martedì 29 giugno 2010

Intervento all’assemblea nazionale di Essere comunisti

di Claudio Grassi,
conclusioni dell'Assemblea naz.le di Essere Comunisti.


Care compagne e cari compagni,vi ringrazio per essere intervenuti a vostre spese a questa nostra riunione. Essa si svolge in un periodo molto intenso per la nostra area. Abbiamo affrontato questioni che vanno al di là della contingenza e questo incontro segue, a distanza di una settimana, l’importante seminario organizzato dai Giovani di Essere Comunisti a Marzabotto. Un seminario di formazione e approfondimento molto riuscito. Due appuntamenti importanti, promossi dalla nostra area in poco tempo, che ci inducono a ragionare su di noi in modo positivo.
Inoltre tra pochi giorni saremo impegnati nella Festa nazionale di Essere Comunisti. Anche quest’anno si chiamerà “Festa per l’Unità” e sarà organizzata insieme al circolo di Rifondazione comunista di Castell’Arquato, in provincia di Piacenza. Durerà ben nove giorni. E’ la prima volta che la nostra area organizza una festa così lunga. Nel passato abbiamo sempre fatto feste che si concentravano in un fine settimana. Credo che anche questa novità debba essere valutata positivamente e valorizzata. Saranno presenti personalità politiche, del mondo del lavoro, del mondo sindacale e dell’associazionismo, tra le più rappresentative della sinistra italiana.
Arriviamo alla nostra discussione. Una discussione che, a partire dalla relazione di Bruno Steri, che condivido, è servita per fare un bilancio dal congresso di Chianciano ad oggi. Un bilancio dello stato del partito e anche della nostra area. Anche io nella parte conclusiva di questo intervento parlerò di questo.Adesso voglio però affrontare un ragionamento di tipo politico sulla situazione generale e analizzare le condizioni nelle quali ci troviamo ad operare. Un tratto distintivo di molti dei vostri interventi è stata la sottolineatura delle difficoltà che hanno Rifondazione comunista, la Federazione, la sinistra e il movimento democratico in questo Paese. Ovviamente è vero: le difficoltà ci sono tutte, lo abbiamo visto anche recentemente nell’esito delle elezioni regionali. Le elezioni non sono tutto, a maggior ragione per un partito comunista, tuttavia sono un test della capacità che si ha di raccogliere consenso. Le difficoltà ci sono, le vediamo, quando cerchiamo fuori dalle nostre riunioni di trasmettere le nostre idee, le nostre piattaforme e le nostre proposte di lotta. Tuttavia, pur riconoscendo questo quadro di difficoltà, credo sia sbagliato assumere un atteggiamento negativo, eccessivamente pessimistico.Prima di tutto perché non serve e poi perché se anche noi, che a diversi livelli svolgiamo un ruolo di direzione politica, abbiamo questo atteggiamento difficilmente riusciremo a convincere altri compagni che vale la pena di lottare e di impegnarsi. Ma soprattutto questa visione pessimistica non corrisponde alla realtà. Basta allargare un po’ lo sguardo sull’Europa. Ci sono Paesi in cui la sinistra è andata in crisi e vive una condizione di marginalità: basta pensare alla Spagna. Ma ci sono anche Paesi, alcuni di questi anche molto importanti, dove la sinistra conta, ha un consenso elettorale importante ed è un punto di riferimento per le classi subalterne. E’ il caso della Linke in Germania. La Linke dieci anni fa, quando Rifondazione comunista si trovava ai massimi storici, era come noi oggi: fuori dal Parlamento. In pochi anni è riuscita a ribaltare questa situazione raggiungendo il 12%. Noi oggi, 12 anni dopo, ci troviamo nella loro situazione di allora. Questo dimostra che le situazioni possono modificarsi. Penso che se in Germania è avvenuto questo, ciò possa avvenire anche in Italia, perché lo spazio politico c’è tutto e perché il Pd non ci pensa nemmeno ad occuparlo. Nella migliore delle ipotesi cerca di temperare le politiche neoliberiste. Quello spazio è libero, tocca a noi cercare di riempirlo e ci sono tutte le condizioni per poterlo fare. C’è la Germania, ma c’è anche la Grecia. Un’esperienza completamente diversa, ma anche in quel Paese le misure del governo contro la crisi economica (che colpiscono lavoratori, studenti e pensionati) hanno visto una forte opposizione. Una opposizione che si è prodotta anche perché c’è una forza comunista significativa, radicata, che ha contribuito a produrre quella reazione così forte nel Paese. Potrei fare degli altri esempi ma mi fermo qui. Voglio dire che se oggi siamo in questa condizione di difficoltà non è affatto detto che sia una condizione immodificabile. Col nostro lavoro, col nostro impegno, la possiamo modificare.Ma non è solo il quadro europeo che mi fa dire che è sbagliata una analisi pessimistica. Noi operiamo in un Paese che non è per nulla un Paese pacificato. L’elenco delle mobilitazioni è lunghissimo: in Italia c’è una crisi delle forze politiche della sinistra, ma c’è ancora un popolo della sinistra che ha voglia di lottare. Sta a noi entrare in connessione con questo popolo. Inoltre c’è un consenso elettorale che è ancora rilevante per le forze della sinistra, oltre il 7%. Noi giustamente guardiamo a tutte le distinzioni che esistono nella sinistra, Vendola, Cannavò, il Pcl e tutte le micro-formazioni comuniste. Tuttavia le differenze tra queste forze, che noi conosciamo molto bene, per i milioni di persone che vanno a votare non sono affatto chiare! C’è un voto ancora consistente a sinistra del Pd che conta poco perché è diviso. È un voto di sinistra, di chi ritiene che il Pd sia troppo moderato e che vorrebbe in questo Paese una forza politica nettamente di sinistra, di lotta, legata al mondo del lavoro. E’ un consenso elettorale importante che oggi è frantumato e che, in prospettiva, deve essere riunificato.Anche oltre le forze di sinistra propriamente dette ci sono altri che lottano, persone che lavorano per migliorare la società, per combattere le ingiustizie. E noi saremmo degli stolti se non tenessimo conto di tutte queste persone. Si è parlato giustamente del Pd. Non è che tra di noi dobbiamo raccontarci quanto sono moderati, sappiamo tutto! D’altra parte venti anni fa abbiamo deciso di fare un’altra impresa politica