le fotografie diffuse ieri con estremo coraggio dalla famiglia di Stefano Cucchi impongono una reazione delle coscienze.
Simone Oggionni
Flavio Arzarello
Stefano Perri
Tito Russo
Gianluca Schiavon
ed altri...
Minervino Murge, Circolo " Antonio Gramsci" - Piazza G. Bovio 27 - rifondaminervino@libero.it
La notte del 25/10/2009, è stato compiuto un gravissimo atto intimidatorio ai danni della sede unitaria di Minervino Murge di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani. E’ stata sfondata la vetrina della porta della suddetta sede per introdursi all’interno. E’ un chiaro segno di quanto la presenza dei comunisti sia ancora motivo di fastidio per taluni sino a generare l’odio che sfocia come in questo caso in atti di rappresaglia. Riteniamo di aver superato, in passato, prove ben più ardue di questi vili atti e dunque in noi non vi è timore, ma anzi la nostra battaglia ora ha un motivo in più per essere combattuta. I comunisti minervinesi ringraziano tutti i partiti politici e i singoli cittadini che hanno manifestato solidarietà e condanna per questo gesto sconsiderato. Questo atto è la diretta conseguenza del decadimento dei valori costituzionali che tutelano il pluralismo e la libertà d’opinione e d’espressione. Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani ritengono doveroso ancora una volta schierarsi a difesa delle idee e dei contenuti della nostra Costituzione.
«Se guardi il tg, è ovvio tu ti chieda come mai 'sti metalmeccanici, in un momento di crisi nera, protestano nonostante i 110 euro in più in busta paga - commenta Antonio Teti, delegato Fiom alla Sevel di Atessa (Chieti) - Se invece vai a guardare come stanno le cose, scopri ad esempio che per i lavoratori di terzo livello, come noi, l'aumento si riduce a 20 euro lordi all'anno. Cinque pacchetti di sigarette». Durante le tante mobilitazioni che nei giorni scorsi hanno toccato aziende diverse un pò in tutta Italia, i delegati della Fiom hanno colto l'occasione per spiegare ai lavoratori il nuovo contratto dei metalmeccanici, firmato lo scorso giovedì solo da Fim, Uilm e Federmeccanica. «I lavoratori ora stanno soffrendo - continua Teti, amareggiato per il silenzio dei media - per cui le domande più frequenti riguardano il salario». E le spiegazioni non possono che farli arrabbiare, come dice Marco di Rocco, della Fiom di Chieti. È d'accordo Giorgio Airaudo, segretario Fiom di Torino: «C'è molta indignazione tra i lavoratori, che non a caso hanno scelto di scioperare anche se per molti di loro, in cassa integrazione, è difficile». La Fiom-Cgil chiede che a tutti i lavoratori sia data la possibilità di valutare l'accordo del 15 ottobre. Il comitato centrale della categoria ne parlerà oggi, per decidere come proseguire la lotta. Naturalmente Fim e Uilm sono contrarie all'idea del referendum aperto a tutti. A Torino, addirittura, la Fim avrebbe proposto una doppia votazione, una «valida» per i suoi iscritti e l'altra che non conta, per i non iscritti. «Una specie di apartheid del voto - commenta Airaudo - e una grande contraddizione: proprio nella settimana nella quale siamo chiamati a scegliere il capo dell'opposizione, nelle fabbriche non possiamo decidere del nostro contratto di lavoro». Non sono solo i lavoratori della Fiom a essere arrabbiati. Dice Anna Maria Pulichino, delegata dello stabilimento torinese di Alenia Spazio, dove ieri un terzo dei dipendenti (perlopiù impiegati, tecnici e ingegneri) si è fermato per due ore: «Durante lo sciopero, persone iscritte alla Fim e alla Uilm mi si sono avvicinate, dicendomi penso che perderanno la mia tessera, proprio così. Del resto, la maggioranza dei lavoratori trova inaccettabile che una minoranza decida da sola per tutti quanti». Dalla Sevel, anche Antonio Teti ha parlato con colleghi delusi iscritti agli altri sindacati: «Non gli va bene che il sindacato cambi pelle». Per questo anche alla Sevel di Atessa, che produce furgoni Ducato per la Fiat in una Val di Sangro già affaticata dalla crisi, lo sciopero ieri ha avuto successo: due ore in mattinata, per il primo turno, e due nel tardo pomeriggio per il secondo. «Siamo rimasti dentro l'azienda, anzichè trovarci all'esterno con le altre fabbriche dell'indotto - racconta Antonio - perchè qui c'è un tempo da Siberia. Ma siamo soddisfatti. Ora dobbiamo riuscire a coordinare tutte le mobilitazioni». La speranza è che oggi al comitato centrale si riesca a fare tesoro delle iniziative spontanee di questi giorni. Che sono tante. Alla Fiat di Cassino il primo giorno di lavoro, dopo la cassa integrazione, si è trasformato in uno sciopero spontaneo. A Torino, i lavoratori di Mirafiori si sono fermati. Come anche quelli della Siemens e dell'Ilva a Genova, di Alstom e Marcegaglia (l'azienda del presidente della Confindustria) in Lombardia. In Emilia Romagna, ci sono stati scioperi in varie aziende a Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna. A Massa Carrara si è fermato il Nuovo Pignone, a Pisa la Continental. In Umbria, la ThyssenKrupp (compreso l'indotto), in Abruzzo, la Sevel e a Napoli la Whirplool.
