martedì 16 novembre 2010

La breccia di Pisapia. Ferrero: «Una vittoria netta contro le mediazioni centriste»

di Paolo Ferrero
segretario nazionale P.R.C. - F.d.S.

Oggi festeggiamo la vittoria di Giuliano Pisapia nelle primarie di Milano. Una vittoria netta che parla di un popolo della sinistra che si è stancato delle mediazioni centriste. Una vittoria resa possibile dall'unità della sinistra. Pisapia infatti era sostenuto oltre che da numerose forze della società civile, dalla Federazione della Sinistra e da Sel. Larga parte dei mass media fa finta di non vedere questo dato ma la realtà è inequivocabile. La vittoria di Pisapia su Boeri è stata possibile unicamente grazie alla mobilitazione di tutte le forze della sinistra e la Federazione della Sinistra, che è la forza con il maggior radicamento territoriale, è stata determinante per questo risultato.
Quella nelle primarie di Milano è quindi la vittoria della credibilità di Giuliano e del sostegno compatto della sinistra unita. Da qui, la prima indicazione politica: proponiamo a SEL di presentare una lista unitaria alle comunali di Milano. Abbiamo sostenuto lo stesso candidato e abbiamo vinto; per quale ragione non fare una lista unitaria che si ponga l'obiettivo di dare una risposta a quella voglia di sinistra che è emersa nelle primarie? Il risultato di Pisapia - e di Onida - ci parlano di una vera e propria crisi politica del PD. Il modo migliore per incidere positivamente su questa crisi è proprio quella di offrire uno sbocco a sinistra, con una sinistra unita.

Così come, per uscire dalla grande palude della crisi politica nazionale, proponiamo alle forze che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre di costruire un programma comune con cui aprire il confronto con il centro sinistra. Proponiamo di costruire questo programma di sinistra a partire dalla piattaforma della Fiom che tutti condividiamo. La lotta alla precarietà, per la difesa dei contratti collettivi di lavoro, per la redistribuzione del reddito, per la riconversione ambientale dell'economia, per l'acqua pubblica, contro la guerra in Afganistan rappresentano punti condivisi da cui partire. Facciamolo e diamo continuità alla mobilitazione del 16 impegnandoci a sostenere le posizioni su cui quelle centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza.
Le primarie di Milano ci segnalano però anche un altro elemento. La partecipazione è stata inferiore non solo rispetto alle attese ma anche rispetto alle primarie fatte per scegliere il segretario del PD. Un quarto di voti in meno concentrati nelle periferie, nei quartieri popolari. Questo dato ci parla della crisi della politica, del fatto che il teatrino a cui è ridotta la politica viene visto dalla nostra gente sempre meno come il terreno attraverso cui modificare in meglio la propria condizione sociale. In questo contesto sarebbe ridicolo per noi pensare di recuperare questo distacco tra i ceti popolari e la politica unicamente attraverso la pur necessaria azione unitaria. Occorre mettere al centro - a Milano come in tutta Italia - il lavoro di mobilitazione ed organizzazione sociale. Occorre costruire lotte, comitati, mobilitazione per lo sciopero generale. Occorre costruire il partito sociale su tutto il territorio.
Solo se non lasceremo nessuno solo nella crisi, potremo porre le basi per ricostruire una fiducia nella nostra azione politica e nella possibilità di cambiare lo stato di cose presente. La crisi della politica non si risolve con la delega a leader carismatici ma con la ripresa di una soggettività di massa che dia senso e vigore ad una robusta concezione della democrazia.

venerdì 12 novembre 2010

Un congresso per unire

Intervento del compagno Claudio Grassi (della segreteria nazionale del PRC) sul suo blog www.claudiograssi.org




Il tema di gran lunga più dibattuto in questo blog è quello dell’unità.
Ovviamente le posizioni che si confrontano sono molto diverse. Vi è chi non la vuole nemmeno sotto forma di Federazione. Infatti diversi contestano la costruzione della Federazione della Sinistra. Vi è chi vorrebbe fare l’unità con le componenti che stanno a sinistra del Prc (Sinistra critica, Pcl, Rete dei comunisti, etc). Chi vorrebbe farla con Sinistra ecologia e libertà. In specifico quando si parla di Nichi Vendola si scade nel dileggio e nell’insulto. Credo sia un modo sbagliato di discutere. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni si possono contestare anche le posizioni più distanti dalle proprie senza scadere nell’invettiva insultante. Portare argomenti è il modo migliore per convincere gli indecisi e – come tutti sappiamo – nel mondo della sinistra ce ne sono molti. Anche tra i frequentatori di questo blog, come abbiamo potuto vedere nei commenti dei post precedenti, ci sono posizioni diverse. Perché non approfittarne per discutere con serietà e rispetto reciproco?

Per quanto mi riguarda, in questi mesi, ho esposto ripetutamente il mio parere sull’argomento.
Spero che il congresso nazionale della Federazione della Sinistra, che si terrà tra pochi giorni, si caratterizzi proprio con un messaggio di unità, in tutte le direzioni.
Unità tra le forze che compongono la Federazione.
Unità, al suo interno, tra Prc e Pdci, che devono trovare le modalità per riunificarsi.
Unità con Sinistra ecologia e libertà per costruire una sinistra plurale che, come abbiamo visto il 16 ottobre e durante la raccolta di firme per l’acqua pubblica, possa tornare ad incidere nella realtà politica e sociale del Paese.
Unità – qualora vi fossero le elezioni anticipate – con le altre forze democratiche per battere Bossi e Berlusconi.
Conosco le critiche che vengono mosse a questo ragionamento. Sono, principalmente, di due tipi. Cerco di dimostrare la loro infondatezza. La prima sostiene che in questa proposta unitaria vi sia un eccesso di politicismo. Si dice: prioritario è il lavoro sociale, la presenza nelle lotte. In quel contesto si costruisce l’unità vera. Penso anche io che l’intervento sociale sia centrale, in particolare nel mondo del lavoro. Credo che la Federazione della Sinistra, come hanno saputo fare – pur con progetti molto diversi tra di loro – Die Linke e Kke, debba caratterizzarsi come il soggetto che pone il lavoro e la lotta intransigente contro l’attacco a cui è sottoposto al centro della sua piattaforma.
Su questo terreno occorre lavorare. La presenza massiccia della Federazione della Sinistra, riconosciuto da tutti, nella piazza del 16 ottobre, è la dimostrazione di un lavoro che è stato fatto in quella direzione. Ma, come ha detto Landini dal palco di quella piazza, occorre costruire una “sponda politica”. E in Italia, non in Germania o in Grecia, per come sono andate le cose in questi ultimi anni, questa sponda politica, da sola, non la costruisce né la Fds (tantomeno il Prc) né Sel. Occorre l’unità delle forze presenti in quella piazza per poter contare qualcosa, per incidere. Così come occorre – e anche questo ce lo chiede quella piazza – che queste forze non si sottraggano dal dare il loro contributo per la cacciata di Berlusconi. Quindi la proposta unitaria è l’esatto contrario del politicismo. E’ la condizione minima per essere credibili tra i lavoratori e le lavoratrici e per cercare, altro elemento essenziale, di riportare la rappresentanza del lavoro nelle istituzioni.

L’altra critica che viene rivolta fa leva sul fatto che l’unità determinerebbe l’abbandono della identità e della radicalità. Anche questo argomento mi sembra infondato. Se alziamo lo sguardo e parliamo fuori dai nostri ambienti, mi sento di poter dire che è l’ultimo dei problemi che abbiamo. Ma come si fa a dire che oggi Rifondazione Comunista o la Federazione della Sinistra siano percepite come “poco comuniste” o “poco di sinistra”? Se fosse vero questo, in questi due anni avremmo assistito ad un exploit delle forze comuniste presenti a sinistra del Prc (e non si può certo dire che manchi l’offerta, visto che ce ne sono almeno cinque o sei!). Il problema, semmai, è opposto. E’ la vocazione, presente nelle nostre file, al minoritarismo, al settarismo, al dogmatismo, che non ha mai fatto parte della cultura comunista e della sinistra. Non voglio scomodare i “classici” che vengono a sproposito citati (magari senza nemmeno averli letti), ma Lenin ha fatto la Nep, Stalin il patto Molotov-Ribbentrop, Togliatti l’alleanza con la monarchia, Berlinguer il compromesso storico. Esempi diversi, ma accomunati dal primato assegnato in ciascuna di quelle circostanze storiche alla “politica”, e cioè all’analisi concreta della situazione concreta e alle strategie messe in atto per fare fronte alle difficoltà. Potrei proseguire con gli esempi ma credo che siano sufficienti.
Alle ultime elezioni la Federazione della Sinistra ha raccolto il 2.7%. Oggi i sondaggi ci accreditano tra il 2 e il 2.5 per cento. L’errore più grave che possiamo compiere è quello di coltivare questa nicchia, rassegnarci al fatto che quello è il nostro consenso. Per fare questo occorre certamente avere una identità, una proposta politica e un gruppo dirigente credibile, ma occorre anche confrontarsi con altri, cercare di cogliere la verità interna delle loro posizioni, essere meno supponenti e più accoglienti. Quando si criticano gli altri sarebbe opportuno avere il senso delle proporzioni. Occorrerebbe mettere al bando i personalismi che tanto male ci hanno fatto in questi anni e continuano ancora a farci.
Ho l’impressione che questo approccio ci manchi e che se non lo riacquisiamo rischiamo di essere schiacciati in una condizione di marginalità. Anche per questo penso che le nostre proposte unitarie siano una condizione minima per provare a ripartire.





giovedì 11 novembre 2010

Sinistra plurale contro il moderatismo

Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.
È un paradosso che sia il Pd a sponsorizzare questo esito? Forse no, se si considera la cultura politica del gruppo dirigente democratico, in particolare della sua componente post-comunista.
Facciamo un passo indietro, agli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. In quel periodo avviene in tutto il mondo capitalistico un fatto di primaria importanza: cade (per diversi fattori: dal salto tecnologico all'aumento del prezzo del petrolio, alle conquiste salariali ottenute dalle lotte operaie) il saggio di profitto del capitale industriale. È questa, in ultima istanza, la causa strutturale della brusca fine del compromesso socialdemocratico e della vittoria della rivoluzione reazionaria di Reagan e Thatcher, importata in Italia con la "marcia dei quarantamila".
Che succede nella sinistra politica e sindacale in tutto l'Occidente capitalistico quando matura questo scenario? Questo è il punto. I gruppi dirigenti del movimento operaio, della socialdemocrazia e del partito comunista italiano non imboccano la strada del conflitto ma quella delle «compatibilità». Il capitale attacca (riducendo i salari e la base produttiva e smantellando le conquiste dei lavoratori) e la sinistra risponde introiettandone le ragioni. Sacrifici, responsabilità, concertazione sono la «modernità». E il passaporto per il governo. Questo è l'orizzonte storico dentro il quale si forma la soggettività dei gruppi dirigenti che decidono la politica della sinistra politica e sindacale in Europa negli ultimi trent'anni. La coazione a ripetere sottesa alla proposta del governo tecnico non è che lo sviluppo lineare di questa mutazione genetica.
Vedere le cose in prospettiva storica aiuta a capire il presente e a non sorprendersi di ciò che è del tutto comprensibile. Forse serve anche a impostare correttamente il problema del che fare per uscire da questa fase storica.
La questione della rinascita della sinistra si pone oggi in termini opposti (molto più complicati) rispetto agli anni Sessanta e Settanta. Allora, a spingere per la trasformazione c'era una vasta base sociale, nata nel fuoco di conflitti che procuravano reddito, welfare e conquiste democratiche. La formazione della dirigenza politico-sindacale e intellettuale del movimento di classe fu il risultato di questa dinamica e del circolo virtuoso tra conflitto sociale e conflitto politico. Ai giorni nostri questa base sociale manca. Lo sfondamento capitalistico è passato come un rullo compressore sulla soggettività operaia. Prima ha sterminato le avanguardie di classe, poi ha consolidato il potere dell'impresa liberalizzando i movimenti di capitale, delocalizzando le produzioni e generalizzando la precarietà. Ne segue che oggi la dirigenza politica deve, per così dire, nascere da sé. Ed è necessario che nasca, perché dopo trent'anni di cosiddetto neoliberismo c'è una conflittualità diffusa ma - a dispetto delle illusioni negriane - debole e dispersa («passiva» nel senso di Gramsci). Ha pienamente ragione il segretario generale della Fiom quando dice che la piazza del 16 ottobre ha bisogno di rappresentanza politica. Ne ha bisogno e la chiede con forza.
Da tutto questo è possibile trarre due conseguenze per quanto riguarda la questione politica cruciale dei rapporti a sinistra.
Le «due sinistre» esistono eccome. Il dialogo tra loro è più che mai necessario, ma implica chiarezza e conoscenza delle rispettive posizioni. Ignorare o sottovalutare differenze radicate nei vissuti e nelle culture politiche varrebbe soltanto a trasformare un dialogo difficile in un dialogo tra sordi che non servirebbe a nessuno. L'altra conseguenza riguarda quanto resta della sinistra di alternativa e investe la responsabilità dei gruppi dirigenti. Per stare allo scenario italiano, è necessario che le forze anticapitaliste siano consapevoli della propria autonomia strategica e, per ciò stesso, della necessità assoluta di riguadagnare massa critica per far pesare le proprie istanze nel confronto con la sinistra moderata. È questa la ragione per cui non ci sono alternative al percorso unitario: alla costruzione di una sinistra plurale che nulla tolga all'autonomia dei diversi soggetti. Altrimenti Berlusconi potrà anche cadere, ma la musica di certo non cambierà. E allora entrare nuovamente nell'orchestra sarebbe solo un'ultima e forse definitiva sconfitta.

di ALBERTO BURGIO su il manifesto 10/11/2010

Il 16 ottobre diventa un movimento

Non si chiama più Finanziaria, ora è legge di stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.
Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.
Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.
L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.
Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.
Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzantale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?
A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.

di LORIS CAMPETTI su il manifesto 11/10/2010

Le Regioni all'attacco - Errani: maximendamento del tutto insoddisfacente

“La Conferenza delle Regioni ha discusso la situazione prospettata dal maxi emendamento presentato dal Governo”, lo ha dichiarato Vasco Errani aprendo la conferenza stampa che si è tenuta al termine della Conferenza delle Regioni dell’11 novembre. “Come sapete per le Regioni – ha proseguito Errani - il tema della manovra ha una relazione diretta e oggettiva con il federalismo fiscale. Al riguardo dobbiamo fare alcune considerazioni”. Prima di tutto va sottolineato, secondo Errani, “il fatto che le Regioni avevano chiesto al Governo un incontro politico con l’obiettivo di fare un accordo con l’esecutivo, partendo dalla presa d’atto della insostenibilità della manovra in relazione ai tagli previsti, con particolare riferimento a due questioni fondamentali: il trasporto pubblico locale e la sanità. Riteniamo –ha aggiunto il Presidente della Conferenza delle regioni - sia stato un errore da parte del Governo non dare seguito all’impegno di tenere questo incontro politico”.
In secondo luogo ha detto Errani – “l’emendamento così come è stato presentato lo consideriamo del tutto insoddisfacente perché non risponde sostanzialmente alle questioni relative ad alcuni servizi fondamentali per le persone, per le famiglie e per le imprese”.
“A questo punto – ha spiegato Errani - abbiamo deciso di assumere un’iniziativa: richiedere ancora fortemente un incontro al Governo, ai Presidenti della Camera e del Senato e ai Capi gruppo di tutte le forze politiche presenti nel Parlamento per motivare e spiegare le ragioni che ci portano a questa iniziativa e per chiedere uno sforzo: sappiamo che è un momento complicato, molto difficile dal punto di vista politico, tuttavia noi come istituzioni e guardando semplicemente e solo al nostro ruolo istituzionale lavoriamo per la piena collaborazione tra i diversi livelli istituzioni. Ribadiamo che con questa manovra si realizza un’oggettiva insostenibilità dei bilanci regionali del 2011 con ricadute pesanti per i cittadini e le imprese ed è quindi necessario cambiarla. Ribadiamo che noi vogliamo il federalismo fiscale, lo vogliamo nei tempi più rapidi possibili e vogliamo che avvenga attraverso la piena applicazione della Legge 42. Per questo oggi abbiamo approvato gli emendamenti che intendiamo fare al decreto sul Federalismo fiscale e costi standard. E’ evidente che auspichiamo che si possa uscire da queste impasse, e noi da questo punto di vista coerentemente porteremo avanti il nostro impegno con questo obiettivo.
La richiesta di incontro ai Presidenti di Camere e Senato e ai gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione parte oggi stesso, “chiediamo l’incontro da adesso, vedremo cosa succederà, siamo in una situazione oggettivamente molto complicata”.
Nel frattempo si registra che “per le Regioni non c’è alcun allargamento del patto di Stabilità nel maxi emendamento”. La sensazione del Presidente della Conferenza delle Regioni è che “forse la rappresentazione giornalistica non corrisponde alla concretezza del maxi emendamento”.
Quanto infine ai tempi relativi al decreto sul federalismo fiscale, Errani ha spiegato che “la Conferenza Unificata la scorsa settimana ha avviato il termine dei trenta giorni”, ma le Regioni entro quel termine daranno certamente un parere e “consegneremo al Governo già da oggi i nostri emendamenti, tenendo conto che alla Conferenza Unificata della scorsa settimana l’esecutivo ha dato la disponibilità a fare un incontro con tutti i livelli istituzioni, Regioni Comuni e province. Questa peraltro è una richiesta che facciamo da luglio. Abbiamo bisogno di capire qual è l’equilibrio complessivo dell’assetto del federalismo fiscale che non si può più discutere i decreti in modo separato”.
Tornando poi al tema della manovra e del maxiemendamento “le affermazioni – secondo Errani - sono sempre da verificare soprattutto quando si tratta di risorse e di risorse reali. Faccio un esempio: quando noi a luglio dicemmo che il Governo non tagliava niente per lo Stato Centrale se non 200 milioni, anche perché c’era un fondo alla Presidenza del Consiglio di 1,7 mld la risposta fu “le Regioni non dicono il vero”. Come si vede, invece, le Regioni hanno detto il vero perché nel maxi emendamento viene data copertura attraverso quel miliardo e settecento milioni che stava sul fondo della Presidenza del Consiglio. Stiamo cioè dicendo che quello che avevano sostenuto i a luglio, e cioè che il taglio reale da parte dello Stato Centrale era ben lontano da quello dichiarato”. Ecco perché. Sostiene Errani, “bisogna andare a verificare come stanno le cose” e per questo “continueremo a lavorare: c’è la manovra, poi c’è il mille proroghe... Discuteremo finché non sarà evidente che, per esempio, sul trasporto pubblico locale la manovra è oggettivamente insostenibile. E quando saranno evidenti a dicembre le ricadute sui pendolari - lavoratori e studenti, in primo luogo - in tutte le Regioni, credo che si dovrà trovare una soluzione. Come vedete noi non stiamo ponendo problemi che riguardano le Regioni, stiamo ponendo problemi che riguardano i servizi. E a quel punto – ha concluso Errani - sarà chiaro a tutti che bisognerà cambiare la manovra”.

mercoledì 10 novembre 2010

SIAMO TORNATI

Dopo un po' di tempo di non utilizzo, questo Blog, divenuto ora della Federazione della Sinistra, organizzazione che riunisce Rifondazione, PdCI ed altre forze della sinistra di classe, riprende l'attività. Si invitano i naviganti a contribuire con proposte ed idee per generare dibattito e discussione.

martedì 27 luglio 2010

16 ottobre: I giovani della Federazione della Sinistra manifestano a fianco della FIOM per difendere saperi e lavoro. Massima mobilitazione

Care compagne e cari compagni, la Fiom in questi giorni ha deciso di convocare una grande manifestazione a Roma per il prossimo 16 ottobre. Una grande manifestazione per i diritti, il lavoro, la democrazia, la riconquista del contratto collettivo nazionale di lavoro e contro il padronato. Quello stesso che, in queste settimane, sta rispondendo con i licenziamenti politici e con le intimidazioni (nonché con la sottrazione in alcune grandi fabbriche, a partire dagli stabilimenti Fiat, dei premi di produzione), alle encomiabili prove di forza che i lavoratori hanno saputo produrre, a partire dalla altissima percentuale di “no” al referendum ricatto di Pomigliano.
Questo è il punto: esiste in Italia un fortissimo vento reazionario che soffia contro i lavoratori, ma esistono anche pezzi di società, pezzi significativi di classe operaia che non si piegano, che reagiscono, che tengono alta la testa, e che ci indicano con dignità la strada da seguire.
La nostra organizzazione è dentro il movimento di classe contro il padronato. È, da sempre, a fianco dei lavoratori in lotta. E oggi accoglie la proposta della Fiom e la rilancia, per portare in piazza a Roma centinaia di migliaia di persone. Lavoratori, ma anche migranti, studenti, precari, pensionati, intellettuali. Ciascuno di noi deve dare il suo contributo, che mai come oggi è fondamentale.
Dobbiamo assumere la mobilitazione lanciata dalla Fiom come perno della nostra iniziativa politica. Il 16 ottobre porteremo in piazza le nostre parole d’ordine ed i nostri contenuti, all’interno di una campagna d’autunno che, come Giovani Comuniste/i, vogliamo fare vivere in tutte le città d’Italia e in tutte le realtà locali.
Per questo propongo a tutti i coordinamenti provinciali di lavorare sin d’ora per organizzare pullman e treni speciali per Roma e, in ogni caso, di assicurare la massima partecipazione e mobilitazione possibile di tutte le compagne e di tutti i compagni.

Saluti comunisti,
SIMONE OGGIONNI
portavoce nazionale dei Giovani Comunisti

giovedì 1 luglio 2010

Senza vergogna - Invalidi: un nuovo attacco in Commissione Bilancio

Nella seduta di ieri sera della Commissione Bilancio del Senato, l’onorevole Azzollini presidente della stessa, nonché relatore di Maggioranza, in accordo con il Ministero dell’economia, ha presentato l’emendamento alla Manovra relativo alle persone con disabilità. Un emendamento largamente deludente e preoccupante rispetto anche alle rassicurazioni espresse da più parti, oltre che irridente a qualsiasi interlocuzione avvenuta e impegni assunti. Continua pervicacemente a persistere nel testo l’innalzamento della percentuale di invalidità necessaria per la concessione dell’assegno mensile di assistenza agli invalidi civili parziali (256 euro al mese) disoccupati ed indigenti, nonostante il risparmio dichiarato dallo stesso Ministero dell’economia sia risibile. Ora c’è di peggio: a questa disposizione l’emendamento introdurrebbe una “correzione” ulteriormente iniqua creando una discriminazione fra le persone affette da una sola minorazione (con percentuale di invalidità superiore al 74%) e quelle affette da varie patologie inferiori all’85%. Ai primi va l’assegno ai secondi, no. Ma ancora più brutale e devastante è il subdolo intervento che modifica le condizioni medico-legali per l’accesso all’indennità di accompagnamento. L’emendamento governativo limita rigidissimamente le future concessioni a persone: indennità di accompagnamento solo a chi è immobilizzato o che non riesce a svolgere tutte le funzioni fisiologiche. Un criterio pericolosissimo nelle mani di Commissioni di valutazione alle quali non è stata indicata nessuna scala di valutazione a cui attenersi. Rimangono i controlli sulle “false invalidità” che sono talmente tanti che per eseguirli l’INPS può chiedere aiuto alle Commissioni ASL. Anche questo è previsto dall’emendamento approvato. A FAND e FISH - le due Federazioni che raggruppano le maggiori e più significative associazioni italiane di persone con disabilità e dei loro familiari – sbalordite da tanta iniqua approssimazione, non resta che inasprire la propria mobilitazione, promuovendo una Manifestazione unitaria a Roma, per il 7 luglio prossimo. E la mobilitazione continua anche nel quasi disperato tentativo di far ritirare l’emendamento dal Governo o nel più concreto tentativo di farlo bocciare dal Parlamento.

