critica di sistema.Questo avviene nel quadro di una preoccupante conferma delle forze politiche di centro-destra. Sta avvenendo cioè quello che molti di noi hanno paventato e che, a nostro parere, sta purtroppo nella logica delle cose: nell’afasia, nel vuoto di rappresentanza sociale creato dal centro-sinistra, si rafforza la svolta moderata e proliferano le pulsioni reazionarie.La crisi sociale, economica ed ambientale va maturando dunque un suo esito di destra; ma, per altro verso, è importante che si faccia strada, estenda la propria influenza politica una proposta anticapitalista.Si può arzigogolare in politichese quanto si vuole: a noi – come detto – tutto ciò appare di solare evidenza. E, per contrasto, balza in assoluto risalto la nostra insufficienza: la difficoltà di offrire una sponda politica consistente e credibile ai soggetti sociali aspramente colpiti dalla crisi ed esposti agli ulteriori sussulti delle politiche di classe che già si annunciano sotto il titolo di «exit strategy» (leggi: perdurante contenimento delle retribuzioni, reali e differite, e taglio ulteriore della spesa sociale).Di qui l’urgenza di riflettere in fretta, assumere responsabilità e produrre decisioni, capaci di dare il più ampio respiro possibile all’organizzazione di una necessaria, dura opposizione. Noi diciamo a noi stessi e vi diciamo: non è l’ora del risentimento, è l’ora della politica. E lanciamo a Sinistra e Libertà la proposta di un’alleanza, di un patto per far nascere anche nel nostro Paese le condizioni di una risposta efficace alla crisi capitalistica, per la ripresa del conflitto sociale, per una tutela delle classi popolari.Non vogliamo «fingere ipotesi»: siamo perfettamente consapevoli delle nostre diversità. E consideriamo questa una partita di fatto conclusa. Ma vediamo anche che lo scenario europeo offre tutta una gamma di possibili soluzioni di co-esistenza a sinistra. Non necessariamente un unico partito, ma la compresenza di formazioni distinte e, ciononostante, in parallela crescita di consensi. Occorre tuttavia esser chiari e netti rispetto alla cesura con la cultura e le politiche neoliberiste: è qui che non vediamo ravvedimenti sostanziali nel Partito democratico.Apprezziamo, nel suo dibattito interno, alcuni elementi della ritematizzazione politica di Bersani; ma, più in generale, non vediamo emergere in nessuno dei partecipanti a tale dibattito quella radicale discontinuità (di cultura e scelte politiche) che dovrebbe per l’immediato futuro garantire dai devastanti orientamenti assunti dal gruppo dirigente di questo partito nel recente passato.Oltre a ciò, anche dall’interno del Pd continuano a venire avanti proposte di modifica della legge elettorale che tendono a stringere ulteriormente la camicia di forza bipolare: non crediamo si possa dire che siamo paranoici se coltiviamo il sospetto che tali interventi a gamba tesa servano soprattutto a far fuori noi (noi della Federazione anticapitalista e della sinistra di alternativa, ma anche voi di Sinistra e Libertà: se non attraverso un colpo direttamente inferto, quanto meno per assorbimento coatto).Un’alleanza, dunque; questa è l’esigenza che percepiamo distintamente. Certo, non è semplice: non vogliamo nascondere le difficoltà. Come convivere con chi ritiene (Nencini) che la sinistra abbia perso inutilmente vent’anni e che è ora di tornare a Craxi, è affar vostro.Così come riterremmo fuori tempo massimo polemizzare con chi (Mussi) pensa che la falce e martello debba essere derubricato dalla storia. Ovviamente, vediamo in tali giudizi un problema non lieve. Non per questo, consideriamo preclusa ogni interlocuzione. Riconosciamo il diritto all’esistenza della vostra opzione politica. Che non è la nostra. Crediamo giusto pretendere per noi – per i nostri simboli, il nostro nome, il progetto politico della Federazione che siamo impegnati a varare – altrettanto rispetto. Crediamo in una sinistra plurale, non ci siamo mai appassionati ad alcuna «reductio ad unum». Non poniamo veti; e non accettiamo di subirne.Ma, al dunque, ci chiediamo: è possibile metterci attorno a un tavolo – noi della Federazione, voi di Sinistra e Libertà e quanti a sinistra (associazioni, comitati, sindacati, strutture di movimento) non rinunciano a contestare in radice un sistema sociale iniquo e inefficiente – e provare a discutere quattro/cinque punti programmatici discriminanti, così da contrastare l’offensiva di un establishment che ha fragorosamente fallito e che vorrebbe continuare a dettar legge?In questa sede non sapremmo essere più precisi di così. Poniamo un’esigenza politica, nella convinzione che essa sia condivisa da una grande parte della nostra gente.Non possiamo continuare a delegare ad altri quell’opposizione incisiva, «senza se e senza ma» – ma anche efficace – che dovrebbe spettare a noi, alla sinistra (comunista, antagonista, radicale). Le centinaia di migliaia di bandiere rosse che solo due anni fa invasero le vie di Roma non sono distrutte; sono solo state ammainate a seguito di una cocente delusione. Proviamo a rialzarle.
* della Segreteria naz.le, Resp. naz.le Organizzazione Prc
** Coordiantore area "Essere Comunisti"