e siamo ancora qui e quindi non è che siamo attirati dalle sirene del Pd! Detto questo, come si fa a non vedere che anche lì ci sono delle contraddizioni? Vi invito a comprare l’Unità. L’Unità dovrebbe essere il giornale del Pd. Ma sapete chi è ha scritto gli articoli più forti contro l’accordo di Pomigliano, oltre a Liberazione e Il Manifesto? L’Unità! Cosa vuol dire questo? Vuol dire che anche lì c’è un disagio. E se l’Unità scrive queste cose vuol dire che anche in quel mondo c’è della gente che ha quelle idee, altrimenti non avrebbero la forza di continuare ad uscire con un giornale che ha questa impostazione! E poi ci sono i movimenti che si sono prodotti nell’ultimo anno, a partire dal Popolo Viola e dalle mobilitazioni contro il bavaglio dell’informazione. Su queste realtà sento tra di noi un atteggiamento di sufficienza che considero sbagliato! Nonostante tutti i limiti, in mezzo a quella gente ci sono delle persone che hanno voglia di far politica e hanno individuato, a modo loro, un’ingiustizia che ritengono la più importante e su quella si battono. Dobbiamo essere al loro fianco. Si tratta di coloro i quali ogni giorno si riversano nella rete e, tramite essa, organizzano tantissime iniziative. Non apprezzano i partiti anche perché negli ultimi anni i partiti, compreso il nostro, non hanno dato il massimo nella capacità di rappresentare i soggetti sociali più deboli! Dobbiamo tenere conto di quello che dicono, con umiltà, cercando di ricostruire una credibilità, anche cambiando noi stessi, il nostro modo di fare, il nostro modo di operare. Penso infine che anche attorno al movimento di Di Pietro ci sia un mondo che in passato ha fatto politica con noi e che oggi si colloca lì, in assenza di una sinistra credibile. Noi facciamo bene a criticare Di Pietro perché sappiamo che non è un uomo di sinistra. Usa Berlusconi per crescere e poi sulle questioni di fondo, come ad esempio il federalismo fiscale, vota assieme a Berlusconi e a Bossi! Ma dobbiamo considerare che molte persone di sinistra sostengono questo movimento e lo fanno perché oggi è quello che appare più duro contro Berlusconi.C’è poi la Fiom, con la quale siamo in perfetta sintonia, non soltanto nelle vertenze specifiche ma anche sulle questioni più generali. Poi c’è la Cgil. All’ultimo congresso sono avvenute cose gravi. Credo tuttavia che sulla Cgil dobbiamo evitare di commettere errori. Per la sua capacità organizzativa e per la sua capacità di produrre una reazione politica e di lotta è il baluardo più importante per i diritti e la democrazia di questo Paese. Basta pensare allo sciopero che ci sarà il 25 di giugno: la più importante risposta di lotta ai padroni ed al governo nei confronti della manovra economica. Evitiamo di dare giudizi schizofrenici: o va tutto bene, o va tutto male. Cerchiamo di articolare il nostro giudizio. Sono molto d’accordo sul fatto che su questa materia si metta assieme un gruppo di lavoro e si inizi ad affrontare in maniera seria questa questione.Concludendo su questa parte più politica, credo che noi dobbiamo mettere al bando ogni forma di minoritarismo e settarismo, perché questa è oggi la malattia più grave per la ricostruzione di una forza comunista e di sinistra. Il nostro partito, con la lista della Federazione, ha raccolto il 2,7%. Non dobbiamo abituarci e non dobbiamo dare per scontato che questa realtà sia immodificabile. Un approccio minoritario, che invece accetti come strutturale e definitiva questa debolezza, è da rigettare. Dobbiamo lavorare con fiducia per cercare di risalire la china e ricostruire una organizzazione che abbia la capacità di avere un consenso più significativo di quello attuale.Tra l’altro operiamo in una crisi economica che ci offre possibilità di iniziativa forti, a partire dall’affermazione di concetti e idee che abbiamo sempre sostenuto e che oggi possiamo ribadire con grande nettezza. Berlusconi dice che la manovra non mette le mani in tasca agli italiani, ma come sappiamo è invece una manovra pesantissima e di classe. Nella crisi economica non c’è solo chi ci rimette, c’è anche chi ci guadagna. La rivista americana Fortune ci informa che nel 2009, cioè l’anno di massima crisi economica mondiale, le 500 aziende più importanti del mondo hanno aumentato i loro profitti del 335%. Tra queste aziende ci sono anche quelle che sono fallite e sono state rifinanziate dal governo americano e dai governi capitalistici internazionali con soldi pubblici!Inoltre questa crisi ha l’altra faccia della medaglia, ha Pomigliano, con tutte le difficoltà che qui sono state dette, ma anche con la necessità nostra di lottare. Non so quale sarà il risultato del referendum. Intanto vedo che la manifestazione di ieri sera è stata un fallimento. Ci sarà pure il ricatto del posto di lavoro, e io capisco quei lavoratori che magari alla fine voteranno sì, ma c’è anche una reazione posistiva e una volontà di lotta.Cosa fare per cercare di dare a questo “ottimismo” che ho introdotto in questo mio intervento anche un minimo di credibilità logica? Cerco di fare delle proposte.Primo, il Partito. Il Prc deve risalire la china. Se va in crisi definitiva Rifondazione comunista crolla tutto, crolla la Federazione della Sinistra, crolla la possibilità concreta di costruire in questo Paese una sinistra di classe non omologata, alternativa al sistema bipolare. Il Partito partecipa al congresso della Federazione e poi fa il suo congresso. Il nostro Partito però per vivere deve essere dentro un progetto. Intanto però deve vivere. E allora dobbiamo occuparcene: ci sono le tessere da fare perché senza iscritti il Partito non funziona, senza circoli il Partito non funziona, senza sedi e federazioni aperte il Partito non funziona. Cominciamo a farlo tutti i giorni, ovunque. Dobbiamo dare l’esempio: organizzare la partecipazione, organizzare il lavoro sui territori, tenere aperte le nostre sedi. La situazione economica del partito è difficile. Il partito negli ultimi anni, non avendo superato gli sbarramenti, non ha ottenuto il finanziamento pubblico. Il lavoro svolto dal tesoriere in questi due anni è stato importante. Il bilancio di Liberazione è passato da 