1960: la rivolta di una generazione

di Claudio Grassi,
Membro della Segreteria naz.le PRC

Lauro Farioli, operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino; Ovidio Franchi, operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti; Emilio Reverberi, operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi; Marino Serri, pastore di 41 anni, partigiano, primo di 6 fratelli; Afro Tondelli, 36 anni, operaio, partigiano della 76a Sap, quinto di otto fratelli. Sono nomi diventati familiari a milioni di compagne e compagni che in questi decenni, alle manifestazioni, hanno cantato la bellissima canzone di Fausto Amodei, “Per i morti di Reggio Emilia”. Morti a Reggio Emilia, appunto, nella piazza che oggi si chiama ”Martiri 7 luglio”. Assassinati nell’estate di 50 anni fa dal piombo delle “forze dell’ordine” del governo Tambroni. Erano in piazza a manifestare contro la repressione che si era scatenata in tutto il Paese, con morti e feriti, dopo che la mobilitazione a Genova era riuscita ad impedire che in quella città – medaglia d’oro della Resistenza – si tenesse il congresso del Msi. Una nuova generazione, quella delle magliette a strisce, aveva riempito le strade e le piazze di tutta Italia. In continuità con quella precedente che aveva fatto la Resistenza, si mobilitò contro un governo – il governo Tambroni – che era nato nel marzo del 1960 con l’appoggio decisivo del Msi.
Ad appena 15 anni dalla sconfitta del fascismo e dalla cacciata dei tedeschi, questa generazione riteneva giustamente inaccettabile che un partito guidato da Almirante, fucilatore di partigiani, venisse accreditato come un partito democratico. Inoltre, la richiesta di svolgere il congresso a Genova, venne ritenuta, giustamente, una provocazione. La mobilitazione di quelle giornate, dei ragazzi con le magliette a strisce, sostenuta fortemente dal Pci e dalla Cgil, cercarono di fermarla con repressione brutale. Ci furono morti, feriti, numerosi arresti, ma il governo e i padroni persero. Dopo pochi giorni Tambroni cadde e si avviò la stagione del governo di centro sinistra. Si stavano aprendo scenari nuovi. Dopo la sconfitta operaia degli anni 50, sbocciavano i germogli di una ripresa della lotta. La grande vertenza degli elettromeccanici tra il 1960 e il 1961 e le proteste a Torino di Piazza Statuto del 1962 erano i primi episodi di fermento che sarebbero poi culminati nelle lotte del ’68 e ’69. Una nuova generazione, quella delle magliette a strisce, e una nuova classe operaia, l’operaio massa della nuova fabbrica fordista che sostituiva l’operaio specializzato, furono il cuore pulsante di quella stagione. Quel ciclo di lotte si è concluso con la sconfitta dei 35 giorni alla Fiat del 1980. Da allora l’offensiva politica, sociale, culturale è passata nelle mani delle classi dominanti. Non dobbiamo essere pessimisti. Così come dopo gli anni bui dei reparti confino, di Scelba e Tambroni, una nuova generazione è scesa in campo e un nuovo ciclo di lotte ha “spinto in avanti la ruota della storia”, così avverrà oggi. Le contraddizioni di questo sistema, che la crisi economica in corso rende evidentissime, produrranno inevitabilmente lotte e nuove forme di mobilitazione e protesta. Il risultato sorprendente del “no“ a Pomigliano, ma anche le numerose manifestazioni di tutti i tipi che ci sono state nel nostro Paese in questi ultimi mesi, dimostrano che l’Italia non è un Paese pacificato. La generazione stupidamente definita dei “bamboccioni” in realtà sta provando, attraverso forme completamente nuove, in particolare con l’uso di quello strumento straordinario che è la rete, ad organizzarsi. Sta a noi, forze che a sinistra non hanno rinunciato a ritenere che le idee di trasformazione che hanno animato il movimento operaio in questi due secoli fossero fondate, ricostruire un soggetto politico che possa essere utile a questo scopo e attrattivo per questi soggetti che si affacciano oggi alla politica e che vorrebbero “abolire lo stato di cose presente”. Tocca a noi ridare credibilità alle parole che per tantissimo tempo hanno significato cambiamento, riscatto per le classi subalterne: Sinistra, Comunismo. In questi anni non lo abbiamo fatto e, anche per questo, queste parole, per molti giovani, non sono credibili e attrattive. Troppo spesso i nostri comportamenti sono andati nella direzione opposta a quella dichiarata. Non si tratta di ritornare al passato. Tuttavia, pensando a quei tempi e a quegli episodi (a partire dai fatti del luglio 1960, che in questi giorni ricordiamo con iniziative in tutta Italia), non possiamo non riflettere sul fatto che la politica della sinistra allora vivesse principalmente di valori e ideali e che chi si impegnava in quel progetto non lo faceva per diventare consigliere, assessore o parlamentare, ma perché ci credeva. Dobbiamo ritrovare quella passione, quella tensione ideale, quella solidarietà interna. Altrimenti la ruota della storia tornerà a girare, ma questa volta senza di noi.

da Liberazione (01/07/2010)




martedì 29 giugno 2010

Intervento all’assemblea nazionale di Essere comunisti

di Claudio Grassi,
conclusioni dell'Assemblea naz.le di Essere Comunisti.


Care compagne e cari compagni,vi ringrazio per essere intervenuti a vostre spese a questa nostra riunione. Essa si svolge in un periodo molto intenso per la nostra area. Abbiamo affrontato questioni che vanno al di là della contingenza e questo incontro segue, a distanza di una settimana, l’importante seminario organizzato dai Giovani di Essere Comunisti a Marzabotto. Un seminario di formazione e approfondimento molto riuscito. Due appuntamenti importanti, promossi dalla nostra area in poco tempo, che ci inducono a ragionare su di noi in modo positivo.
Inoltre tra pochi giorni saremo impegnati nella Festa nazionale di Essere Comunisti. Anche quest’anno si chiamerà “Festa per l’Unità” e sarà organizzata insieme al circolo di Rifondazione comunista di Castell’Arquato, in provincia di Piacenza. Durerà ben nove giorni. E’ la prima volta che la nostra area organizza una festa così lunga. Nel passato abbiamo sempre fatto feste che si concentravano in un fine settimana. Credo che anche questa novità debba essere valutata positivamente e valorizzata. Saranno presenti personalità politiche, del mondo del lavoro, del mondo sindacale e dell’associazionismo, tra le più rappresentative della sinistra italiana.
Arriviamo alla nostra discussione. Una discussione che, a partire dalla relazione di Bruno Steri, che condivido, è servita per fare un bilancio dal congresso di Chianciano ad oggi. Un bilancio dello stato del partito e anche della nostra area. Anche io nella parte conclusiva di questo intervento parlerò di questo.Adesso voglio però affrontare un ragionamento di tipo politico sulla situazione generale e analizzare le condizioni nelle quali ci troviamo ad operare. Un tratto distintivo di molti dei vostri interventi è stata la sottolineatura delle difficoltà che hanno Rifondazione comunista, la Federazione, la sinistra e il movimento democratico in questo Paese. Ovviamente è vero: le difficoltà ci sono tutte, lo abbiamo visto anche recentemente nell’esito delle elezioni regionali. Le elezioni non sono tutto, a maggior ragione per un partito comunista, tuttavia sono un test della capacità che si ha di raccogliere consenso. Le difficoltà ci sono, le vediamo, quando cerchiamo fuori dalle nostre riunioni di trasmettere le nostre idee, le nostre piattaforme e le nostre proposte di lotta. Tuttavia, pur riconoscendo questo quadro di difficoltà, credo sia sbagliato assumere un atteggiamento negativo, eccessivamente pessimistico.Prima di tutto perché non serve e poi perché se anche noi, che a diversi livelli svolgiamo un ruolo di direzione politica, abbiamo questo atteggiamento difficilmente riusciremo a convincere altri compagni che vale la pena di lottare e di impegnarsi. Ma soprattutto questa visione pessimistica non corrisponde alla realtà. Basta allargare un po’ lo sguardo sull’Europa. Ci sono Paesi in cui la sinistra è andata in crisi e vive una condizione di marginalità: basta pensare alla Spagna. Ma ci sono anche Paesi, alcuni di questi anche molto importanti, dove la sinistra conta, ha un consenso elettorale importante ed è un punto di riferimento per le classi subalterne. E’ il caso della Linke in Germania. La Linke dieci anni fa, quando Rifondazione comunista si trovava ai massimi storici, era come noi oggi: fuori dal Parlamento. In pochi anni è riuscita a ribaltare questa situazione raggiungendo il 12%. Noi oggi, 12 anni dopo, ci troviamo nella loro situazione di allora. Questo dimostra che le situazioni possono modificarsi. Penso che se in Germania è avvenuto questo, ciò possa avvenire anche in Italia, perché lo spazio politico c’è tutto e perché il Pd non ci pensa nemmeno ad occuparlo. Nella migliore delle ipotesi cerca di temperare le politiche neoliberiste. Quello spazio è libero, tocca a noi cercare di riempirlo e ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. C’è la Germania, ma c’è anche la Grecia. Un’esperienza completamente diversa, ma anche in quel Paese le misure del governo contro la crisi economica (che colpiscono lavoratori, studenti e pensionati) hanno visto una forte opposizione. Una opposizione che si è prodotta anche perché c’è una forza comunista significativa, radicata, che ha contribuito a produrre quella reazione così forte nel Paese. Potrei fare degli altri esempi ma mi fermo qui. Voglio dire che se oggi siamo in questa condizione di difficoltà non è affatto detto che sia una condizione immodificabile. Col nostro lavoro, col nostro impegno, la possiamo modificare.Ma non è solo il quadro europeo che mi fa dire che è sbagliata una analisi pessimistica. Noi operiamo in un Paese che non è per nulla un Paese pacificato. L’elenco delle mobilitazioni è lunghissimo: in Italia c’è una crisi delle forze politiche della sinistra, ma c’è ancora un popolo della sinistra che ha voglia di lottare. Sta a noi entrare in connessione con questo popolo. Inoltre c’è un consenso elettorale che è ancora rilevante per le forze della sinistra, oltre il 7%. Noi giustamente guardiamo a tutte le distinzioni che esistono nella sinistra, Vendola, Cannavò, il Pcl e tutte le micro-formazioni comuniste. Tuttavia le differenze tra queste forze, che noi conosciamo molto bene, per i milioni di persone che vanno a votare non sono affatto chiare! C’è un voto ancora consistente a sinistra del Pd che conta poco perché è diviso. È un voto di sinistra, di chi ritiene che il Pd sia troppo moderato e che vorrebbe in questo Paese una forza politica nettamente di sinistra, di lotta, legata al mondo del lavoro. E’ un consenso elettorale importante che oggi è frantumato e che, in prospettiva, deve essere riunificato.Anche oltre le forze di sinistra propriamente dette ci sono altri che lottano, persone che lavorano per migliorare la società, per combattere le ingiustizie. E noi saremmo degli stolti se non tenessimo conto di tutte queste persone. Si è parlato giustamente del Pd. Non è che tra di noi dobbiamo raccontarci quanto sono moderati, sappiamo tutto! D’altra parte venti anni fa abbiamo deciso di fare un’altra impresa politica e siamo ancora qui e quindi non è che siamo attirati dalle sirene del Pd! Detto questo, come si fa a non vedere che anche lì ci sono delle contraddizioni? Vi invito a comprare l’Unità. L’Unità dovrebbe essere il giornale del Pd. Ma sapete chi è ha scritto gli articoli più forti contro l’accordo di Pomigliano, oltre a Liberazione e Il Manifesto? L’Unità! Cosa vuol dire questo? Vuol dire che anche lì c’è un disagio. E se l’Unità scrive queste cose vuol dire che anche in quel mondo c’è della gente che ha quelle idee, altrimenti non avrebbero la forza di continuare ad uscire con un giornale che ha questa impostazione! E poi ci sono i movimenti che si sono prodotti nell’ultimo anno, a partire dal Popolo Viola e dalle mobilitazioni contro il bavaglio dell’informazione. Su queste realtà sento tra di noi un atteggiamento di sufficienza che considero sbagliato! Nonostante tutti i limiti, in mezzo a quella gente ci sono delle persone che hanno voglia di far politica e hanno individuato, a modo loro, un’ingiustizia che ritengono la più importante e su quella si battono. Dobbiamo essere al loro fianco. Si tratta di coloro i quali ogni giorno si riversano nella rete e, tramite essa, organizzano tantissime iniziative. Non apprezzano i partiti anche perché negli ultimi anni i partiti, compreso il nostro, non hanno dato il massimo nella capacità di rappresentare i soggetti sociali più deboli! Dobbiamo tenere conto di quello che dicono, con umiltà, cercando di ricostruire una credibilità, anche cambiando noi stessi, il nostro modo di fare, il nostro modo di operare. Penso infine che anche attorno al movimento di Di Pietro ci sia un mondo che in passato ha fatto politica con noi e che oggi si colloca lì, in assenza di una sinistra credibile. Noi facciamo bene a criticare Di Pietro perché sappiamo che non è un uomo di sinistra. Usa Berlusconi per crescere e poi sulle questioni di fondo, come ad esempio il federalismo fiscale, vota assieme a Berlusconi e a Bossi! Ma dobbiamo considerare che molte persone di sinistra sostengono questo movimento e lo fanno perché oggi è quello che appare più duro contro Berlusconi.C’è poi la Fiom, con la quale siamo in perfetta sintonia, non soltanto nelle vertenze specifiche ma anche sulle questioni più generali. Poi c’è la Cgil. All’ultimo congresso sono avvenute cose gravi. Credo tuttavia che sulla Cgil dobbiamo evitare di commettere errori. Per la sua capacità organizzativa e per la sua capacità di produrre una reazione politica e di lotta è il baluardo più importante per i diritti e la democrazia di questo Paese. Basta pensare allo sciopero che ci sarà il 25 di giugno: la più importante risposta di lotta ai padroni ed al governo nei confronti della manovra economica. Evitiamo di dare giudizi schizofrenici: o va tutto bene, o va tutto male. Cerchiamo di articolare il nostro giudizio. Sono molto d’accordo sul fatto che su questa materia si metta assieme un gruppo di lavoro e si inizi ad affrontare in maniera seria questa questione.Concludendo su questa parte più politica, credo che noi dobbiamo mettere al bando ogni forma di minoritarismo e settarismo, perché questa è oggi la malattia più grave per la ricostruzione di una forza comunista e di sinistra. Il nostro partito, con la lista della Federazione, ha raccolto il 2,7%. Non dobbiamo abituarci e non dobbiamo dare per scontato che questa realtà sia immodificabile. Un approccio minoritario, che invece accetti come strutturale e definitiva questa debolezza, è da rigettare. Dobbiamo lavorare con fiducia per cercare di risalire la china e ricostruire una organizzazione che abbia la capacità di avere un consenso più significativo di quello attuale.Tra l’altro operiamo in una crisi economica che ci offre possibilità di iniziativa forti, a partire dall’affermazione di concetti e idee che abbiamo sempre sostenuto e che oggi possiamo ribadire con grande nettezza. Berlusconi dice che la manovra non mette le mani in tasca agli italiani, ma come sappiamo è invece una manovra pesantissima e di classe. Nella crisi economica non c’è solo chi ci rimette, c’è anche chi ci guadagna. La rivista americana Fortune ci informa che nel 2009, cioè l’anno di massima crisi economica mondiale, le 500 aziende più importanti del mondo hanno aumentato i loro profitti del 335%. Tra queste aziende ci sono anche quelle che sono fallite e sono state rifinanziate dal governo americano e dai governi capitalistici internazionali con soldi pubblici!Inoltre questa crisi ha l’altra faccia della medaglia, ha Pomigliano, con tutte le difficoltà che qui sono state dette, ma anche con la necessità nostra di lottare. Non so quale sarà il risultato del referendum. Intanto vedo che la manifestazione di ieri sera è stata un fallimento. Ci sarà pure il ricatto del posto di lavoro, e io capisco quei lavoratori che magari alla fine voteranno sì, ma c’è anche una reazione posistiva e una volontà di lotta.Cosa fare per cercare di dare a questo “ottimismo” che ho introdotto in questo mio intervento anche un minimo di credibilità logica? Cerco di fare delle proposte.Primo, il Partito. Il Prc deve risalire la china. Se va in crisi definitiva Rifondazione comunista crolla tutto, crolla la Federazione della Sinistra, crolla la possibilità concreta di costruire in questo Paese una sinistra di classe non omologata, alternativa al sistema bipolare. Il Partito partecipa al congresso della Federazione e poi fa il suo congresso. Il nostro Partito però per vivere deve essere dentro un progetto. Intanto però deve vivere. E allora dobbiamo occuparcene: ci sono le tessere da fare perché senza iscritti il Partito non funziona, senza circoli il Partito non funziona, senza sedi e federazioni aperte il Partito non funziona. Cominciamo a farlo tutti i giorni, ovunque. Dobbiamo dare l’esempio: organizzare la partecipazione, organizzare il lavoro sui territori, tenere aperte le nostre sedi. La situazione economica del partito è difficile. Il partito negli ultimi anni, non avendo superato gli sbarramenti, non ha ottenuto il finanziamento pubblico. Il lavoro svolto dal tesoriere in questi due anni è stato importante. Il bilancio di Liberazione è passato da 3 milioni di disavanzo a 300mila euro. Siamo vicini alla possibilità di