sabato 30 maggio 2009

Bankitalia, «i disoccupati potranno arrivare al 10%»

Le considerazioni finali di Draghi prevedono un crollo del Pil nel 2009 del 5%




L'Italia non è mai uscita dalla crisi economica del 1992/94 e oggi Mario Draghi, governatore della banca d'Italia, nella sua relazione annuale lo ha ricordato con preoccupazione: sono stati venti anni di salari e consumi bassi, economia stagnante, tasse troppo alte. «In Italia la crisi mondiale determinerà, secondo le previsioni più aggiornate, una caduta del Pil di circa il 5 per cento quest’anno, – ha detto nelle sue considerazioni finali - dopo la diminuzione di un punto nel 2008». E il futuro, nonostante lo sbandierato ottimismo del presidente del Consiglio, non è affatto roseo: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione - ha detto stamattina - provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d’opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull’economia reale. Il ritorno a una crescita duratura richiede che l’economia internazionale si riprenda stabilmente, che la debolezza del mercato del lavoro non si ripercuota ancora più duramente sui consumi interni, che si rafforzi la struttura del nostro sistema produttivo». Via alle riforme strutturali ponendo la massima attenzione al riequilibrio dei conti pubblici e al credito più attento alle imprese che in questi mesi hanno trovato troppo spesso lo sportello delle banche chiuso: «Secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego a una richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni novanta; era meno di un anno fa. Oltre il 10 per cento delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati». I lavoratori stanno pagando duramente la crisi e il governatore di palazzo Koach prevede un innalzamento della disoccupazione che potrebbe arrivare al 10%, ma i lavoratori vanno protetti: «Va colta oggi l’occasione per una riforma organica e rigorosa, che razionalizzi l’insieme degli ammortizzatori sociali esistenti e ne renda più universali i trattamenti. Non occorre rivoluzionare il sistema attuale. Lo si può ridisegnare intorno ai due tradizionali strumenti della Cassa integrazione e dell’indennità di disoccupazione ordinarie, opportunamente adeguati e calibrati. Essi andrebbero affiancati da una misura di sostegno al reddito per i casi non coperti». E le imprese più solide dovrebbero stare attente a garantire il mantenimento delle professionalità interne.Nel 2009 il disavanzo pubblico supererà il 4,5% e nel 2010 il 5% e la spesa pubblica supererà il 50% del Pil, il rischio secondo Draghi è che la politica economica si avvii sulla stessa strada degli ultimi 15 anni che ha portato a una bassa crescita e a una pressione fiscale elevata invece «dobbiamo, da subito, puntare a conseguire una più alta crescita nel medio periodo».Un altro tema da affrontare è quello dell'evasione fiscale che Bankitalia stima in più del 15% dell'attività economica. Questo riduce la competitività delle imprese, determina iniquità e disarticola il tessuto sociale mentre una lotta all'evasione consentirebbe anche di ridurre le tasse.Draghi ha parlato anche di riforme e ha agitato lo spauracchio dell'innalzamento dell'età pensionabile che secondo il governatore «innalzerà sia il reddito disponibile delle famiglie sia il potenziale produttivo dell’economia» e assicurerà pensioni di importo medio adeguato.

giovedì 28 maggio 2009

Il voto alla Lista comunista: per ripartire rinnovandosi


In questi anni la sinistra ha commesso una sequela di errori gravissimi.Dall'ultimo governo Prodi ha portato a casa pochi risultati concreti per i lavoratori e per le fasce deboli della popolazione deludendo molte aspettative.La sinistra è stata vista come attiva solo su tematiche di nicchia e sempre sulla difensiva, su battaglie giuste ma insufficienti da sole come quella sui PACS o sulla guerra e così i lavoratori abbandonati si sono spostati ulteriormente a votare Lega e Berlusconi.Eppure da quando la sinistra non è più in Parlamento tutto va peggio.La deriva reazionaria e anti-popolare del governo pare inarrestabile, il PD non ha più nessun tipo di ancoraggio a sinistra e si sposta verso il centro.Di Pietro ottiene visibilità nell'attaccare Berlusconi (anche sulle televisioni di Berlusconi) per poi votare come lui su cose importantissime come il federalismo in salsa leghista.Per questo nonostante tutto la sinistra va salvata.Ora più che mai, perché non avremo più"prossime volte": se a queste elezioni la sinistra non supererà lo sbarramento (unico in Europa) voluto dalla destra, rischiamo di non avere più una sinistra politica in Italia. Questo sarebbe davvero un prezzo troppo alto per tutti noi.Ci rammarichiamo - di nuovo - che mentre Rifondazione e PdCI si univano, ci sia stata una ulteriore divisione con la scissione di Vendola e di Sinistra Democratica che hanno presentato una loro lista a parte con socialisti e verdi.Incollato un pezzo se ne perde un altro: davvero una cosa folle.Abbiamo una grande paura: che la sinistra divisa tra Lista Comunista e Sinistra e Libertà si fermi con entrambe le liste sotto il 4%: sarebbe il suicidio della sinistra.Per questo facciamo un calcolo che potrà sembrare cinico ma che in momenti di emergenza non possiamo evitare: votiamo chi ha speranze di farcela, sperando che sarà un modo per riaggregare tutti, per amore o per necessità, in futuro.Sappiamo che la maggior parte dei sondaggi elettorali costantemente dice che la lista di Sinistra e Libertà si attesterà attorno al 2,5%, una distanza dal 4% della soglia davvero troppo alta per essere colmata da rimonte o errori di calcolo.La lista di Rifondazione e Comunisti Italiani invece è quella più vicina alla soglia del 4% per la maggior parte dei sondaggi da un mese a questa parte, ultimo dei quali quello pubblicato su Repubblica il 22 maggio.Per questo pensiamo che serva concentrare il voto sulla lista con la falce e martello e non disperderlo o cedere all'astensionismolo diciamo sapendo che tante e tanti a sinistra credono nel progetto di Sinistra e Libertà o che sono tentati dal voto di protesta a Di Pietro, ma è il momento di una scelta determinante, quella di salvare la sinistra.Per questo, noi cittadini di sinistra, elettori, militanti, incazzati e stanchi come tantissimi di noi, votiamo la falce e martello sperando che sia il modo di dare alla sinistra, tutta, senza eccezioni, l'utlima possibilità: la possibilità di ripartire rinnovandosi, unirsi e darsi concretezza.

mercoledì 27 maggio 2009

AL FONDO DELLA SICUREZZA

La Saras uccide. Nella fabbrica petrolchimica di Sarroch, di proprietà di Gianmarco e Massimo Moratti, ieri tre operai di una ditta esterna, la Comesa srl, che facevano lavori di manutenzione in un grande serbatoio per il gasolio, sono morti avvelenati da esalazioni probabilmente di azoto. Si chiamavano Bruno Muntoni, 52 anni, Daniele Melis, 26 anni, e Pierluigi Solinas, 27 anni. Tutti di Villa San Pietro, un piccolo paese a una trentina di chilometri da Cagliari. E' stato Pierluigi Solinas, poco dopo le 13,30, il primo a entrare nel silos . Si è subito sentito male ed è cascato all'interno

Il 6 e il 7 giugno chiudiamo l'epoca berlusconiana

su Liberazione del 27/05/2009

Caro Direttore,ho sempre creduto che Silvio Berlusconi non avrebbe dovuto essere votato nemmeno dai suoi famigliari (vedo che sua moglie ha chiesto il divorzio…) perché un uomo, che ha sempre pensato esclusivamente a fare i propri interessi e che dice improvvisamente di essere stato “unto dal Signore” e “scende in campo” per fare gli interessi di tutto il popolo italiano, non mi ha mai convinto. Soprattutto, perché lo dice quando perde definitivamente il suo munifico protettore (fuggito all’estero per sfuggire alla giustizia italiana).Infatti, non ha fatto altro che delle leggi a proprio vantaggio, l’ultima delle quali è nota col nome di “lodo Alfano”. Senza questa legge, dopo la motivazione della sentenza Mills, dovrebbe essere processato per corruzione (fra l’altro, è lecito sospettare che non sia l’unica volta), perché da essa risulta che lo ha corrotto per coprire le proprie illegalità.Vedo che l’Italia dei Valori ha presentato in Parlamento una mozione di sfiducia contro Berlusconi: dovrebbero senz’altro votarla almeno le altre cosiddette opposizioni, il Pd e l’Udc. Ma, soprattutto, è nel Paese che le elettrici e gli elettori il 6 e 7 giugno prossimi dovrebbero finalmente chiudere con Berlusconi: dopo essere stati abbagliati da lui per 15 anni sarebbe veramente ora che riaprissero gli occhi! O dobbiamo attendere almeno un ventennio?Cordiali saluti.Gilberto Volta

sabato 23 maggio 2009

SE SEI DI SINISTRA, DILLO FORTE

di Pietro Ingrao

Viviamo il tempo buio di una crisi inedita e strutturale del capitalismo, una crisi economica, sociale, ambientale e alimentare determinata da decenni di politiche neoliberiste: si apre la strada ad una vera e propria crisi di civiltà il cui emblema è la guerra tra i poveri. Il rischio è l’uscita da destra dalla crisi: la progressiva frantumazione del mondo del lavoro, il passaggio dal welfare alla carità, lo svuotamento della democrazia, resa sempre più impermeabile ai conflitti e ai soggetti sociali, e la ripresa di ideologie nazionaliste, razziste, fondamentaliste, sessiste e omofobe. È un processo che in Italia assume il volto di un nuovo autoritarismo - quello plebiscitario e populista del berlusconismo – che potrebbe essere rafforzato da una ulteriore deriva maggioritaria e dalla cancellazione definitiva di ogni possibile rappresentanza dell’opposizione sociale. Noi ci battiamo per una uscita da sinistra dalla crisi e per questo motivo sosteniamo la lista anticapitalista e comunista a cui hanno dato vita esponenti dei movimenti altermondialista, femminista, pacifista, ambientalista, antirazzista, LGBTQ assieme a Rifondazione comunista - Sinistra Europea, Comunisti italiani, Socialismo 2000 e Consumatori Uniti. Un progetto di critica radicale e profonda alle politiche neoliberiste che in Europa hanno accomunato popolari, liberali e socialisti, cioè tutti i partiti attualmente presenti nel parlamento italiano. Sosteniamo la lista anticapitalista e comunista per mantenere aperta la strada dell’alternativa, in Italia e in Europa. Un voto utile per proporre un’uscita da sinistra dalla crisi, per rafforzare un’ipotesi di ricostruzione della sinistra basata sulla connessione fra diversi soggetti del conflitto e culture critiche, fra vertenze territoriali e movimenti globali, fra ambiente e lavoro, fra uguaglianza e libertà: una sinistra che non abbia rinunciato ad elaborare un pensiero forte dalla parte dei deboli, alla sfida per l’egemonia e la costruzione di un nuovo senso comune. Pensiamo in primo luogo ad un voto d’ascolto di questa giovane generazione di invisibili, o meglio di invisibili alla politica, che sembrava condannata, dalla precarietà del lavoro, dei saperi, delle vite a non poter immaginare il futuro, a non poter lottare per il futuro, e che ha invece trasformato la propria atipicità nell’anomalia di un’onda che ha invaso, con gioia e rabbia, scuole, università, città; che ha reclamato diritto alla conoscenza, cittadinanza, reddito sociale; che ha nominato la contraddizione tra il capitale e le vite con parole – noi la crisi non la paghiamo- che hanno connesso le tante lotte e vertenze di questi mesi. Un voto che tenga aperta la speranza, che apra la strada all’aggregazione della sinistra anticapitalista, comunista e della sinistra socialista.Perché il futuro si può ancora scrivere,
il 6 e 7 giugno votiamo COMUNISTA