3 milioni di disavanzo a 300mila euro. Siamo vicini alla possibilità di avere un giornale che vive e si paga da solo. Tuttavia quei 300mila euro che alcuni anni fa erano ben poca cosa, adesso sono tanti e, quindi, occorre un ulteriore impegno. Il giornale certamente può migliorare, ma per migliorare ci deve essere e per esserci bisogna comperarlo, fare un minimo di diffusione, di distribuzione, di organizzare un lavoro sui territori. Oltre a risanare i conti di Liberazione è stato ridotto il personale dell’apparato centrale. Ne abbiamo ereditati 170 e adesso siamo meno della metà, numerosi in cassa integrazione, il bilancio è stato portato da 17 milioni di euro a 6 milioni di euro nel 2009. Quelli del 2010 e 2011 saranno ancora più bassi. Servono 5 milioni di euro all’anno fino al 2013, come fare? Occorre tornare a praticare l’autofinanziamento, ma anche qui non è facile perché il Partito è stato disabituato a fare queste cose e anche in quelle realtà in cui si fa, che cosa succede concretamente? Che i soldi che vengono raccolti (attraverso cene per l’autofinanziamento, lotterie o quant’altro) servono per il territorio, perché in molte regioni non siamo più nei consigli regionali, non siamo più nei consigli comunali, e quindi quelle risorse sono le uniche tramite cui si può ancora fare attività politica! Per tutte queste ragioni intervenire sul patrimonio sarà inevitabile. Ovviamente cercheremo di farlo nella misura minima e, qualora dovesse riguardare delle strutture territoriali del Partito, lo faremo con una discussione ed una condivisione dei territori interessati.Ma il limite principale del nostro Partito, dal punto di vista politico, è che su alcune scelte importanti viaggia col freno a mano tirato. Non è che non diciamo le cose. Il documento dell’ultimo Cpn è ottimo! La Federazione della Sinistra, l’offensiva unitaria, la costruzione dell’opposizione democratica al governo Berlusconi. Qual è il problema? Che su ognuna di queste cose c’è il freno a mano tirato e quindi fai ma non fai, un passo avanti e due indietro. Una sorta di galleggiamento. Bisogna avere il coraggio di prendere una posizione, giusta o sbagliata, discutiamone, ma quando è quella lì bisogna andare fuori e portarla avanti! Altrimenti non esisti. Ci vuole una piattaforma! Pochi punti ma chiari, il nostro messaggio per il Paese, che diano il senso di quello che vogliamo sulle questioni sociali, sulla crisi economica. Noi invece per ora questa chiarezza non la abbiamo e anche per questo non siamo immediatamente percepibili dal nostro elettorato potenziale!Si è parlato qui del partito sociale. Un partito comunista o è sociale o non è. Quindi benissimo i banchetti di tutti i tipi. Anzi, per un nostro circolo meglio fare un banchetto al mercato di sabato che organizzare un dibattito sul futuro della sinistra con cinque relatori di Rifondazione in cui ognuno parla contro l’altro, con il risultato che quei pochi che vengono vanno a casa e non tornano più. Meglio un banchetto che distribuisce pane o arance: ti percepiscono più utile. Sono a favore di questo impegno sociale. Sono però contrario a ritenere che la Rifondazione comunista come ricerca teorica si concretizzi nell’ideologia del partito sociale, nel ritorno agli albori del movimenti operaio. Sono contrario ad accantonare Lenin per recuperare Proudhon e con esso le teorie mutualiste e anarcosindacaliste. Non penso che questo ci faccia fare un passo avanti. Penso che tutto questo armamentario ideologico ci faccia fare un passo indietro, proprio sul terreno della cultura politica del partito. Condivido l’impegno sociale del Partito che si caratterizza anche in queste iniziative che sono state fatte, ma sono contrario alla loro teorizzazione ideologica. Che questa sia la nuova opzione politico-culturale di Rifondazione comunista. Ci riporterebbe alle opzioni revelliane. Basta rileggere Oltre il Novecento che non a caso noi contrastammo e che altri, anche dell’attuale gruppo dirigente, difesero.Il Partito vive se ha una proposta politica. Qual è il nostro problema principale? La credibilità che oggi è molto bassa. Diciamo delle cose buone ma non siamo credibili, questo è il punto. Credibilità persa perché la gente ormai è stanca delle nostre continue divisioni! In questo contesto si colloca la Federazione. In questo contesto, con la frantumazione che si è determinata, la forza della Federazione sta nel fatto che prova a invertire la tendenza alla divisione. Se c’è una critica che io faccio a noi stessi e al gruppo dirigente di Rifondazione è di non aver valorizzato il messaggio di unità e di ricomposizione che la proposta federativa contiene. La Federazione come inversione di tendenza rispetto alle scissioni di questi anni e dentro la Federazione la ricomposizione tra i due partiti comunisti. Noi non siamo mai stati d’accordo come area alla parola d’ordine dell’unità dei comunisti. Ma non è che non ci interessa l’unità dei comunisti. Ci interessa eccome. Siamo comunisti, vogliamo raccoglierne degli altri e diventar più grandi e quindi vogliamo l’unità dei comunisti. Ma se non vogliamo che l’unità dei comunisti sia una stucchevole chiacchierata ideologica, bisogna farla o provare a farla in una condizione che si possa realizzare. La Federazione oggi, e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario, è l’unico luogo in cui si può praticare dal basso, concretamente, una convergenza tra comunisti e tra i due partiti comunisti che hanno mantenuto un consenso elettorale ed un radicamento territoriale minimamente significativo. E’ anche per questo che bisogna andare avanti con la Federazione. Essere Comunisti deve investire fortemente nella Federazione. E’ il nostro progetto politico. Infatti ci sono delle resistenze. Altrimenti non si capirebbero tutte queste difficoltà e tutte queste resistenze che sono in larga parte in un pezzo di quella che è stata la prima mozione congressuale. Queste resistenze vanno battute. Mi riferisco a quella posizione che ha proposto di rimandare il congresso della Federazione, facendola, nei fatti, “saltare”. Considero gravissime le conseguenze che si produrrebbero se prevalesse questa tesi. Se non si fa la Federazione il rischio di distruggere tutto è molto alto. Se si affossa la Federazione, a partire già dalle prossime elezioni amministrative, i Comunisti Italiani presenteranno il loro simbolo. Noi già adesso ci troviamo in una condizione nella quale non riusciremo probabilmente ad arrivare agli sbarramenti perché il numero dei consiglieri è stato ridotto da una legge dello Stato. Faremo fatica ad arrivare al quorum con la Federazione. Se ognuno si presentasse per conto proprio diventerebbe praticamente impossibile. Una posizione da “irresponsabili”. Il problema è che questa posizione non la si contrasta con la dovuta fermezza. Lo ripeto ancora una volta: dobbiamo andare decisamente avanti sulla Federazione, come primo elemento di proposta politica per ridare credibilità al Partito ed alle forze della sinistra di alternativa.
Questo è importante ma non è sufficiente: bisogna lavorare per l’unità a sinistra, perché a sinistra del Pd non ci sono solo le forze che con noi condividono il progetto della Federazione. Anche questo l’abbiamo detto e scritto, ma anche su questo c’è il freno a mano tirato. Unità a sinistra vuol dire prendere atto di quello che c’è a sinistra del Pd. Ci sono diversi soggetti ma ce ne è uno principale che, ci piaccia o non ci piaccia, è Sinistra ecologia e libertà. Si è tanto parlato in queste settimane della Linke, altri contrappongono alle Linke il Kke. Io penso che ogni Paese abbia i suoi percorsi e non funzionino le trasposizioni. In Italia non va bene né la Linke, né il Kke. La proposta concreta che possiamo realizzare è la Federazione e l’unità d’azione con Sinistra e libertà. Questa è la proposta. Il nostro progetto politico è la Federazione che trova le forme di unità possibile con Sinistra ecologia e libertà. Insieme queste due forze devono dar vita ad un coordinamento permanente per organizzare iniziative e lotte. Anche su questo però, come dicevo, abbiamo il freno a mano tirato. Ecco perché è venuto fuori un appello per l’unità a sinistra! Questo è il problema, non che qualcuno si sia messo in movimento e abbia prodotto un appello. Bisogna andare avanti con l’appello perché con esso noi lanciamo un messaggio politico di unità a sinistra.La raccolta firme sull’acqua ha avuto un grande successo. Mi chiedo se oltre al referendum sull’acqua non sia possibile proporre subito altre due iniziative a Sinistra e libertà ed alle altre forze che con noi raccolgono le firme dell’acqua: una manifestazione contro la manovra economica del governo e un lavoro comune su Pomigliano.
Se è vero, come è vero, che è sotto attacco la Costituzione ed è a rischio la tenuta democratica del paese, dobbiamo infine proporre una ampia unità contro Berlusconi. Noi sappiamo che se si formasse un’alleanza dall’Udc alla Federazione della Sinistra, noi non entreremmo in quell’esecutivo. Ritengo tuttavia si debba evitare, tre anni prima che questa condizione si realizzi, di fare di questo una nostra bandiera. Non è una delle bandiere più popolari dire che vuoi fare l’unità ma l’unica cosa che chiedi è che si cambi la legge elettorale! Si rischia di dare l’impressione che ci interessi esclusivamente la nostra esistenza.Concludo sulla proposta di una nuova area politica in Rifondazione comunista. Siamo per l’unità del Partito, siamo contro le correnti organizzate. Non siamo mai stati questo, nemmeno nei momenti più duri dello scontro interno di Rifondazione comunista, quando ci venne indicata la porta. Siamo per un progetto vero che superi la balcanizzazione interna al Partito, però siamo anche contro i colpi di teatro propagandistici che non fanno fare un passo avanti a queste difficoltà che, essendosi determinante in tanti anni nel tempo, non si superano con un annuncio. Andiamo con ordine. Intanto un’area si fa su una comune base politica e di cultura politica. Ci sono queste condizioni nell’attuale maggioranza che guida il Prc? Non tenere la mozione unita, ma fare un’unica area? Sulle questioni internazionali, sul partito e sull’unità a sinistra, per fare tre esempi, facciamo le stesse valutazioni? La questione, come minimo, va approfondita. Occorre fare delle proposte concrete, praticabili perché c’è un’esigenza vera tra i compagni che ci chiede di smetterla con queste divisioni e con questa balcanizzazione del partito. Ma, ripeto, questa esigenza necessita di una risposta vera. Noi facciamo delle proposte concrete per superare le divisioni e la balcanizzazione in questo partito. Lo abbiamo fatto un anno fa con la riunione nazionale a Castell’Arquato, dicendo pubblicamente che la nostra area faceva un passo in avanti verso il superamento di un’area politicamente organizzata per una opzione più politico-culturale. Abbiamo cambiato il coordinatore. Per un anno il sottoscritto non ha partecipato a nessuna riunione di componente. Abbiamo proposto che nessun coordinatore di area fosse in segreteria nazionale. Siamo l’unica area che in segreteria nazionale non ha il coordinatore. Abbiamo proposto che tutte le aree, concordemente, non tenessero più le loro riunioni prima delle riunioni degli organismi dirigenti, perché è del tutto evidente che facendo così si svuotano gli organismi dirigenti. Abbiamo proposto di istituire una commissione del Comitato politico nazionale unitaria rappresentativa di tutte le sensibilità che discutesse dei documenti conclusivi da proporre al Cpn. Nessuna di queste proposte è stata accettata. Riconfermiamo tutte queste proposte. Noi siamo ancora disponibili a fare tutte queste cose. Si vuole fare un passo in avanti in direzione del superamento delle componenti organizzate? Noi siamo d’accordo. Avanziamo formalmente di nuovo tutte queste proposte. Vogliamo costruire una maggiore unità della maggioranza che governa Rifondazione? Occorre riunire la mozione 1 che non è stata mai riunita non perché noi non lo vogliamo ma perché chi doveva farlo non lo ha fatto. Chiediamo si faccia subito. Queste riunioni è opportuno vengano allargate anche alla mozione 2 per discutere assieme come meglio governare questo partito. Queste le nostre proposte. Ciò che va evitato è dire una cosa e nella quotidianità praticare il suo opposto.

lunedì 28 giugno 2010

E' morta Rina Gagliardi

Rina Gagliardi si è spenta questa mattina alle 7 nella clinica Villa Margherita di Roma. Già senatrice di Rifondazione, co-direttrice di "Liberazione" insieme a Sandro Curzi, negli ultimi tempi era collaboratrice de "Gli Altri", la testata guidata da Piero Sansonetti. Noi la ricordiamo soprattutto per tutti gli anni vissuti nella nostra redazione. Rina, classe 1947, era nata a Pisa dove poi si era laureata alla Normale; si era trasferita a Roma e da allora si era dedicata a tempo pieno alla politica, la sua vera prima passione, insieme al giornalismo e fin dal 1971 aveva fatto parte del gruppo di giovani che insieme a Castellina, Rossanda, Parlato, Pintor e altri fuorusciti dalle file del Pci fondarono "il manifesto". Grande editorialista, era una vera protagonista di tutte le battaglie politiche che il nostro quotidiano implacabilmente sollevava, fino al giorno in cui divenne senatrice di Rifondazione e se ne allontanò per un impegno più diretto nel partito di Rifondazione. Di Rina ricordiamo la sua grandissima passione politica, e la sua grande arte giornalistica. Ma anche i suoi guizzi, il suo spirito arguto ed intelligentissimo, il suo amore smoderato per Mina e la lirica. Ed anche per il calcio. Insomma di lei non si può che ricordare il suo genio. Al suo compagno Dado Morandi che amava appassionatamente va tutto il nostro cordoglio. Oggi si è spenta una delle più grandi penne del giornalismo italiano.