avere un giornale che vive e si paga da solo. Tuttavia quei 300mila euro che alcuni anni fa erano ben poca cosa, adesso sono tanti e, quindi, occorre un ulteriore impegno. Il giornale certamente può migliorare, ma per migliorare ci deve essere e per esserci bisogna comperarlo, fare un minimo di diffusione, di distribuzione, di organizzare un lavoro sui territori. Oltre a risanare i conti di Liberazione è stato ridotto il personale dell’apparato centrale. Ne abbiamo ereditati 170 e adesso siamo meno della metà, numerosi in cassa integrazione, il bilancio è stato portato da 17 milioni di euro a 6 milioni di euro nel 2009. Quelli del 2010 e 2011 saranno ancora più bassi. Servono 5 milioni di euro all’anno fino al 2013, come fare? Occorre tornare a praticare l’autofinanziamento, ma anche qui non è facile perché il Partito è stato disabituato a fare queste cose e anche in quelle realtà in cui si fa, che cosa succede concretamente? Che i soldi che vengono raccolti (attraverso cene per l’autofinanziamento, lotterie o quant’altro) servono per il territorio, perché in molte regioni non siamo più nei consigli regionali, non siamo più nei consigli comunali, e quindi quelle risorse sono le uniche tramite cui si può ancora fare attività politica! Per tutte queste ragioni intervenire sul patrimonio sarà inevitabile. Ovviamente cercheremo di farlo nella misura minima e, qualora dovesse riguardare delle strutture territoriali del Partito, lo faremo con una discussione ed una condivisione dei territori interessati.Ma il limite principale del nostro Partito, dal punto di vista politico, è che su alcune scelte importanti viaggia col freno a mano tirato. Non è che non diciamo le cose. Il documento dell’ultimo Cpn è ottimo! La Federazione della Sinistra, l’offensiva unitaria, la costruzione dell’opposizione democratica al governo Berlusconi. Qual è il problema? Che su ognuna di queste cose c’è il freno a mano tirato e quindi fai ma non fai, un passo avanti e due indietro. Una sorta di galleggiamento. Bisogna avere il coraggio di prendere una posizione, giusta o sbagliata, discutiamone, ma quando è quella lì bisogna andare fuori e portarla avanti! Altrimenti non esisti. Ci vuole una piattaforma! Pochi punti ma chiari, il nostro messaggio per il Paese, che diano il senso di quello che vogliamo sulle questioni sociali, sulla crisi economica. Noi invece per ora questa chiarezza non la abbiamo e anche per questo non siamo immediatamente percepibili dal nostro elettorato potenziale!Si è parlato qui del partito sociale. Un partito comunista o è sociale o non è. Quindi benissimo i banchetti di tutti i tipi. Anzi, per un nostro circolo meglio fare un banchetto al mercato di sabato che organizzare un dibattito sul futuro della sinistra con cinque relatori di Rifondazione in cui ognuno parla contro l’altro, con il risultato che quei pochi che vengono vanno a casa e non tornano più. Meglio un banchetto che distribuisce pane o arance: ti percepiscono più utile. Sono a favore di questo impegno sociale. Sono però contrario a ritenere che la Rifondazione comunista come ricerca teorica si concretizzi nell’ideologia del partito sociale, nel ritorno agli albori del movimenti operaio. Sono contrario ad accantonare Lenin per recuperare Proudhon e con esso le teorie mutualiste e anarcosindacaliste. Non penso che questo ci faccia fare un passo avanti. Penso che tutto questo armamentario ideologico ci faccia fare un passo indietro, proprio sul terreno della cultura politica del partito. Condivido l’impegno sociale del Partito che si caratterizza anche in queste iniziative che sono state fatte, ma sono contrario alla loro teorizzazione ideologica. Che questa sia la nuova opzione politico-culturale di Rifondazione comunista. Ci riporterebbe alle opzioni revelliane. Basta rileggere Oltre il Novecento che non a caso noi contrastammo e che altri, anche dell’attuale gruppo dirigente, difesero.Il Partito vive se ha una proposta politica. Qual è il nostro problema principale? La credibilità che oggi è molto bassa. Diciamo delle cose buone ma non siamo credibili, questo è il punto. Credibilità persa perché la gente ormai è stanca delle nostre continue divisioni! In questo contesto si colloca la Federazione. In questo contesto, con la frantumazione che si è determinata, la forza della Federazione sta nel fatto che prova a invertire la tendenza alla divisione. Se c’è una critica che io faccio a noi stessi e al gruppo dirigente di Rifondazione è di non aver valorizzato il messaggio di unità e di ricomposizione che la proposta federativa contiene. La Federazione come inversione di tendenza rispetto alle scissioni di questi anni e dentro la Federazione la ricomposizione tra i due partiti comunisti. Noi non siamo mai stati d’accordo come area alla parola d’ordine dell’unità dei comunisti. Ma non è che non ci interessa l’unità dei comunisti. Ci interessa eccome. Siamo comunisti, vogliamo raccoglierne degli altri e diventar più grandi e quindi vogliamo l’unità dei comunisti. Ma se non vogliamo che l’unità dei comunisti sia una stucchevole chiacchierata ideologica, bisogna farla o provare a farla in una condizione che si possa realizzare. La Federazione oggi, e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario, è l’unico luogo in cui si può praticare dal basso, concretamente, una convergenza tra comunisti e tra i due partiti comunisti che hanno mantenuto un consenso elettorale ed un radicamento territoriale minimamente significativo. E’ anche per questo che bisogna andare avanti con la Federazione. Essere Comunisti deve investire fortemente nella Federazione. E’ il nostro progetto politico. Infatti ci sono delle resistenze. Altrimenti non si capirebbero tutte queste difficoltà e tutte queste resistenze che sono in larga parte in un pezzo di quella che è stata la prima mozione congressuale. Queste resistenze vanno battute. Mi riferisco a quella posizione che ha proposto di rimandare il congresso della Federazione, facendola, nei fatti, “saltare”. Considero gravissime le conseguenze che si produrrebbero se prevalesse questa tesi. Se non si fa la Federazione il rischio di distruggere tutto è molto alto. Se si affossa la Federazione, a partire già dalle prossime elezioni amministrative, i Comunisti Italiani presenteranno il loro simbolo. Noi già adesso ci troviamo in una condizione nella quale non riusciremo probabilmente ad arrivare agli sbarramenti perché il numero dei consiglieri è stato ridotto da una legge dello Stato. Faremo fatica ad arrivare al quorum con la Federazione. Se ognuno si presentasse per conto proprio diventerebbe praticamente impossibile. Una posizione da “irresponsabili”. Il problema è che questa posizione non la si contrasta con la dovuta fermezza. Lo ripeto ancora una volta: dobbiamo andare decisamente avanti sulla Federazione, come primo elemento di proposta politica per ridare credibilità al Partito ed alle forze della sinistra di alternativa.
Questo è importante ma non è sufficiente: bisogna lavorare per l’unità a sinistra, perché a sinistra del Pd non ci sono solo le forze che con noi condividono il progetto della Federazione. Anche questo l’abbiamo detto e scritto, ma anche su questo c’è il freno a mano tirato. Unità a sinistra vuol dire prendere atto di quello che c’è a sinistra del Pd. Ci sono diversi soggetti ma ce ne è uno principale che, ci piaccia o non ci piaccia, è Sinistra ecologia e libertà. Si è tanto parlato in queste settimane della Linke, altri contrappongono alle Linke il Kke. Io penso che ogni Paese abbia i suoi percorsi e non funzionino le trasposizioni. In Italia non va bene né la Linke, né il Kke. La proposta concreta che possiamo realizzare è la Federazione e l’unità d’azione con Sinistra e libertà. Questa è la proposta. Il nostro progetto politico è la Federazione che trova le forme di unità possibile con Sinistra ecologia e libertà. Insieme queste due forze devono dar vita ad un coordinamento permanente per organizzare iniziative e lotte. Anche su questo però, come dicevo, abbiamo il freno a mano tirato. Ecco perché è venuto fuori un appello per l’unità a sinistra! Questo è il problema, non che qualcuno si sia messo in movimento e abbia prodotto un appello. Bisogna andare avanti con l’appello perché con esso noi lanciamo un messaggio politico di unità a sinistra.La raccolta firme sull’acqua ha avuto un grande successo. Mi chiedo se oltre al referendum sull’acqua non sia possibile proporre subito altre due iniziative a Sinistra e libertà ed alle altre forze che con noi raccolgono le firme dell’acqua: una manifestazione contro la manovra economica del governo e un lavoro comune su Pomigliano.
Se è vero, come è vero, che è sotto attacco la Costituzione ed è a rischio la tenuta democratica del paese, dobbiamo infine proporre una ampia unità contro Berlusconi. Noi sappiamo che se si formasse un’alleanza dall’Udc alla Federazione della Sinistra, noi non entreremmo in quell’esecutivo. Ritengo tuttavia si debba evitare, tre anni prima che questa condizione si realizzi, di fare di questo una nostra bandiera. Non è una delle bandiere più popolari dire che vuoi fare l’unità ma l’unica cosa che chiedi è che si cambi la legge elettorale! Si rischia di dare l’impressione che ci interessi esclusivamente la nostra esistenza.Concludo sulla proposta di una nuova area politica in Rifondazione comunista. Siamo per l’unità del Partito, siamo contro le correnti organizzate. Non siamo mai stati questo, nemmeno nei momenti più duri dello scontro interno di Rifondazione comunista, quando ci venne indicata la porta. Siamo per un progetto vero che superi la balcanizzazione interna al Partito, però siamo anche contro i colpi di teatro propagandistici che non fanno fare un passo avanti a queste difficoltà che, essendosi determinante in tanti anni nel tempo, non si superano con un annuncio. Andiamo con ordine. Intanto un’area si fa su una comune base politica e di cultura politica. Ci sono queste condizioni nell’attuale maggioranza che guida il Prc? Non tenere la mozione unita, ma fare un’unica area? Sulle questioni internazionali, sul partito e sull’unità a sinistra, per fare tre esempi, facciamo le stesse valutazioni? La questione, come minimo, va approfondita. Occorre fare delle proposte concrete, praticabili perché c’è un’esigenza vera tra i compagni che ci chiede di smetterla con queste divisioni e con questa balcanizzazione del partito. Ma, ripeto, questa esigenza necessita di una risposta vera. Noi facciamo delle proposte concrete per superare le divisioni e la balcanizzazione in questo partito. Lo abbiamo fatto un anno fa con la riunione nazionale a Castell’Arquato, dicendo pubblicamente che la nostra area faceva un passo in avanti verso il superamento di un’area politicamente organizzata per una opzione più politico-culturale. Abbiamo cambiato il coordinatore. Per un anno il sottoscritto non ha partecipato a nessuna riunione di componente. Abbiamo proposto che nessun coordinatore di area fosse in segreteria nazionale. Siamo l’unica area che in segreteria nazionale non ha il coordinatore. Abbiamo proposto che tutte le aree, concordemente, non tenessero più le loro riunioni prima delle riunioni degli organismi dirigenti, perché è del tutto evidente che facendo così si svuotano gli organismi dirigenti. Abbiamo proposto di istituire una commissione del Comitato politico nazionale unitaria rappresentativa di tutte le sensibilità che discutesse dei documenti conclusivi da proporre al Cpn. Nessuna di queste proposte è stata accettata. Riconfermiamo tutte queste proposte. Noi siamo ancora disponibili a fare tutte queste cose. Si vuole fare un passo in avanti in direzione del superamento delle componenti organizzate? Noi siamo d’accordo. Avanziamo formalmente di nuovo tutte queste proposte. Vogliamo costruire una maggiore unità della maggioranza che governa Rifondazione? Occorre riunire la mozione 1 che non è stata mai riunita non perché noi non lo vogliamo ma perché chi doveva farlo non lo ha fatto. Chiediamo si faccia subito. Queste riunioni è opportuno vengano allargate anche alla mozione 2 per discutere assieme come meglio governare questo partito. Queste le nostre proposte. Ciò che va evitato è dire una cosa e nella quotidianità praticare il suo opposto.

lunedì 28 giugno 2010

E' morta Rina Gagliardi

Rina Gagliardi si è spenta questa mattina alle 7 nella clinica Villa Margherita di Roma. Già senatrice di Rifondazione, co-direttrice di "Liberazione" insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de "Gli Altri", la testata guidata da Piero Sansonetti. Noi la ricordiamo soprattutto per tutti gli anni vissuti nella nostra redazione. Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata alla Normale; si era trasferita a Roma e da allora si era dedicata a tempo pieno alla politica, la sua vera prima passione, insieme al giornalismo e fin dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il manifesto". Grande editorialista, era una vera protagonista di tutte le battaglie politiche che il nostro quotidiano implacabilmente sollevava, fino al giorno in cui divenne senatrice di Rifondazione e se ne allontanò per un impegno più diretto nel partito di Rifondazione. Di Rina ricordiamo la sua grandissima passione politica, e la sua grande arte giornalistica. Ma anche i suoi guizzi, il suo spirito arguto ed intelligentissimo, il suo amore smoderato per Mina e la lirica. Ed anche per il calcio. Insomma di lei non si può che ricordare il suo genio. Al suo compagno Dado Morandi che amava appassionatamente va tutto il nostro cordoglio. Oggi si è spenta una delle più grandi penne del giornalismo italiano.

sabato 26 giugno 2010

UN MILIONE IN PIAZZA CON LA CGIL

Più che una solidarietà con gli operai di Pomigliano, un'identificazione. Ieri è scesa in piazza in tutt'Italia un'idea diversa di lavoro e di società. Un'idea fondata sulla dignità delle persone che non accettano di piegare la schiena e subire il ricatto, «se vuoi il lavoro dammi i diritti». La parola d'ordine «siamo tutti operai di Pomigliano» ha riempito le manifestazioni per lo sciopero generale della Cgil, da Milano a Bologna, dall'Aquila a Napoli.È stato questo il segno più forte della giornata di lotta di ieri contro la manovra e la politica economica del governo. C'è un'altra strada per uscire dalla crisi - e altri sono i soggetti da colpire - fuori dai meccanismi che l'hanno generata. Percorrerla è possibile perché ci sono le energie e i valori alternativi incarnati in chi ha il coraggio di metterli in campo. Le manifestazioni sono state invase dai metalmeccanici che non si fermano di fronte al muro di odio del governo e dei padroni, alla complicità degli altri sindacati, ai silenzi di chi dovrebbe invece stringersi a sostegno della Fiom. E degli operai che si sono riconosciuti nella sua parola d'ordine - Pomigliano non si piega - perché è la loro stessa parola d'ordine.Quei tanti no, e i sì di chi di chi uscendo dalle urne truccate di Pomigliano diceva «ho dovuto cedere ma voi tenete duro, avremo ancor più bisogno di un sindacato che ci rappresenti e ci difenda», sono diventati un elemento identitario, di orgoglio non solo per i meccanici, ma per tutti i lavoratori che nella loro lotta si sono identificati e ieri hanno manifestato riempiendo di senso lo sciopero della Cgil. Uno sciopero riuscito anche perché vedere che ribellarsi alla schiavitù è possibile aiuta tutti a provarci: gli insegnanti colpiti da una politica che teme la cultura, i precari a cui è negata la speranza di futuro, chi è usurato dal lavoro e vede allontarsi l'ora della liberazione, il postino, il ricercatore, l'infermiera. Ha un valore simbolico la decisione degli operai di Pomigliano di mandare una loro delegazione alla manifestazione dell'Aquila. Il valore della solidarietà.
di Loris Campetti
su il manifesto del 26/06/2010

venerdì 25 giugno 2010

La lezione dei «fannulloni» di Marchionne



di Paolo Ferrero,

Segretario naz.le di Rifondazione Comunista

Il ricatto della Fiat non ha prodotto il plebiscito. Anzi. Nonostante il clima di intimidazione mafiosa scatenato dall’azienda, dal centro destra e dai sindacati gialli, gli operai di Pomigliano hanno dato a tutti una lezione di dignità. Una vera espressione di autonomia operaia dal padrone, dal governo, dagli organi di informazione e dall’ideologia dominante, secondo cui alla globalizzazione neoliberista non esistono alternative e l’unica soluzione è ingoiare.Questo risultato è tanto più importante perché mai come in questa vicenda governo, padroni e Banca d’Italia avevano così palesemente parlato come un sol uomo. L’avversario degli operai di Pomigliano non era solo il proprio padrone ma il complesso dei poteri forti di questo Paese. Ai quali si è accodato, con riflesso codino, un Pd allo sbando, che non riesce a schierarsi dalla parte del lavoro neppure quando sono in gioco diritti fondamentali ed elementi costitutivi della democrazia. Mai come in questa vicenda il confine della linea di classe è stato così netto: dopo i fannulloni di Brunetta sono arrivati i fannulloni di Marchionne.Il tentativo della borghesia non è solo quello di scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori; è quello di cambiare radicalmente le condizioni di lavoro e il quadro normativo e costituzionale della Repubblica. La destra usa la crisi come una “crisi costituente” e l’offensiva della Fiat rappresentava il tentativo di costruire plasticamente non solo uno sfondamento del Contratto nazionale e della Costituzione ma di avere il consenso dei lavoratori su questo sfondamento. Come la marcia dei 40.000 rappresentò la fine del ciclo di lotte degli anni ’70, il plebiscito di Pomigliano doveva diventare la parola fine sulla tutela del lavoro garantita dalla Costituzione repubblicana, ottenuta attraverso il consenso dei lavoratori. Doveva rappresentare un rito sacrificale che sanciva l’emarginazione della Fiom, la sua riduzione a fenomeno politico esterno alla classe, sancito dal voto dei lavoratori. Il plebiscito doveva sancire un passaggio di fase in cui i lavoratori stanno con l’azienda, sono rappresentati dall’azienda. Non è andata così.Questo risultato non sarebbe stato possibile senza il decisivo impegno della Fiom e il contributo nostro e del sindacalismo di base. Questo risultato parla però di una condizione della classe operaia che a mio parere va oltre Pomigliano. Parla di una situazione in cui i lavoratori anche quando tacciono non consentono. Si tratta di un punto rilevantissimo perché costituisce l’elemento politico da cui partire.Lo sciopero generale del 25 è un primo appuntamento e le otto ore indette dalla Fiom un importante passo avanti. Ripartiamo di lì per costruire un vero movimento di lotta contro l’uso padronale della crisi. Occorre mettere in discussione la globalizzazione, non i diritti dei lavoratori.

martedì 22 giugno 2010

La lotta di classe in Italia

di Dino Greco
direttore del quotidiano del Prc Liberazione

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall’azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l’operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l’assalto all’arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell’opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell’odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l’ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c’è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli “spiriti animali” del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un’azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l’investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell’alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no “compagni”.