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-SeLa Costituzione italiana è stata scritta insieme dai partiti politici che hanno combattuto e sconfitto il fascismo, condotto la lotta di Resistenza, promosso e vinto il referendum costituzionale per la Repubblica. Berlusconi, che è un fascista, un golpista e un amico di mafiosi ed evasori fiscali, vuole riscriverla da sola e pure a maggioranza la Costituzione al puro fine di stravolgerla, svuotarla e superarla.Ecco perchè proponiamo a tutte le forze dell'opposizione democratica di dare vita, e al più presto, a una grande manifestazione in difesa della Costituzione, della democrazia repubblicana e a favore della giustizia sociale e dei diritti dei lavoratori contro questo tentativo apertamente e dichiaratamente fascista e golpista.
da “ Liberazione” di venerdì 16 ottobreCaro compagno Ferrero, credo sia tempo di porti una domanda:perché respingi la proposta, avanzata dal Pdci – ma ormai fatta propria da tanta parte dei quadri e della base del Prc, dalla diaspora e dall’elettorato comunista – di unire i due piccoli partiti comunisti italiani?Non è una domanda retorica, un artifizio: è tutta quell’area, ormai vastissima ( anche esterna ai due partiti comunisti , che chiede l’unità, che non sopporta più di vedere i comunisti dissanguarsi, dividersi ) a portela. E’ una domanda vera: vorrebbero tutti conoscere i motivi di fondo (politici, teorici, tattici, strategici, quelli che siano) che ti spingono a dire no. Ti pongo la questione in questi termini poiché mai, in verità, né tu come segretario né il gruppo dirigente del Prc avete mai formulato una risposta chiara a proposito, che motivasse seriamente il no. E credo che questo rimuovere il problema sia anche irrispettoso, sia per chi la proposta l’ha avanzata che per quell’ormai vasto senso comune comunista che l’unità la vuole ed è già pronto a praticarla. Nel senso che se motivi profondi per il no ci sono è giusto che la nostra base li conosca e possa autonomamente riflettere. Va ricordato che nessuno – tra tutti coloro che propongono l’unità dei comunisti – pensa a fusioni a freddo, a pure sommatorie di gruppi dirigenti, a improvvisate scorciatoie unitarie. Pensano tutti ad un processo unitario (dai tempi tuttavia politici e non storici); si pensa ad una riflessione ed una ridefinizione politico teorica comune, come base avanzata dell’unità. Nell’appello per l’unità dei comunisti del 17 aprile 2008, nel documento dell’ultimo Congresso nazionale del Pdci, nello stesso documento de “l’Ernesto” al nostro ultimo Cpn, si parla chiaramente di un progetto di unità che si basi sull’autocritica per gli errori fatti da Prc e Pdci e che tale l’unità avvenga sia attraverso il terreno di un nuovo conflitto sociale comunemente vissuto che attraverso la ridefinizione comune di una piattaforma politica e teorica avanzata e adatta alla fase. E’ così che si concepisce il processo unitario e perché – dunque – un comunista non dovrebbe esserne interessato? E’ di buon senso, è facile capirlo, viverlo, organizzarlo. L’unità dei comunisti in un unico partito di lotta e cardine autonomo dell’unità della sinistra anticapitalista – oggi la Federazione – susciterebbe una nuova passione, sia tra i militanti uniti che nei compagni oggi senza partito.Perché, dunque, questo no ostinato?