FIRMA L'APPELLO SUL SITO www.unaltraeuropa.eu IN FAVORE DELLA LISTA ANTICAPITALISTA

giovedì 21 maggio 2009

FERRERO, PRC: CASO MILLS, BERLUSCONI SI DEVE DIMETTERE. RACCOLTA FIRME E PRESIDIO DEL PRC DOMANI A MONTECITORIO.

Dopo la sentenza sul caso Mills, Berlusconi ha un’unica strada davanti a sé, quella delle dimissioni perché ritenuto corruttore dai giudici di Milano, non ha più l’autorità morale per fare il presidente del Consiglio. Per quanto riguarda il lodo Alfano, che oggi protegge Berlusconi da qualsiasi processo, deciderà il referendum popolare per il quale sono state raccolte, anche grazie all’opera di Rifondazione comunista, oltre un milione di firme. Ma al di là dello scudo offerto dal lodo Alfano al premier, è Berlusconi stesso che deve lasciare l’incarico istituzionale perché manca dei requisiti morali.Rifondazione comunista partirà, sin da oggi, con una raccolta di firme popolare affinché Berlusconi si dimetta e domani organizzerà un presidio in piazza Montecitorio, a partire dalle ore 12, per chiedere a Berlusconi una sola cosa: dimettersi.

mercoledì 20 maggio 2009

Berlusconi si dimetta! Presidio davanti la Camera dei Deputati

Roma - «Dopo la sentenza sul caso Mills, Berlusconi ha un'unica strada davanti a sè, quella delle dimissioni perchè ritenuto corruttore dai giudici di Milano, non ha più l'autorità morale per fare il presidente del Consiglio». Lo afferma Paolo Ferrero, segretario del Prc.
« Per quanto riguarda il lodo Alfano, che oggi protegge Berlusconi da qualsiasi processo - spiega - deciderà il referendum popolare per il quale sono state raccolte, anche grazie all'opera di Rifondazione comunista, oltre un milione di firme. Ma al di là dello scudo offerto dal lodo Alfano al premier, è Berlusconi stesso che deve lasciare l'incarico istituzionale perchè manca dei requisiti morali». Ferrero annuncia che «Rifondazione comunista partirà, sin da oggi, con una raccolta popolare di firme affinchè Berlusconi si dimetta e domani organizzerà un presidio in piazza Montecitorio, a partire dalle ore 12, per chiedere a Berlusconi una sola cosa: dimettersi».

martedì 19 maggio 2009

G8 Torino: solidarietà con i manifestanti caricati dalla polizia!

GIOVANI COMUNISTI

Questa mattina, durante una manifestazione che vedeva centinaia di studenti protestare fuori il Castello del Valentino a Torino, nel quale si teneva il vertice sull'istruzione superiore nell'ambito del G8 Istruzione, la polizia ha risposto a lanci di uova e lacrimogeni con cariche di alleggerimento e manganellate.
La compagna Eleonora Forenza, Responsabile scuola della segreteria nazionale di Rifondazione comunista, è uscita da uno scontro con gli agenti con il braccio fratturato e ferite alla testa.Il ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi, parlando degli scontri, ha affermato "Si tratta di una minoranza che non va drammatizzata, ma neppure sottovalutata. Nel passato, piccoli gruppi di estremismo di sinistra hanno creato il terreno di coltura proprio del terrorismo".
Non possiamo più stare zitti. Di fronte ad un governo che ci chiama terroristi, estremisti, e che con i suoi provvedimenti fascisti e xenofobi mette in pericolo la stessa tenuta democratica e civile del Paese; di fronte a un apparato di stato repressivo che risponde con violenza sproporzionata alle giuste rivendicazioni dei soggetti in lotta; di fronte alla restrizione di quei diritti costituzionalmente sanciti come quello di manifestazioni, non possiamo più stare zitti. E' nostro dovere reagire. Dobbiamo riaffermare con forza che non ci lasceremo intimidire da queste azioni da Stato di polizia, e che continueremo a lottare per difendere il diritto all'istruzione, al lavoro, alla democrazia.

lunedì 18 maggio 2009

Barbara aggressione della polizia agli studenti a Torino

Rifondazione Comunista denuncia con forza la barbara aggressione avvenuta stamattina a Torino da parte delle forze dell’ordine agli studenti e ai ricercatori che protestano contro il G8 University Summit.Negli incidenti è stata aggredita e ferita, tra gli altri, Eleonora Forenza componente della Segreteria Nazionale del Prc-Se, responsabile dell’area della Conoscenza.Molti tra studenti e ricercatori sono stati arrestati impedendo loro di esercitare il diritto al libero dissenso pacifico.Il Prc-Se chiede con forza che si consentano le dimostrazioni contro una riunione illegittima dei rettori europei e chiede, altresì, la liberazione degli studenti in stato di fermo. E’ quindi di fondamentale importanza una massiccia partecipazione di tutte le compagne ed i compagni del partito che potranno raggiungere Torino alla manifestazione di domani, 19 maggio 2009 che partirà da Palazzo Nuovo (Via Sant’Ottavio nei pressi della scalinata della Facoltà Umanistica) alle ore 10,00.