domenica 4 ottobre 2009

NON E' CHE L'INIZIO

di Dino Greco,
direttore di Liberazione

U una folla enorme. Piazza del Popolo stipata sino all'inverosimile, come pure tutte le vie d'accesso. Del tutto superfluo ingaggiare il consueto duello sulla stima delle presenze. Forte - e incoraggiante - anche la mobilitazione dei precari della scuola. Una buona giornata, insomma. Per quanto era in noi, abbiamo lavorato per il successo delle manifestazioni di ieri e siamo soddisfatti di avervi portato un visibile contributo. Di partecipazione, innanzitutto, ma non solo. Dico di partecipazione perché, da quando mondo e mondo, è la presenza delle persone, sono i loro slogans, i messaggi impressi negli striscioni e nei cartelli, è il "tono" emotivo che attraversa la piazza a dare il segno, la cifra dell'evento, a decretarne il successo ed il significato. Spesso persino oltre le intenzioni dei promotori. Lì si esprime una creatività, un'autodeterminazione collettiva che diviene - immediatamente (nel senso letterale del termine: senza mediazioni) - un fatto politico. Dove la politica non è più amministrata dal ceto autistico che pretende di custodirla in esclusiva, ma diventa protagonismo, partecipazione attiva, l'esatto contrario del rapporto unilaterale che sovrappone chi ha il monopolio della parola, scritta o parlata, a chi invece può solo ascoltare. In piazza bisogna volerci venire. E' una libera scelta che implica un certo grado di consapevolezza. E, soprattutto, la voglia di contare. E' la democrazia che si organizza. C'è, in queste osservazioni, un sovraccarico retorico? Forse. C'è un eccesso di ottimismo? Forse. Ma nella situazione data bisogna pur cogliere - e sospingere - ogni sussulto di protesta, di opposizione al processo degenerativo che sta minando, sin nelle fondamenta, la Repubblica e la sua Costituzione. Gli avversari della mobilitazione di ieri hanno in questi giorni sollevato l'obiezione che dietro il pretesto della difesa della libertà di stampa e del pluralismo vi sia soltanto un complotto politico antiberlusconiano, ordito e guidato da un centro di potere politico e mediatico del tutto speculare a quello dominato dal caudillo di Arcore. Ora, che nel "partito di Repubblica" non si risolva affatto il tema di una informazione davvero libera e indipendente è chiaro come il sole. Ma lo è altrettanto che il reggimento totalitario di Berlusconi, la sua propensione ad eliminare qualsiasi pur tenue elemento di pluralismo, nell'informazione come nella dialettica politica, persino dentro il proprio genuflesso schieramento, fa sì che la costruzione di un tessuto democratico abbia come precondizione il tramonto di un potere personale che rappresenta un pericolo permanente. Che poi vi sia chi attende di raccogliere i frutti da questo scuotimento senza alterare ed anzi preservando i rapporti sociali e politici esistenti è del tutto evidente. L o dimostra il ben diverso peso che la "libera" stampa ha assegnato alle conpulsive patologie sessuali del premier rispetto ai contenuti della politica economica e sociale del suo governo, rivolta a fare a pezzi l'intero sistema dei diritti e il bilanciamento dei poteri fissato dalla carta costituzionale. Bisogna tenerne conto. E riflettere sul fatto che tutto ciò che si muove - socialmente e politicamente - fuori dall'universo bipolare, semplicemente non esiste. Sostenere dunque che in Italia c'è libertà di stampa per il sol fatto che una trasmissione - sia pure sotto schiaffo - ha potuto dire peste e corna di Berlusconi, non sta né in cielo né in terra. Un'ultima, credo fondamentale considerazione. Tutta la politica e, nondimeno, lo stesso oligopolistico mondo dell'informazione, si possono muovere dentro una bolla sospesa e autoreferente perché dentro la società langue, ristagna, o nella migliore delle ipotesi muove passi incerti e intermittenti, la mobilitazione sociale. E' tempo immemorabile che il mondo del lavoro è rinculato dentro una pura difesa corporativa (a dire il vero fragile anch'essa), incapace di rappresentare un punto di riferimento davvero alternativo per l'insieme della società, e per gli intellettuali (se mai ne esistono ancora) di questo Paese. Lo stesso si può dire per i movimenti. Finché queste soggettività non riusciranno a ritrovare parola, proposta e capacità di attrazione, l'anomia sociale continuerà a specchiarsi nel - e ad alimentarsi del - caravanserraglio mediatico, in primis quello televisivo. Che pare, sempre di più, un universo parallelo, dove i problemi della gente entrano - quando entrano - solo di striscio e senza lasciare traccia. Perché tutto il resto è un potente anestetico, propinato con martellante, metodica pervasività, attraverso la quasi totalità dei palinsesti televisivi. Un documentario ( Videocracy ) che circola quasi clandestino in poche sale cinematografiche mostra con rara efficacia come la passivizzazione di massa - scientificamente coltivata - possa diventare il terreno propizio per avventure reazionarie. Ricordate la vecchia (e quanto preveggente) canzone di Enzo Jannacci degli anni settanta che recitava: «la televisiun la ga na fôrza de liun, la televisiun la ta rent come 'n cujun»: «la televisione ha una forza da leone, la televisione fa di te un coglione»)? A questo punta - con luciferina consapevolezza - Silvio Berlusconi. Da oggi gli sarà più difficile.