sabato 26 giugno 2010

UN MILIONE IN PIAZZA CON LA CGIL

Più che una solidarietà con gli operai di Pomigliano, un'identificazione. Ieri è scesa in piazza in tutt'Italia un'idea diversa di lavoro e di società. Un'idea fondata sulla dignità delle persone che non accettano di piegare la schiena e subire il ricatto, «se vuoi il lavoro dammi i diritti». La parola d'ordine «siamo tutti operai di Pomigliano» ha riempito le manifestazioni per lo sciopero generale della Cgil, da Milano a Bologna, dall'Aquila a Napoli.È stato questo il segno più forte della giornata di lotta di ieri contro la manovra e la politica economica del governo. C'è un'altra strada per uscire dalla crisi - e altri sono i soggetti da colpire - fuori dai meccanismi che l'hanno generata. Percorrerla è possibile perché ci sono le energie e i valori alternativi incarnati in chi ha il coraggio di metterli in campo. Le manifestazioni sono state invase dai metalmeccanici che non si fermano di fronte al muro di odio del governo e dei padroni, alla complicità degli altri sindacati, ai silenzi di chi dovrebbe invece stringersi a sostegno della Fiom. E degli operai che si sono riconosciuti nella sua parola d'ordine - Pomigliano non si piega - perché è la loro stessa parola d'ordine.Quei tanti no, e i sì di chi di chi uscendo dalle urne truccate di Pomigliano diceva «ho dovuto cedere ma voi tenete duro, avremo ancor più bisogno di un sindacato che ci rappresenti e ci difenda», sono diventati un elemento identitario, di orgoglio non solo per i meccanici, ma per tutti i lavoratori che nella loro lotta si sono identificati e ieri hanno manifestato riempiendo di senso lo sciopero della Cgil. Uno sciopero riuscito anche perché vedere che ribellarsi alla schiavitù è possibile aiuta tutti a provarci: gli insegnanti colpiti da una politica che teme la cultura, i precari a cui è negata la speranza di futuro, chi è usurato dal lavoro e vede allontarsi l'ora della liberazione, il postino, il ricercatore, l'infermiera. Ha un valore simbolico la decisione degli operai di Pomigliano di mandare una loro delegazione alla manifestazione dell'Aquila. Il valore della solidarietà.
di Loris Campetti
su il manifesto del 26/06/2010

venerdì 25 giugno 2010

La lezione dei «fannulloni» di Marchionne



di Paolo Ferrero,

Segretario naz.le di Rifondazione Comunista

Il ricatto della Fiat non ha prodotto il plebiscito. Anzi. Nonostante il clima di intimidazione mafiosa scatenato dall’azienda, dal centro destra e dai sindacati gialli, gli operai di Pomigliano hanno dato a tutti una lezione di dignità. Una vera espressione di autonomia operaia dal padrone, dal governo, dagli organi di informazione e dall’ideologia dominante, secondo cui alla globalizzazione neoliberista non esistono alternative e l’unica soluzione è ingoiare.Questo risultato è tanto più importante perché mai come in questa vicenda governo, padroni e Banca d’Italia avevano così palesemente parlato come un sol uomo. L’avversario degli operai di Pomigliano non era solo il proprio padrone ma il complesso dei poteri forti di questo Paese. Ai quali si è accodato, con riflesso codino, un Pd allo sbando, che non riesce a schierarsi dalla parte del lavoro neppure quando sono in gioco diritti fondamentali ed elementi costitutivi della democrazia. Mai come in questa vicenda il confine della linea di classe è stato così netto: dopo i fannulloni di Brunetta sono arrivati i fannulloni di Marchionne.Il tentativo della borghesia non è solo quello di scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori; è quello di cambiare radicalmente le condizioni di lavoro e il quadro normativo e costituzionale della Repubblica. La destra usa la crisi come una “crisi costituente” e l’offensiva della Fiat rappresentava il tentativo di costruire plasticamente non solo uno sfondamento del Contratto nazionale e della Costituzione ma di avere il consenso dei lavoratori su questo sfondamento. Come la marcia dei 40.000 rappresentò la fine del ciclo di lotte degli anni ’70, il plebiscito di Pomigliano doveva diventare la parola fine sulla tutela del lavoro garantita dalla Costituzione repubblicana, ottenuta attraverso il consenso dei lavoratori. Doveva rappresentare un rito sacrificale che sanciva l’emarginazione della Fiom, la sua riduzione a fenomeno politico esterno alla classe, sancito dal voto dei lavoratori. Il plebiscito doveva sancire un passaggio di fase in cui i lavoratori stanno con l’azienda, sono rappresentati dall’azienda. Non è andata così.Questo risultato non sarebbe stato possibile senza il decisivo impegno della Fiom e il contributo nostro e del sindacalismo di base. Questo risultato parla però di una condizione della classe operaia che a mio parere va oltre Pomigliano. Parla di una situazione in cui i lavoratori anche quando tacciono non consentono. Si tratta di un punto rilevantissimo perché costituisce l’elemento politico da cui partire.Lo sciopero generale del 25 è un primo appuntamento e le otto ore indette dalla Fiom un importante passo avanti. Ripartiamo di lì per costruire un vero movimento di lotta contro l’uso padronale della crisi. Occorre mettere in discussione la globalizzazione, non i diritti dei lavoratori.