Roma, 18 maggio 2009

sabato 16 maggio 2009

La coerenza non è più un valore di moda...

Lettera aperta a Franceschini e Di Pietro

A Franceschini e Di Pietro

Ho letto e apprezzato le vostre parole contro la deriva razzista del governo. Ma credo che, soprattutto in politica, la coerenza sia un valore molto importante. E allora vi chiedo, e chiedo anche ai vostri elettori, perché al vostro ‘no' al ddl sicurezza non è corrisposto, in Europa, al Parlamento europeo, un vostro ‘no' alla direttiva sui rimpatri, meglio conosciuta come ‘direttiva della vergogna'. Quel testo, approvato lo scorso giugno con 369 voti a favore, 197 contro e 106 astensioni, sancisce in particolare quattro norme che consideriamo assolutamente vergognose: il prolungamento della detenzione nei centri di permanenza temporanea fino a un massimo di 18 mesi; la possibilità di detenzione, in determinati casi, anche per i minorenni non accompagnati; il divieto di ritornare in Europa per cinque anni dopo il primo ingresso "illegale"; la possibilità di espulsione dei migranti non solo verso il Paese di provenienza, ma anche verso altri Stati (senza la garanzia che siano Paesi in cui si garantisce il rispetto dei diritti fondamentali).Nonostante la richiesta giunta da Ong, associazioni, Capi di stato, intellettuali e alti rappresentanti del Vaticano di votare contro la direttiva, i parlamentari in quota Pd, ovvero ex Ds ed ex Margherita, si sono astenuti. I liberali, il gruppo dove siederanno gli eletti dell'Italia dei valori, si sono addirittura espressi a favore. Il gruppo di cui faccio parte, il GUE (dove confluiranno tutti gli eletti di Rifondazione comunista alle prossime europee) ha votato invece contro la direttiva. Chiedo allora a Franceschini e Di Pietro come sia possibile che la battaglia per i diritti dei migranti sia negoziabile a seconda delle condizioni politiche: se si fa opposizione, su questi temi, in Italia - come giustamente anche il centrosinistra sta facendo - è necessario mantenere la stessa posizione in Europa. O quanto meno, spiegare ai propri elettori il perché di questa schizofrenia...

CRISI E’ FRUTTO DI POLITICHE LIBERISTE. TASSARE I RICCHI, AUMENTARE STIPENDI E PENSIONI.

Berlusconi e Franceschini si attaccano a vicenda, sul tema della crisi economica, senza avanzare proposte, in un clima da beghe di cortile.L’unica verità è che la crisi è il frutto delle politiche liberiste di questi anni che hanno tagliato stipendi e pensioni. Il governo Berlusconi continua a perseguire politiche liberiste investendo risorse solo per salvare banche e banchieri da un lato e per limitare gli stipendi dei lavoratori dall’altro, riducendo il loro valore e il loro potere d’acquisto. Unico modo per uscire dalla crisi è quello di rovesciare le politiche liberiste aumentando le tasse e cioè prendendo i soldi dai ricchi per aumentare stipendi e pensioni. Per trovare le risorse necessarie a fare questo, e cioè ad aumentare stipendi e pensioni, basterebbe introdurre una tassazione più alta e più severa sui grandi patrimoni e le grandi ricchezze come pure mettere un tetto agli stipendi dei manager.

giovedì 14 maggio 2009

Ferrero,Prc: condivido le parole di Napolitano, ma è il Governo che diffonde intolleranza e xenofobia

Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se.

"Condividio pienamente l`allarme lanciato dal presidente della Repubblica Napolitano che anche in Italia si stanno diffondendo accenti di intolleranza e xenofobia. Purtroppo, il porblema è che non siamo già più solo nel campo della "retorica pubblica", come dice il presidente, ma in quello della pratica politica quotidiana. La retorica razzista non nasce dal nulla, ma da atti concreti, come quelli dell`attuale governo e della sua maggioranza che proprio oggi ha approvato un ddl sicurezza che è un provvedimento razzista, incivile ed evidentemente illegale perché contrario alla convenzione dei diritti dell`Onu, convenzione ratificata anche dall`Italia. E` il governo che alimenta l`intolleranza, la xenofobia e la paura, nella retorica pubblica e nei suoi comportamenti quotidiani, con conseguenze imprevedibili, in un contesto di grave crisi economica come l`attuale."

martedì 12 maggio 2009

Razzismo a liste unificate

Anche un riformista, quando occorre, dev’essere duro, spiega il segretario del Pd imbufalito contro la Lega che respinge alla frontiera i «clandestini» e chiede autobus separati per gli extracomunitari. «Tornano le leggi razziali!» (che sarebbe ora di chiamare «razziste», visto che le razze non esistono). Franceschini ha ragione. Non si è mai abbastanza netti contro una vergogna che rischia di riportarci nell’Alabama degli anni Cinquanta e delle battaglie anti-apartheid di Lee Rose Parks. Apprezziamo la sua reazione, condividiamo la sua collera.Tutto bene, dunque. Anzi, tutto male.Beninteso, nel merito nulla da eccepire. Lo sdegno per l’«orrendo» razzismo leghista è anche nostro. Ma come può il segretario democratico inscenare questa commedia mentre i suoi, in giro per l’Italia, fanno tutt’altro? Franceschini si muove sulla scena politica nazionale, sotto i riflettori del circo mediatico. Confida che i fatti della periferia rimangano nell’ombra: la sinistra (si fa per dire) finge di ignorare quel che fa la destra (in senso proprio). Ma poi le notizie circolano. E non sono affatto esaltanti.Non alludiamo alle gesta dei sindaci e degli assessori-sceriffi targati Pd che perseguitano i «clandestini» con uno zelo degno di Tosi e Gentilini. E che – sia ben chiaro – hanno dato il loro bravo contributo alla deriva razzista che ci travolge. Oggi c’è, se possibile, di peggio. C’è che il Pd stringe alleanze organiche con la Lega di Borghezio e Maroni per le amministrative, presenta candidati sindaci con liste unitarie, disegna simboli elettorali nei quali l’elegante silouhette di Alberto da Giussano si accompagna, brando sguainato, all’irenica icona del ramoscello d’ulivo di prodiana memoria.È quanto accade a Recoaro, ridente località termale del vicentino, dove Lega e Pd si battono, fianco a fianco, per fare di Franco Perlotto il primo cittadino. Proprio così. Gli alfieri della Costituzione alleati dei rondisti pagani. Incredibile, ma vero. E alquanto imbarazzante.In verità, ai leghisti la cosa va benissimo. A Recoaro contavano poco o nulla. In questi dieci anni sono stati ai margini della vita politica, e questo accordo potrebbe rimetterli in gioco. Sono euforici, dopo lo «storico» respingimento in Libia degli ultimi invasori. Hanno celebrato, proprio a Vicenza, i gloriosi Stati generali del Nord. E ora scrivono senza remore che Perlotto è il candidato giusto per «portare il cambiamento che tutti stiamo aspettando». Sappiamo qual è. Se ne fidano – del Perlotto – perché lo sanno capace di «valorizzare la cultura etnica», di «rendere coeso lo spirito di appartenenza», di esaltare «la peculiarità della vita in contrada». Rilanciando il formaggio recoarese e gli «gnochi con la fioreta».No, l’imbarazzo corre tra le file democratiche, che vacillano e recalcitrano. Il coordinatore del circolo Pd di Recoaro ammette: l’unità di intenti con la Lega «può sembrare strana». Quindi chiarisce: per il «bene di Recoaro», questo e altro: bando a «divisioni, beghe, interessi di bottega!». Peccato che la questione stia proprio lì. In politica non ci si divide soltanto per biechi motivi personali, ma proprio per le diverse concezioni del bene comune. Perlotto minaccia di occuparsi anche degli scuolabus per le elementari di Rovegliana. Brivido. In che consisterà, al riguardo, il «bene di Recoaro»? Per riorganizzare il servizio Perlotto si consulterà con l’onorevole Salvini (quello degli «autobus per i negri»)? O chiederà all’onorevole Cota (quello delle «classi speciali per gli extracomunitari»)?Bene o non bene comune, Franceschini farebbe bene a spiegare come sia possibile tutto questo e che cosa ne pensino lui e il suo partito. Farebbe bene a dirlo anche l’onorevole Fiano, che attende impaziente la presa di posizione di Capezzone e Cicchitto sui deliri del Salvini: dica lui, piuttosto, come valuta le scelte dei suoi in quel di Recoaro.Dopodiché, c’è l’ultima perla. Insieme per il Perlotto non corrono solo democratici e leghisti, ma anche i socialisti di Nencini, quelli di Sinistra&libertà. Qui la nostra sorpresa diventa costernazione. Ma come, un pezzo della sinistra a braccetto coi razzisti? I socialisti di Bobo Craxi e De Michelis insieme ai seguaci del senatùr? Lo sa il compagno Vendola? E non ha nulla da dire?L’anno scorso battibeccavamo sull’identità. Bei tempi, oggi lontani. Oggi, ci sono le elezioni, mica storie. Per un consigliere in più non si guarda a queste fisime, figuriamoci per un sindaco. Così vanno le cose in questa Italia berlusconizzata sino alle midolla. Lo sappiamo, ma tutto questo ci sembra vagamente osceno. E ci conferma nel convincimento che l’identità conta, è una cosa terribilmente seria. Per chi ce l’ha e anche per chi, purtroppo, l’ha persa da tempo.

lunedì 11 maggio 2009

Sondaggio Predict09.eu

La rilevazione proposta da Predict09.eu e curata da politologi inglesi si basa su una metodologia complessa: intenzioni di voto, statistiche sulla fiducia e tendenze passate.
Il centrosinistra sarebbe oltre il 45%, con la maggioranza ferma al 39. Dati che ci paiono inverosimili proprio considerando non solo i sondaggi, ma anche le tendenze di voto e il clima politico in atto dal 2007.
DATI:

P.D.L. 32.0%
P.D. 30.0%
LEGA NORD 6.9%
ITALIA DEI VALORI 6.7%
UDC 5.4%
RIFONDAZIONE-COMUNISTI ITALIANI 5.3%
AUTONOMIA (LA DESTRA-PENS.-ADC) 3.7%
SINISTRA E LIBERTA' 3.3%

martedì 5 maggio 2009

Che fine hanno fatto i Giovani Comunisti?