venerdì 11 giugno 2010

DELEGAZIONE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA SULLA TOMBA DI ENRICO BERLINGUER

Una delegazione della Federazione della Sinistra ha deposto questa mattina sulla tomba di Enrico Berlinguer, nel 26° anniversario della morte, una corona di fiori. La delegazione era composta da Rosi Rinaldi, segreteria nazionale Prc, Fabio Nobile, consigliere regionale del Lazio della Federazione della Sinistra, Alfio Nicotra, responsabile politico della Federazione di Roma del Prc, Alessandro Pignatello coordinatore della segreteria nazionale Pdci, Vincenzo Calò della direzione nazionale del Pdci e Luciano Jacovino di Rifondazione Comunista di Roma. “Non si tratta di un tributo rituale alla figura di un grande dirigente comunista – hanno affermato Alfio Nicotra e Fabio Nobile – ma oggi ricordiamo un uomo che ha posto al centro della sua iniziativa, oltre la difesa della pace e dei diritti dei lavoratori, anche la questione morale. L’attualità del suo pensiero ed azione ci pare oggi costituire un punto di riferimento imprescindibile per la ricostruzione della sinistra in Italia.”

mercoledì 9 giugno 2010

Depositata in Cassazione la legge di iniziativa popolare sulle energie rinnovabili

Hanno firmato la presentazione del ddl: Alfiero Grandi, Mario Agostinelli, Francesco Maria Alemanni, Angelo Bonelli, Ferdinando Bonessio, Mauro Bulgarelli, Vittorio Bardi, Vittorio Cogliati Dezza, Paolo Cento, Giulietto Chiesa, Paolo Beni, Valerio Calzolaio, Maria Campese, Massimo de Santis, Paolo Ferrero, Stefano Leoni, Gianni Mattioli, Ugo Mazza, Roberto Musacchio, Angelo Navarra, Giuseppe Onufrio, Ciro Pesacane, Anna Piccolini, Massimo Scalia, Giuseppe Sunseri, Sergio Ulgiati, Erasmo Venosi, Vincenzo Vita, Umberto Zona.
A sostegno del disegno di legge verranno raccolte le firme dei cittadini per la presentazione in parlamento e per costruire una campagna di mobilitazione positiva a favore di una diversa politica energetica, in attuazione degli obiettivi europei del 20-20-20 entro il 2020 e per dire no al nucleare.Risparmio energetico e sostegno alle fonti rinnovabili di energia sono i 2 capisaldi della proposta di legge, il cui articolato interviene su tutti i settori dei consumi di energia: residenziale, produttivo e terziario, trasporti, e quindi non solo nell’energia elettrica che rappresenta il 20 % dei consumi totali.Il Piano Energetico Ambientale Nazionale è lo strumento principale per definire obiettivi di politica energetica e strumenti con la partecipazione delle Regioni. Nella proposta di legge vengono definite quali sono le fonti rinnovabili e che quindi sono considerate di utilità pubblica, che vanno sostenute finanziariamente, realizzate con procedure semplificate e, nel caso dell’elettricità, debbono avere priorità nell’allacciamento alla rete.La rete elettrica deve essere pubblica. Terna va trasformata in Agenzia (sul modello di quelle fiscali), coinvolgendo le Regioni.Per definire l’ammontare degli incentivi e sciogliere i passaggi più impegnativi l’Autorità per l’energia coinvolgerà 3 Istituti di ricerca di cui 1 europeo.Nel ddl ci sono proposte nuove come la costruzione di una rete di agenzie o di sportelli locali e un albo di professionisti che operano a tariffa calmierata per aiutare i cittadini nelle scelte, nelle procedure, in tutti i passaggi necessari per realizzare le scelte in materia di rinnovabili.Per recuperare le risorse necessarie vengono aboliti i contributi ai termovalorizzatori (CIP 6) che oggi costano il doppio delle rinnovabili, vengono abolite tutte le norme che puntano a reintrodurre il nucleare, viene istituita la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, anche per scoraggiare le speculazioni, viene istituito un Fondo di 3 miliardi di euro presso la Cassa Depositi e Prestiti per gli interventi (risparmio e rinnovabili) sugli edifici pubblici, a partire dalle scuole e dagli ospedali.Viene istituita una cabina di regia con Governo, Regioni, Enti locali per la gestione della legge, che si avvarrà del contributo delle associazioni ambientaliste, dei consumatori, ecc.Nei prossimi giorni la proposta di legge verrà presentata più dettagliatamente, insieme al piano di lavoro, in un seminario pubblico, aperto alla stampa, con la collaborazione di articolo 21.

Comitato SI alle energie rinnovabili NO al nucleare

giovedì 3 giugno 2010

Manovra - Ferrero: 'Draghi sta con Speculatori perché cane non mangia cane'

COMUNICATO STAMPA
Roma, 31 mag. 2010 - 'Esprimo il mio totale dissenso dalle considerazione del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi sulla Finanziaria'. Lo dichiara il segretario nazionale del Prc-Se, Paolo Ferrero. Che spiega: 'In primo luogo perché la manovra è inutile contro una speculazione internazionale, che anzi viene usata come un paravento per coprire politiche antipopolari da parte di tutti i governi europei'.
Secondo Ferrero: 'Per bloccare la speculazione basterebbe impedire la vendita dei titoli allo scoperto, tassare le transazioni speculative, e imporre alla Bce di intervenire automaticamente per l'acquisto dei titoli pubblici immessi sul mercato - spiega il segretario del Prc - Queste elementari misure non vengono attuate, perché cane non mangia cane e i governi, le banche centrali, e gli speculatori ( cioè le banche) stanno tutti dalla stessa parte della barricata contro i lavoratori. In secondo luogo non sono d'accordo con Draghi perché la manovra è iniqua socialmente ed aggrava la crisi'.

Ufficio stampa della Federazione della Sinistra/Prc-Se

sabato 8 maggio 2010

Perché il razzismo di Casapound è tollerato?

Riflessioni sul presidio nazionale del camerata Iannone
Eran «quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due». E’ finita proprio così, come recita la filastrocca che vinse lo zecchino d’oro nel 1968, il sit-in nazionale del Blocco studentesco, emanazione di CasaPound, che si è tenuto ieri a Roma. Poche centinaia di militanti raggruppati nell’angolo di una piazza troppo grande per loro. In giro nemmeno l’ombra delle migliaia che avrebbero dovuto marciare sulla Capitale come preannunciato alla vigilia. Era dunque infondato l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Anpi (per altro ritiratasi all’ultimo momento dopo aver acceso la miccia), ripreso da un folto gruppo d’intellettuali e personalità, dalle forze politiche di sinistra e dai Centri sociali che hanno dato vita ad un presidio di protesta, anche questo senza grande partecipazione. La forte opposizione della sinistra romana aveva spinto la questura a vietare inizialmente il corteo chiesto dai «fascisti del terzo millennio». Scelta molto “maliziosa” che ha accresciuto le polemiche e acceso i riflettori sulla vicenda. La sinistra si è divisa, Piero Sansonetti e Massimo Bordin hanno firmato, insieme ad altri, un appello in difesa del diritto di manifestare per chiunque. CasaPound non ne aveva gran bisogno perché ha incassato l’appoggio di 32 parlamentari del Pdl e di due consiglieri capitolini del centrodestra, Ugo Cassone e Luca Gramazio. Ricevuti dal comprensivo sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano hanno ottenuto la possibilità di una manifestazione stanziale, conclusasi prima del previsto. Tuttavia l’accorta messa in scena disposta in piazza, l’assenza di vessilli e cimeli del fascismo storico, le bocche chiuse e la comunicazione affidata solo ai portaparola ufficiali, lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante, le canzoni di Rino Gaetano e Vasco Rossi, non cancellano la lunga lista di aggressioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia, brindisi alla Shoa. Contrariamente a quanto accadeva alla destra radicale non stragista degli anni 70, questa formazione non vive ai margini del sistema ma è la micropropagine ultima del blocco politico-sociale attualmente al governo. Il 20 marzo aveva suoi uomini tra i ranghi del servizio d’ordine della manifestazione che il Pdl ha tenuto a piazza san Giovanni. Dietro l’aria scapigliata e le imitazioni futuriste, tra un pestaggio e l’altro, si intravede la voglia di poltrone negli assessorati e le municipalizzate. In attesa appalta per conto del Pdl, dietro copertura politica e sostegno materiale, il tentativo di penetrazione nel sociale e nelle scuole. A questo punto almeno una domanda è d’obbligo: l’ala del Pdl che fa capo a Fini trova inaccettabile solo il razzismo propugnato dalla Lega e nulla ha da dire su quello di CasaPound? Permangono un’ambiguità di fondo e dei legami sotterranei mai recisi.
Paolo Persichetti