martedì 22 giugno 2010

La lotta di classe in Italia

di Dino Greco
direttore del quotidiano del Prc Liberazione

Domenica abbiamo pubblicato, pressoché per intero, il testo di quello che viene spacciato per accordo e che in realtà è (come hanno osservato, fra gli altri, due ex segretari generali della Cgil e il più prestigioso leader che la Cisl abbia mai avuto) un editto imposto dalla Fiat, con il bastone sul tavolo, ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. Abbiamo voluto riprodurlo tal quale, e non semplicemente riassumendone il contenuto, perché quella prosa, ossessivamente ripetitiva nel rimarcare i poteri arbitrari sussunti dall’azienda e le punizioni contemplate per i lavoratori o i sindacati dissenzienti, è di per se stessa un manifesto di inaudita arroganza padronale. Ve ne raccomandiamo la lettura. Si vedrà come forma e contenuto si rincorrano nel riplasmare - normativamente e stilisticamente - il quadro asimmetrico di relazioni dentro cui, nel futuro, si dovranno iscrivere i rapporti fra il management aziendale ed i lavoratori, fra il padrone e l’operaio, fra chi comanderà e chi dovrà soltanto - e silenziosamente - ubbidire. Eppure, malgrado l’assalto all’arma bianca scatenato contro la Fiom - con pochissime eccezioni - da organi di governo, partiti della maggioranza e dell’opposizione parlamentare, gli uomini di corso Marconi sono nervosi. La fiaccolata di sabato promossa ad imitazione della manifestazione con cui nel 1980 i quadri e gli impiegati dello stabilimento torinese spensero la lotta operaia contro i licenziamenti, si è risolta in un flop. Quello che doveva essere un rito propiziatorio, in vista dell’odierno referendum, non è andato bene. E la Fiat lo sa. Sa anche che essa potrà estorcere un consenso solo formale a persone che voteranno in condizioni di illibertà. Per questo non si fida. Ed ecco allora farsi strada, nella compagine aziendale, l’ipotesi inimmaginabile, la più spregiudicata e dirompente. Si costituirebbe una nuova società che rileverebbe lo stabilimento, i macchinari e, fra i dipendenti, solo quanti aderissero manifestamente ad un contratto aziendale coerente con la proposta Fiat. Insomma, una soluzione piratesca che fino a ieri avevamo visto praticare soltanto dai padroncini dei laboratori della subfornitura manifatturiera, i quali - con escamotage simili a questo - hanno tante volte cambiato nome e ragione sociale alla propria microimpresa, dalla sera alla mattina, lasciando per strada i lavoratori, per poi riassumerne una parte soltanto, liberandosi di tutti gli indesiderabili. Non sappiamo se la Fiat voglia davvero oltrepassare la soglia al di là della quale c’è spazio soltanto per la più barbara oppressione sociale.
Certo è che le condizioni politiche che alimentano gli “spiriti animali” del capitalismo nostrano ci sono tutte. In primo luogo un governo indecente, che si schiera senza batter ciglio con un’azienda che, dopo aver beneficiato per decenni di finanziamenti pubblici, si appresta a chiudere lo stabilimento di Termini Imerese (sostenendo che in Sicilia si può produrre solo in perdita) e minaccia ora di cancellare anche quello di Pomigliano, nel caso in cui i lavoratori non si pieghino a subire condizioni servili; un governo che si genuflette davanti ad un atto di imperio che fa passare l’investimento industriale per una generosa concessione e non per un doveroso impegno verso la comunità operaia che ha fatto, per tre generazioni, le fortune di una famiglia imprenditoriale. Si vuole cancellare dalla memoria storica dei giovani lavoratori la consapevolezza che il padrone il lavoro non te lo dà, ma se lo prende. E che tu non gli devi nulla, se non le tue braccia e la tua onesta fatica, mentre è lui che deve tutto a te.
Non avremmo mai pensato che a questi rudimenti dell’alfabeto sociale si sarebbe tornati. Ma a questo siamo. E del resto, come meravigliarsi, se fra gli uomini e le donne del Pd che avallano questa ecatombe di diritti tiene banco la cruciale discussione se sia il caso, fra loro, di chiamarsi ancora oppure no “compagni”.

venerdì 11 giugno 2010

DELEGAZIONE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA SULLA TOMBA DI ENRICO BERLINGUER

Una delegazione della Federazione della Sinistra ha deposto questa mattina sulla tomba di Enrico Berlinguer, nel 26° anniversario della morte, una corona di fiori. La delegazione era composta da Rosi Rinaldi, segreteria nazionale Prc, Fabio Nobile, consigliere regionale del Lazio della Federazione della Sinistra, Alfio Nicotra, responsabile politico della Federazione di Roma del Prc, Alessandro Pignatello coordinatore della segreteria nazionale Pdci, Vincenzo Calò della direzione nazionale del Pdci e Luciano Jacovino di Rifondazione Comunista di Roma. “Non si tratta di un tributo rituale alla figura di un grande dirigente comunista – hanno affermato Alfio Nicotra e Fabio Nobile – ma oggi ricordiamo un uomo che ha posto al centro della sua iniziativa, oltre la difesa della pace e dei diritti dei lavoratori, anche la questione morale. L’attualità del suo pensiero ed azione ci pare oggi costituire un punto di riferimento imprescindibile per la ricostruzione della sinistra in Italia.”