Che fine hanno fatto i Giovani Comunisti? Cosa ne è, oggi, di quella che in questi anni è stata la croce e la delizia del partito? Capace delle migliori innovazioni (l’internità ai movimenti come scelta fondativa, la critica allo statuto monosessuato dell’organizzazione e del partito, la ricerca continua della coerenza tra pratiche e analisi teoriche) e apripista delle peggiori degenerazioni (la tendenza all’«oltrismo» e alla liquidazione di sé, la prassi oligarchica e auto-referenziale dei gruppi dirigenti, la totale distonia tra il dire e il fare). In estrema sintesi è accaduto questo: abbiamo subìto una scissione pesante e dolorosa, tanto più dolorosa in quanto architettata con inganno in lunghi mesi nei quali essa veniva solennemente negata; e abbiamo assistito con senso di impotenza allo sfilacciamento dell’organizzazione in numerosi territori, nonché alle baruffe, prevedibili ma frustranti, che sono seguite all’annichilimento degli organismi dirigenti centrali (l’esecutivo si è estinto a causa dell’uscita dal partito di tutti i suoi membri, il coordinamento nazionale a causa della scelta di alcuni compagni di non riconoscere più, ad esso, legittimità). In queste condizioni, il rischio è molto grave: se non interviene un’assunzione di responsabilità che sceglie di portare l’organizzazione fuori dalle secche di questa impasse, i Giovani Comunisti non esistono più, spariscono per consunzione. Si sciolgono, esattamente come per anni ha provato a fare, senza riuscirvi, una linea politica fallimentare che dalla montagna del mito zapatista e delle «moltitudini ribelli» ha partorito il topolino di una scissione di minoranza con annessa esperienza elettorale con gli eredi del Psi di Bettino Craxi. Ma, per evitare questo esito, serve, appunto, una scelta. Un’assunzione di responsabilità. Non è impossibile, basta chiarirsi sulla prospettiva e provare a sperimentare i buoni propositi su alcuni terreni concreti di iniziativa politica. La prospettiva. Da anni denunciamo l’esistenza nel nostro Paese di una macroscopica «questione giovanile», ad indicare la drammatica esposizione delle giovani generazioni agli effetti delle politiche di ristrutturazione neo-liberista. Oggi la crisi – abbiamo detto – ne amplifica terribilmente le proporzioni. Alla devastazione del tessuto sociale (il neo-liberismo e ora la sua crisi producono disoccupazione di massa, licenziamenti, emergenza abitativa, l’espulsione dal ciclo formativo di centinaia di migliaia di studenti-lavoratori) si somma la desertificazione delle reti sociali della sinistra: non esiste più, a maggior ragione con la nascita del Pd, alcuna organizzazione giovanile di massa; le strutture studentesche tradizionali sono – con pochissime eccezioni – ai minimi storici; i movimenti, quando esistono, sono deboli, sconnessi tra loro e attraversati da forti tendenze anti-politiche.Ad aggravare ancora di più il quadro, agisce a monte quella cronica separazione tra la politica e le dinamiche materiali della società e della vita quotidiana che è all’origine della crisi di credibilità dell’intero sistema politico e che, tra le giovani generazioni, assume una portata assai rilevante. Al punto che è consentito che spopolino, nei luoghi della nostra generazione, i valori della classe dominante senza che nessuno, organicamente, opponga una cultura e un pensiero critico potenzialmente egemonico. In questo deserto devono riattivarsi i Giovani Comunisti. Al fine di costruire le lotte, di connetterle dove già esistono, di contrastare dentro la crisi la fortissima spinta a destra che si determina nel cuore della nostra generazione. Azzardo: al fine di rimettere a tema – non disgiuntamente da questo lavoro di lotta – l’idea della trasformazione della società capitalistica e l’idea di un comunismo inteso come compimento di una democrazia radicale che si fa strumento della partecipazione diretta dei soggetti collettivi e dei singoli.È un compito immane, che non può assolvere in alcun modo un’organizzazione teleguidata dalle componenti del partito secondo logiche di lottizzazione. È un compito che può assolvere soltanto una struttura che ritrova l’orgoglio di sé e la dignità della propria autonomia, a partire dall’iniziativa politica e sociale di queste settimane.Individuo quattro priorità. La prima: una campagna di massa contro gli effetti della crisi, spiegando con chiarezza le sue cause (la sovrapproduzione, la compressione salariale) e la sua natura (crisi sistemica, strutturale) e provando in questo a connettere bisogni materiali e proposte politiche: il salario sociale per i disoccupati e i giovani in cerca del primo impiego, il salario minimo orario garantito, l’abrogazione della forma contrattuale del contratto a progetto, sostegni straordinari al reddito indiretto. La seconda priorità: far vivere questa connessione dentro una campagna elettorale nel corso della quale abbiamo l’occasione di mettere a valore – anche a livello giovanile – il percorso unitario che Rifondazione comunista ha avviato dando vita alla lista comunista e anticapitalista. Possiamo finalmente unire le forze e incontrare centinaia di migliaia di giovani, le loro aspirazioni e i loro progetti. E ancora: le mobilitazioni contro il G8. Dopo Siracusa viene Torino, con il contro-vertice sull’Università e la formazione, e poi il G8 conclusivo, che Berlusconi ha trasferito proprio all’Aquila. È un’occasione straordinaria per riannodare i fili di un rapporto, quello con i movimenti di lotta, interrotto dal connubio esiziale di autoreferenzialità e impalpabilità che ha contraddistinto la nostra iniziativa negli ultimi anni; e per mettere in pratica il nostro investimento sulla ricostruzione di un conflitto sociale generalizzato di cui il movimento studentesco e universitario diventi perno essenziale. Infine l’Abruzzo. Già all’indomani della tragedia decine di giovani comunisti hanno dato il proprio contributo sul campo (percependolo sempre come contributo collettivo e mai come esperienza volontaristica e privata) con una generosità e una dedizione commoventi, provando a praticare quella idea così antica e così attuale di «organizzazione a vocazione sociale». Ora - lo hanno detto in molti - siamo chiamati a non allentare il nostro impegno, per evitare che allo spegnersi dei riflettori le comunità terremotate vengano condannate al silenzio e consegnate alla disperazione. C’è qualcuno che crede che tutto questo possa essere fatto (anzi: anche soltanto enunciato) con una organizzazione divisa, lacerata, attraversata da presunzioni di autosufficienza? Il buon senso impone di incamminarci speditamente nella direzione opposta a quella che abbiamo percorso in questi anni e che pericolosamente stiamo rischiando di reiterare. L’unica via d’uscita è la collegialità, la direzione unitaria dell’organizzazione. Solo evitando la balcanizzazione dell’organizzazione è possibile assicurare ad essa un futuro. Per questo motivo avanziamo formalmente la proposta di una Conferenza nazionale da svolgersi con un documento unitario, a tesi, nel corso della quale fare emergere e valorizzare gli elementi che ci uniscono e non quelli che ci dividono. Una Conferenza finalmente unitaria, da tenersi dopo le elezioni europee e prima del prossimo autunno. Nell’avanzare questa proposta, mettiamo a disposizione dell’organizzazione e del suo dibattito «sedici tesi», raccolte in un blog (sedicitesi.wordpress.com) aperto ai contributi, ai commenti e alle critiche di chiunque si senta parte del progetto di rilanciare i Giovani Comunisti. Un progetto che o è di tutti o non è.