Sai benissimo – la dura realtà italiana è sotto i nostri occhi – che siamo di fronte ad un regime reazionario di massa, che per i lavoratori, i precari, le donne, gli immigrati è durissima, che la sinistra è in grande difficoltà, che una primavera politica è lontana, che per i comunisti vi è persino il pericolo di estinzione. E’ anche da questo punto di vista – ad esempio – che la proposta di giungere ad un unico partito comunista e ad un obiettivo comune di 100 mila iscritti ( con sedi uniche, un unico giornale, commissioni di lavoro uniche, cose importanti anche alla luce delle nostre difficoltà economiche) appare di assoluto buon senso e, dunque, molto sentita e voluta da un numero sempre più alto di compagne e compagni.Perché no, allora? Non trovi giusto che i nostri compagni – dopo tutto questo tempo – ne conoscano finalmente i motivi?Posso aiutarti? A me sembra che la parte del nostro gruppo dirigente contrario all’unità ragioni più o meno così: “il Prc ha avviato profonde innovazioni, politiche e teoriche, e il Pdci non lo ha fatto”. Prendiamo sul serio questa argomentazione: quali sono queste nostre innovazioni? E’ stata un’innovazione la cancellazione, da parte nostra, della categoria dell’imperialismo? E’stata un’innovazione seria la scelta bertinottiana di affidare completamente il ruolo di “intellettuale collettivo” ( centrale nel pensiero gramsciano) allo spontaneismo dei movimenti ? E’ stata un’ innovazione positiva aver affermato ( Bertinotti e Gianni) che “ i dirigenti e gli intellettuali comunisti del ‘900 sono tutti morti e non solo fisicamente”? E’ stata mai delineata un’analisi profonda, critica ma non liquidatoria, della storia del movimento comunista, o una lettura seria delle nuove contraddizioni di classe in Italia, dei nuovi processi produttivi? No, mai. E’ stata innovativa la leadership – monarchica e mediatica – di Bertinotti e del suo gruppo dirigente sull’intero Partito? Ha prodotto – essa – una forma partito nuova, democratica, unitaria? Noi possiamo dire che il rapporto forte con i movimenti è stato certamente innovativo: ma perché dovremmo pensare che questa lezione non possa essere assunta dagli altri compagni?Insomma, se il gruppo dirigente del Prc crede di aver risolto il problema della rifondazione comunista ed essere in possesso delle nuove Tesi di Lione e in ragione di ciò non possa unirsi con i comunisti trinariciuti del PdCI, credo che saremmo nella falsa coscienza, nel senso che se c’è qualcosa di concretamente verificabile è che – al posto della rifondazione – il bertinottismo ci ha portati ad un passo dalla liquidazione comunista.Se la questione che si vuol porre, invece, è quella dell’inclinazione istituzionalista del PdCI è chiaro che – dopo il nostro Congresso di Venezia, il governo Prodi e le nostre cento esperienze subordinate negli Enti Locali – dovremmo più onestamente dire che il problema ( da superare) di tale inclinazione è ormai dell’intero – e piccolo, diviso – movimento comunista italiano.La questione è ancora quella della scissione del 98 ? D’accordo, per molti è ancora dolorosa. Tuttavia, dopo undici anni e con un regime di destra che toglie il respiro alla “classe” e al Paese non sarebbe meglio andare a vedere le carte, appurare cioè se la proposta unitaria è sincera, fattibile, se lo stesso progetto unitario – di fronte al dolore sociale dilagante – non sia più importante degli attriti passati ?C’è una tua argomentazione – Paolo – che ha fatto capolino negli ultimi tempi : l’unità tra comunisti non sarebbe praticabile perché – essendo unità tra diversi – porterebbe a nuove scissioni.La trovo un’argomentazione debole, dai caratteri speciosi e anche un po’ paradossale, nel senso che – seguendone il filo – per non rischiare una eventuale scissione domani si ratifica una profonda scissione oggi. In essa non si considerano alcune questioni; primo, il Pdci non è una cristallizzazione salina, ma è un’organizzazione fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da compagne/i esposti anch’essi al mutare del tempo sociale e politico, e oggi noi non siamo più di fronte al primo Pdci cossuttiano, ma ad una formazione in evoluzione e dalla forte pulsione unitaria, che occorre conoscere e non rimuovere pregiudizialmente; secondo, la tesi delle diversità non unificabili varrebbe – allora – anche all’interno del Prc, ove permangono diversità profonde tra varie tendenze comuniste. In verità, ciò di cui non si vuole prendere atto è che, essendo fallito il progetto di rifondazione comunista – come base primaria di un superamento e di un’unità condivisa e non burocratica delle varie “scuole” comuniste – ciò che ora occorre è ripartire dallo spirito originario che ci unì tutti dopo la Bolognina: una consapevole unità tra diversi avente lo scopo di giungere ad una sintesi alta delle differenze attraverso la pratica del conflitto condiviso e una ricerca politico e teorica antidogmatica, aperta, profonda – anche temporalmente lunga, ma seria – e volta alla costruzione di un partito comunista dotato di una prassi e di un pensiero della rivoluzione in occidente ( che nessuno, oggi, detiene).
Non trovi più razionale, compagno Ferrero, persino più appassionante, tentare di ricostruire, attraverso l’unità e attraverso le dure lezioni della storia che tutti abbiamo subito quel processo unitario che tanto ci appassionò dopo la Bolognina? Siamo convinti che questa strada è possibile: i militanti e i dirigenti Prc e Pdci e tanti compagni/e oggi senza partito sono in quest’ordine di idee e attendono fiduciosi.
«L'accordo separato firmato oggi tra gli industriali di Federmeccanica e Fim Cisl e Uilm, ormai ridotti al rango di sindacati 'giallì come negli anni Cinquanta, pronti ad accettare ogni ricatto e ogni richiesta dei padroni, è scandaloso, inaccettabile.Questa firma corrisponde, peraltro, al peggiore frutto avvelenato dell'accordo separato firmato lo scorso 22 gennaio da Confindustria, Cisl e Uil, senza la Cgil e con la complicità partecipe del governo Berlusconi e del ministro Sacconi». È quanto afferma in una nota Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se. «In tempi di gravissima crisi economica e sociale come questa, di fronte a salari sempre più da fame e ai profitti incredibili che gli industriali continuano a fare, si vogliono peggiorare ancora di più - e per contratto!- le condizioni salariali e di vita dei lavoratori metalmeccanici italiani -continua Ferrero- Invitiamo tutti i lavoratori metalmeccanici a opporsi con ogni mezzo a questo accordo e ad appoggiare la lotta della Fiom-Cgil, lotta sacrosanta e giustissima contro questo accordo separata. Come Rifondazione comunista, in questa lotta saremo in prima fila»Roma, 9 ott. 2009
Ci rivolgiamo a tutte le forze dell'opposizione per un'iniziativa comune a sostegno della richiesta delle dimissioni del Presidente del Consiglio.
La grave questione democratica aperta nel paese consiste nella pretesa del Presidente del Consiglio di far valere la propria volontà al di sopra e contro le istituzioni e le regole della democrazia. Questa pretesa ha acquistato inauditi caratteri di sopraffazione nell'intimidazioni e nelle offese rivolte in questi giorni alla Corte Costituzionale e allo stesso capo dello Stato. E' intollerabile che si pretenda di mettere a tacere le istituzioni di garanzia (dalla presidenza della Repubblica alla magistratura costituzionale e ordinaria, la libera stampa), che sono previste dalla carta fondamentale e da tutti i sistemi democratici proprio per controllare e se nel caso criticare chi detiene il potere politico di governo.
La richiesta delle dimissioni e un'iniziativa comune delle opposizioni sono altresì necessarie per porre all'attenzione del Paese la gravità della questione sociale e della democrazia anche nei luoghi di lavoro.
Proponiamo pertanto la convocazione di una manifestazione nazionale che ponga al suo centro la questione democratica e la giustizia sociale.