mercoledì 9 giugno 2010

Depositata in Cassazione la legge di iniziativa popolare sulle energie rinnovabili

Hanno firmato la presentazione del ddl: Alfiero Grandi, Mario Agostinelli, Francesco Maria Alemanni, Angelo Bonelli, Ferdinando Bonessio, Mauro Bulgarelli, Vittorio Bardi, Vittorio Cogliati Dezza, Paolo Cento, Giulietto Chiesa, Paolo Beni, Valerio Calzolaio, Maria Campese, Massimo de Santis, Paolo Ferrero, Stefano Leoni, Gianni Mattioli, Ugo Mazza, Roberto Musacchio, Angelo Navarra, Giuseppe Onufrio, Ciro Pesacane, Anna Piccolini, Massimo Scalia, Giuseppe Sunseri, Sergio Ulgiati, Erasmo Venosi, Vincenzo Vita, Umberto Zona.
A sostegno del disegno di legge verranno raccolte le firme dei cittadini per la presentazione in parlamento e per costruire una campagna di mobilitazione positiva a favore di una diversa politica energetica, in attuazione degli obiettivi europei del 20-20-20 entro il 2020 e per dire no al nucleare.Risparmio energetico e sostegno alle fonti rinnovabili di energia sono i 2 capisaldi della proposta di legge, il cui articolato interviene su tutti i settori dei consumi di energia: residenziale, produttivo e terziario, trasporti, e quindi non solo nell’energia elettrica che rappresenta il 20 % dei consumi totali.Il Piano Energetico Ambientale Nazionale è lo strumento principale per definire obiettivi di politica energetica e strumenti con la partecipazione delle Regioni. Nella proposta di legge vengono definite quali sono le fonti rinnovabili e che quindi sono considerate di utilità pubblica, che vanno sostenute finanziariamente, realizzate con procedure semplificate e, nel caso dell’elettricità, debbono avere priorità nell’allacciamento alla rete.La rete elettrica deve essere pubblica. Terna va trasformata in Agenzia (sul modello di quelle fiscali), coinvolgendo le Regioni.Per definire l’ammontare degli incentivi e sciogliere i passaggi più impegnativi l’Autorità per l’energia coinvolgerà 3 Istituti di ricerca di cui 1 europeo.Nel ddl ci sono proposte nuove come la costruzione di una rete di agenzie o di sportelli locali e un albo di professionisti che operano a tariffa calmierata per aiutare i cittadini nelle scelte, nelle procedure, in tutti i passaggi necessari per realizzare le scelte in materia di rinnovabili.Per recuperare le risorse necessarie vengono aboliti i contributi ai termovalorizzatori (CIP 6) che oggi costano il doppio delle rinnovabili, vengono abolite tutte le norme che puntano a reintrodurre il nucleare, viene istituita la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, anche per scoraggiare le speculazioni, viene istituito un Fondo di 3 miliardi di euro presso la Cassa Depositi e Prestiti per gli interventi (risparmio e rinnovabili) sugli edifici pubblici, a partire dalle scuole e dagli ospedali.Viene istituita una cabina di regia con Governo, Regioni, Enti locali per la gestione della legge, che si avvarrà del contributo delle associazioni ambientaliste, dei consumatori, ecc.Nei prossimi giorni la proposta di legge verrà presentata più dettagliatamente, insieme al piano di lavoro, in un seminario pubblico, aperto alla stampa, con la collaborazione di articolo 21.

Comitato SI alle energie rinnovabili NO al nucleare

giovedì 3 giugno 2010

Manovra - Ferrero: 'Draghi sta con Speculatori perché cane non mangia cane'

COMUNICATO STAMPA
Roma, 31 mag. 2010 - 'Esprimo il mio totale dissenso dalle considerazione del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi sulla Finanziaria'. Lo dichiara il segretario nazionale del Prc-Se, Paolo Ferrero. Che spiega: 'In primo luogo perché la manovra è inutile contro una speculazione internazionale, che anzi viene usata come un paravento per coprire politiche antipopolari da parte di tutti i governi europei'.
Secondo Ferrero: 'Per bloccare la speculazione basterebbe impedire la vendita dei titoli allo scoperto, tassare le transazioni speculative, e imporre alla Bce di intervenire automaticamente per l'acquisto dei titoli pubblici immessi sul mercato - spiega il segretario del Prc - Queste elementari misure non vengono attuate, perché cane non mangia cane e i governi, le banche centrali, e gli speculatori ( cioè le banche) stanno tutti dalla stessa parte della barricata contro i lavoratori. In secondo luogo non sono d'accordo con Draghi perché la manovra è iniqua socialmente ed aggrava la crisi'.

Ufficio stampa della Federazione della Sinistra/Prc-Se