SIMONE OGGIONNI, Direzione nazionale PRC

domenica 3 maggio 2009

Comunisti per completare la Rifondazione

Vi scrivo dal secolo scorso. Questo nostro partito è arrivato ad uno snodo storico e non può più esimersi dallo scegliere: una direzione, un percorso, una strategia che siano inequivocabili e fermi, che ci rendano identificabili e riconoscibili al di sopra di ogni ragionevole dubbio; che chiariscano a tutti chi siamo, cosa proponiamo, dove vogliamo andare.
Non so come andranno le prossime elezioni, però quello che mi sembra evidente è che, ancora una volta, siamo stati costretti (o abbiamo deciso di costringerci) a mescolare seri propositi di cambiamento a frammenti di realismo politico considerati necessari. Non mancano, ovviamente, ragioni e attenuanti: siamo appena usciti da una dolorosa scissione che ha assunto il carattere di un logorante stillicidio opportunistico e dobbiamo affrontare una tornata elettorale il cui sbarramento mette in discussione la nostra stessa esistenza nel panorama politico. Tutto ciò è vero, ma altrettanto vero è che il partito ha ormai un bisogno improcrastinabile di affrontare una autoriforma sul piano etico e organizzativo e una ripresa vigorosa del processo di rifondazione. Se è grave che abbiamo perduto una larga fetta di elettorato perché non siamo più stati riconoscibili, più grave ancora è che siamo stati irriconoscibili anche per i movimenti, dei quali eravamo stati parte interna, e per i giovani con i quali è diventato sempre più difficile stabilire un dialogo. Sarebbe terribile se divenissimo irriconoscibili anche per tutti quei compagni e compagne che, come me, vengono dal secolo scorso.
Per queste ragioni la scelta di Chianciano di continuare a dirci comunisti non può che essere connotata da una seria volontà di seguire la via dell’innovazione con un duplice scopo: delineare sempre meglio cosa deve essere il comunismo del ventunesimo secolo e, nel contempo, come si deve organizzare oggi un partito comunista. In ambedue le direzioni non partiamo da zero: sull’organizzazione abbiamo le indicazioni scaturite dalla conferenza di Carrara che attendono in larghissima parte di essere attuate e sulle qualità dell’ideale comunista abbiamo gli importanti passi fino ad ora compiuti nella direzione dell’antistalinismo, del rifiuto di ogni forma di patriarcato, della non violenza, dell’internità ai movimenti e dell’ecologia. Si tratta di un percorso che vuole coniugare pariteticamente comunismo e libertà, un percorso che è lontano dall’essere terminato, che deve proseguire e, soprattutto, deve essere profondamente introiettato nelle coscienze dei nostri iscritti e fatto conoscere all’esterno del partito in opposizione ad ogni revisionismo.
La stessa scelta del partito sociale si sostanzia non soltanto con una serie di azioni e di campagne, per quanto utili e qualificanti, ma anche con una trasformazione dell’intero partito, anche, soprattutto, di quella sua numerosa componente a prevalente vocazione istituzionalistica.
Sono convinto che non ci siano alternative, o scorciatoie possibili, all’impegno etico e politico qui sommariamente delineato, soprattutto in vista del desiderio di fermare la diaspora dei comunisti per una nuova unità. Evitando di cadere nell’ingenuità di caricare una lista elettorale di significati e di prefigurazioni che non le competono, nell’affrontare quello che non potrà che essere un lungo e meditato percorso, dovremmo tener presenti alcuni punti irrinunciabili che provo ad enunciare.
- Il futuro soggetto unitario dovrà avere politiche del tutto autonome, non essere l’ala sinistra del PD, né seguirlo nelle sue manovre istituzionalistiche.
- Si tratta poi di organizzare e partecipare alle lotte sociali che la crisi attuale sta aprendo e che dureranno a lungo, per riconquistare quanto la crisi sta erodendo nel campo del welfare e dei diritti. In queste lotte il partito sociale dovrà ricucire e rielaborare il suo rapporto dialettico con i movimenti.
- Un processo di superamento della diaspora non può farsi sulla spinta identitaria o sull’orgoglio di partito, ma consolidando e ampliando quel processo di rifondazione che ha dato senso alla nascita del partito diciotto anni fa.
- Occorre avere, da un lato, la consapevolezza degli errori fatti e, dall’altro, l’indisponibilità a superare la formula che unisce la parola rifondazione alla parola comunista. La rifondazione non è un obiettivo statico che può essere raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo, un impegno di crescita nei valori etici e politici dei singoli e dell’organizzazione. L’obiettivo non è quello di costruire un recinto difensivo e stare insieme per sopravvivere meglio, ma quello di ricostruire una utopia, un sogno, un ideale che possa tornare ad essere punto di riferimento dei lavoratori e delle nuove generazioni.
- Infine c’è anche la necessità che ci si attrezzi per affrontare insieme una rilettura critica del secolo scorso e del comunismo (comunismi), una lettura, senza acredine, senza preconcetti, con rigore intellettuale, per comprendere quanto di emancipazione e quanto di oppressione si sia prodotto, quanta spinta verso il futuro e quanta negazione di futuro si sia operata, quante contraddizioni sono state aperte nello stato delle cose presenti e quante nel proprio seno. Una riflessione, uno studio, una analisi che sono indispensabili per intraprendere un percorso unitario e per continuare la nostra rifondazione.

Chi è di sinistra non può votare Antonio Di Pietro

Nelle ultime settimane ho avuto modo di ascoltare non poche persone di sinistra intenzionate a votare Idv, e questa stessa intenzione è stata rappresentata più volte sulle pagine di questo giornale da diversi lettori.Il 6/7 giugno si voterà per il Parlamento Europeo e Di Pietro ha annunciato che tutti gli eletti dell'Idv a Bruxelles faranno parte del gruppo «Liberali e Democratici», il medesimo gruppo al quale è stato iscritto lo stesso Di Pietro quand'era europarlamentare.Per valutare se sia compatibile una rivendicata militanza a sinistra con il voto alle elezioni europee per l'Idv, penso che la cosa migliore sia analizzare il comportamento che il gruppo liberale ha tenuto verso le principali direttive nell'ultima legislatura.Nel settore delle politiche sociali e lavorative il gruppo Liberale ha votato:* a favore della Bolkestein, che costituisce una vera e propria istigazione al dumping sociale e alla concorrenza al ribasso tra lavoratori dentro l'Ue;* a favore della direttiva che avrebbe prolungato l'orario di lavoro fino a 65 ore alla settimana e in alcune occasioni fino a 78, direttiva che, per ora, siamo riusciti a bocciare;* a favore della risoluzione sul lavoro nero che punisce più le vittime che i carnefici. E infatti prevede per i datori di lavoro, che impiegano attraverso il lavoro nero immigrati senza permesso di soggiorno, solo sanzioni pecuniarie e invece l'immediata espulsione degli stessi migranti (a meno che siano minori o che riescano a dimostrare di essere vittime della tratta). Un vero e proprio incentivo al lavoro nero degli immigrati: chi di loro farà più una denuncia ?I Liberali hanno anche votato a favore della direttiva della «vergogna» che prevede: la possibilità di rinchiudere nei cpt/cie i migranti sprovvisti di permesso di soggiorno, ma senza che abbiano commesso alcun reato, anche per 18 (6 +12) mesi; il rimpatrio dei migranti in paesi differenti dai loro: ad es. chi proviene dal Sudan potrebbe essere rimpatriato in Libia, nei cpt di Gheddaffi in mezzo al deserto; il rimpatrio dei minori non accompagnati purché abbiano nel loro paese parenti anche di grado lontano....forse non è allora così difficile capire come mai 10 parlamentari dell'Idv si siano astenuti sul disegno di legge sulla sicurezza nel Parlamento italiano !In politica estera, senza infierire, mi limito a ricordare il voto favorevole alla risoluzione sul potenziamento del ruolo della Nato nelle politiche di sicurezza dell'Ue.A coloro che obiettano che tutto dipende da chi, nella lista, verrà eletto, rispondo che è sempre meglio pensarci prima: può facilmente capitare (e non solo nell'Idv) che si dia la preferenza a qualcuno che è contro il liberismo e si contribuisca invece a eleggere, con il proprio voto, un parlamentare della stessa lista pronto a sostenere la direttiva sull'orario di lavoro quando il Consiglio, come annunciato, la ripresenterà. Inoltre è bene sapere che a Strasburgo il lavoro del singolo deputato dipende quasi totalmente dal rapporto con il gruppo parlamentare di appartenenza. Le iniziative individuali hanno uno spazio quasi nullo. E' più che legittimo compiacersi con chi lancia grandi proclami contro Berlusconi, per altro sempre utili nel deserto del nostro attuale Parlamento italiano, ma non è sufficiente; è necessario andare a vedere quali concrete scelte sociali costui pratichi.E sulla base della mia esperienza di cinque anni al Parlamento europeo, credo proprio che una persona di sinistra, e che tale voglia restare, il 6/7 giugno non possa votare l'Idv.