di Dino Greco,U una folla enorme. Piazza del Popolo stipata sino all'inverosimile, come pure tutte le vie d'accesso. Del tutto superfluo ingaggiare il consueto duello sulla stima delle presenze. Forte - e incoraggiante - anche la mobilitazione dei precari della scuola. Una buona giornata, insomma. Per quanto era in noi, abbiamo lavorato per il successo delle manifestazioni di ieri e siamo soddisfatti di avervi portato un visibile contributo. Di partecipazione, innanzitutto, ma non solo. Dico di partecipazione perché, da quando mondo e mondo, è la presenza delle persone, sono i loro slogans, i messaggi impressi negli striscioni e nei cartelli, è il "tono" emotivo che attraversa la piazza a dare il segno, la cifra dell'evento, a decretarne il successo ed il significato. Spesso persino oltre le intenzioni dei promotori. Lì si esprime una creatività, un'autodeterminazione collettiva che diviene - immediatamente (nel senso letterale del termine: senza mediazioni) - un fatto politico. Dove la politica non è più amministrata dal ceto autistico che pretende di custodirla in esclusiva, ma diventa protagonismo, partecipazione attiva, l'esatto contrario del rapporto unilaterale che sovrappone chi ha il monopolio della parola, scritta o parlata, a chi invece può solo ascoltare. In piazza bisogna volerci venire. E' una libera scelta che implica un certo grado di consapevolezza. E, soprattutto, la voglia di contare. E' la democrazia che si organizza. C'è, in queste osservazioni, un sovraccarico retorico? Forse. C'è un eccesso di ottimismo? Forse. Ma nella situazione data bisogna pur cogliere - e sospingere - ogni sussulto di protesta, di opposizione al processo degenerativo che sta minando, sin nelle fondamenta, la Repubblica e la sua Costituzione. Gli avversari della mobilitazione di ieri hanno in questi giorni sollevato l'obiezione che dietro il pretesto della difesa della libertà di stampa e del pluralismo vi sia soltanto un complotto politico antiberlusconiano, ordito e guidato da un centro di potere politico e mediatico del tutto speculare a quello dominato dal caudillo di Arcore. Ora, che nel "partito di Repubblica" non si risolva affatto il tema di una informazione davvero libera e indipendente è chiaro come il sole. Ma lo è altrettanto che il reggimento totalitario di Berlusconi, la sua propensione ad eliminare qualsiasi pur tenue elemento di pluralismo, nell'informazione come nella dialettica politica, persino dentro il proprio genuflesso schieramento, fa sì che la costruzione di un tessuto democratico abbia come precondizione il tramonto di un potere personale che rappresenta un pericolo permanente. Che poi vi sia chi attende di raccogliere i frutti da questo scuotimento senza alterare ed anzi preservando i rapporti sociali e politici esistenti è del tutto evidente. L o dimostra il ben diverso peso che la "libera" stampa ha assegnato alle conpulsive patologie sessuali del premier rispetto ai contenuti della politica economica e sociale del suo governo, rivolta a fare a pezzi l'intero sistema dei diritti e il bilanciamento dei poteri fissato dalla carta costituzionale. Bisogna tenerne conto. E riflettere sul fatto che tutto ciò che si muove - socialmente e politicamente - fuori dall'universo bipolare, semplicemente non esiste. Sostenere dunque che in Italia c'è libertà di stampa per il sol fatto che una trasmissione - sia pure sotto schiaffo - ha potuto dire peste e corna di Berlusconi, non sta né in cielo né in terra. Un'ultima, credo fondamentale considerazione. Tutta la politica e, nondimeno, lo stesso oligopolistico mondo dell'informazione, si possono muovere dentro una bolla sospesa e autoreferente perché dentro la società langue, ristagna, o nella migliore delle ipotesi muove passi incerti e intermittenti, la mobilitazione sociale. E' tempo immemorabile che il mondo del lavoro è rinculato dentro una pura difesa corporativa (a dire il vero fragile anch'essa), incapace di rappresentare un punto di riferimento davvero alternativo per l'insieme della società, e per gli intellettuali (se mai ne esistono ancora) di questo Paese. Lo stesso si può dire per i movimenti. Finché queste soggettività non riusciranno a ritrovare parola, proposta e capacità di attrazione, l'anomia sociale continuerà a specchiarsi nel - e ad alimentarsi del - caravanserraglio mediatico, in primis quello televisivo. Che pare, sempre di più, un universo parallelo, dove i problemi della gente entrano - quando entrano - solo di striscio e senza lasciare traccia. Perché tutto il resto è un potente anestetico, propinato con martellante, metodica pervasività, attraverso la quasi totalità dei palinsesti televisivi. Un documentario ( Videocracy ) che circola quasi clandestino in poche sale cinematografiche mostra con rara efficacia come la passivizzazione di massa - scientificamente coltivata - possa diventare il terreno propizio per avventure reazionarie. Ricordate la vecchia (e quanto preveggente) canzone di Enzo Jannacci degli anni settanta che recitava: «la televisiun la ga na fôrza de liun, la televisiun la ta rent come 'n cujun»: «la televisione ha una forza da leone, la televisione fa di te un coglione»)? A questo punta - con luciferina consapevolezza - Silvio Berlusconi. Da oggi gli sarà più difficile.