giovedì 26 febbraio 2009

Le Trade Unions, «l'Ue non pensa agli operai, si preoccupa solo di salvare le banche»

Il leader Simpson, «al vertice di Londra marceremo nelle strade per farci sentire»

«Combattere per il lavoro in tempi difficili», questa la strategia adottata da Unite the Union, il sindacato britannico più forte e rappresentativo nel Trade Union Congress, la federazione di tutte le organizzazioni di lavoratori. La sfida che attende le organizzazioni sindacali ma anche politiche nei prossimi decenni sta nel ridare centralità al lavoro, e alla sua organizzazione, e in questo obbligare i Paesi dell’Europa a farsi carico delle condizioni di vita di milioni di uomini e donne.
A dirlo il segretario generale di Unite Derek Simpson, costretto a confrontarsi ogni giorno con un bollettino fatto di licenziamenti e chiusura di fabbriche. Nessuna misura adeguata è stata presa dai governi europei per rispondere alla crisi economica che si abbatte sui lavoratori e sulle famiglie, nessun provvedimento capace di difendere i loro diritti e le loro garanzie sociali. Né tanto meno è stata adottata dall’Unione Europea una linea condivisa e comune in grado di pianificare la ripresa, attraverso una mappa articolata delle strutture economico-finanziario e delle attività produttive esistenti. Si parla ossessivamente della necessità di nuove regole in grado di sviluppare un’etica di mercato che metta al riparo da future crisi, dagli «effetti collaterali» di un capitalismo cresciuto sotto il diktat di un liberismo sfrenato ed ingordo. I lavoratori sono relegati al ruolo oneroso di costo sociale, per le imprese e per lo Stato, i cittadini sono chiamati in causa solo in virtù della loro capacità d’acquisto, della loro facoltà di comprare merci. I padroni non ci diranno mai che ci troviamo a dover far fronte alle contraddizioni strutturali del loro sistema, ad una crisi di sovrapproduzione di capitali, per i quali non si riesce più a trovare investimenti produttivi che diano profitto. Quello che oggi è in discussione è l'accumulazione della loro ricchezza, e per mantenerla l’unica via è ribadire la divisione di classe, ovvero ampliare la distanza tra l’èlite benestante e la maggioranza povera, riprodurre meccanismi di sfruttamento ed emarginazione, verso una deregulation sociale che arriverà a negare a milioni di persone la stessa possibilità di riprodurre la propria forza-lavoro.
Per questo è necessario muoversi, organizzarsi, scendere in piazza per difendere diritti e salari. Si deve riuscire a creare un fronte nazionale ed internazionale di lotta, unito nel contrastare le politiche di smantellamento di tutele e garanzie per i lavoratori ed in grado di avanzare proposte concrete sul terreno dell’occupazione e di imporre regole comuni sul terreno della contrattazione. È in questo senso che va rifiutata la logica confindustriale che contrappone la manodopera nazionale a quella straniera, in virtù delle basse retribuzioni e della mancanza di tutela sindacale. Come, sottolinea Simpson, è accaduto con gli scioperi nel Lincolnshire che ha visto contrapporsi gli operai inglesi a quelli italiani, ricattati dalla necessità di ottenere quel posto di lavoro. Oggi le organizzazioni sindacali sono chiamate ad una grande sfida di resistenza e lotta, ma devono essere consce che soltanto dalla loro unità scaturisce la forza necessaria per affrontare questa fase di recessione che colpisce i lavoratori. Il sindacato Unite già pensa ad una «marcia per il lavoro» in concomitanza col vertice G20 programmato a Londra il prossimo 2 aprile. Potrebbe essere questa l’occasione per lanciare una grande mobilitazione su una piattaforma unitaria rappresentativa degli interessi dei lavoratori di tutti i Paesi europei.

Nessun commento: