
giovedì 25 dicembre 2008
martedì 23 dicembre 2008
ATTACCO DEL GOVERNO CONTRO LE DONNE LAVORATRICI
I padroni fanno pagare la loro crisi ai lavoratori
Probabilmente la considerano una misura anticrisi ma noi comunisti la valutiamo per ciò che è, una scellerata iniziativa. E’ risaputo che le capacità lavorativa fisica delle donne lavoratrici sia metalmeccaniche sia del pubblico impiego, non sono pari a quelle dell’uomo. Eppure Berlusconi e Brunetta fanno finta di non sapere. Dopo la carta dei poveri, elemosina dei padroni data a chi vive in una situazione drammatica, di 40 euro (neanche sufficiente per fare la spesa per 2 giorni), adesso il governo ha intenzione di incatenare i destini dei lavoratori alla loro produttività grazie a tornelli e faccine telematiche. Come spiegare questo provvedimento reazionario e padronale? Per dirla con Marx: “Il Capitale per accrescersi ha bisogno di creare nuovo lavoro salariato” cioè bisogna che i padroni, per non pagare gli effetti della crisi che loro stessi hanno causato, aumentino l’età pensionabile per i loro dipendenti. Una buona politica prevedrebbe l’abbassamento dell’età di pensionamento per creare più posti di lavoro per i giovani ed una dignitosa pensione per i lavoratori. NELLA LOGICA DEI POTERI FORTI E DEL CENTRODESTRA CIO’ NON E’ POSSIBILE. Infatti con l’aumento dell’età pensionabile il Governo non sarà costretto a pagare un numero rilevante di pensioni ed i padroni non dovranno retribuire nuovi lavoratori più giovani che rimarranno, eternamente, precari.
Marx previde tutto ciò nel 1848. Infatti questa non è una crisi economica, MA E’ LA CRISI DEL CAPITALISMO. I rimedi che si vogliono mettere in atto sono quelli degli aiuti di Stato, cosa totalmente contraria a tutte le regole del libero (si fa per dire) mercato. Sono necessarie politica di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza (“da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni” diceva anche questo Marx!) ed aumenti salariali.
Queste proposte non possono venire che da un partito dei lavoratori, un partito comunista.
LOTTA CON NOI, LOTTA COI COMUNISTI ITALIANI !
Marx previde tutto ciò nel 1848. Infatti questa non è una crisi economica, MA E’ LA CRISI DEL CAPITALISMO. I rimedi che si vogliono mettere in atto sono quelli degli aiuti di Stato, cosa totalmente contraria a tutte le regole del libero (si fa per dire) mercato. Sono necessarie politica di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza (“da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni” diceva anche questo Marx!) ed aumenti salariali.
Queste proposte non possono venire che da un partito dei lavoratori, un partito comunista.
LOTTA CON NOI, LOTTA COI COMUNISTI ITALIANI !
mercoledì 17 dicembre 2008
Parte la campagna di tesseramento per il 2009 della FGCI

A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, i giovani comunisti di Rifondazione Comunista hanno deciso di celebrare quel “tragico” evento, dedicando la tessera del 2009 all'abbattimento di quell'agglomerato di cemento armato e graffiti che per più di trent'anni ha contribuito a dividere fisicamente e mentalmente il mondo in due blocchi. Una scelta coraggiosa, non c'è che dire, che ha il merito di fare chiarezza sulla capacità del gruppo dirigente dei giovani comunisti di comprendere e decifrare la storia, così come di sollevare un dibattito che, trascorsi vent'anni, può essere affrontato laicamente, anche da parte di chi, come me, nel novembre del 1989 aveva da poco compiuto 9 anni.
Il compagno Simone Oggionni, coordinatore dei Giovani di Essere Comunisti, con un articolo apparso su Liberazione lo scorso 13 dicembre, ha avuto l'innegabile coraggio di intervenire sul punto affermando che, forse, da quella storica caduta, all'umanità tutta e all'Europa in particolare sono nate più sventure e disastri, che sorti magnifiche et progressive. Da quell'intervento sono nate infinite polemiche e levate di scudi, con il direttore Sansonetti di Liberazione che un'editoriale in cui ammetteva candidamente di non essere comunista (per inciso, non ce ne era bisogno, nessuno di nutriva alcun dubbio) difendeva la tessera, la scelta e il giudizio: la caduta del muro ha sancito la liberazione di milioni di persone dalla dittatura e dall'oppressione che ormai da ottant'anni violentavano una parte del mondo. Caro Sansonetti, ci dispiace, ma hai torto. Era meglio se quel muro rimaneva ancora in piedi. Nel mondo bipolare erano i lavoratori a stare meglio. E non solo quelli che vivevano al di là della cortina di ferro, ma anche quelli europei. Capisco che queste parole possano sembrare inaudite ad una generazione cresciuta tra film di Walt Disney dove arditi riuscivano a scappare da feroci pastori tedeschi comunisti della DDR costruendo con lenzuola mongolfiere o telefilm di Mac Gyver dove il nostro eroe riusciva a passare il muro nascondendosi in una bara, ma credo che a distanza di vent'anni sia arrivato il momento di aprire un simile dibattito e analizzare la storia, vista dalla parte degli oppressi e dei lavoratori, non con gli occhi distratti dello spettatore che si assopisce guardando History Channel, ma cercando di sviluppare un giudizio che, se non è storico, può tentare di essere almeno politico. Non è una abiura della storia e della tradizione politica del partito comunista italiano, né una critica postuma alla sicurezza data al compagno Enrico Berlinguer dall'ombrello della Nato. Ma un conto è giudicare il grado di socialismo, gli eccessi, le storture dei governi comunisti dell'Est Europa e dell'Unione Sovietica, altro conto è celebrare con orgoglio l'evento che ha dato all'imperialismo statunitense la possibilità di dispiegarsi in tutto il mondo, ai diritti dei lavoratori europei di essere compressi sino quasi alla cancellazione e che ha consegnato milioni di uomini e donne al capitalismo rampante degli oligarchi russi. Forse che le schiave bambine russe e moldave che sono costrette a vendere il loro corpo, sfruttate dai loro aguzzini sulle nostre strade, stanno meglio perché è caduto il muro di Berlino? E che dire della guerra che, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno portato in modo indiscriminato in tutto il mondo? L'assenza di un forte campo socialista che possa far da contrappeso al'avanzata del capitale non è stato forse anche causa della riduzione dei diritti dei lavoratori? Dal 1989 ad oggi, dopo la caduta del muro e il crollo di uno dei due blocchi, anche per la indiscutibile incapacità dei partiti comunisti di agire e lavorare in questo nuovo quadro politico, i diritti dei lavoratori sono stati ridotti, diminuti, violentati. Anche perché i comunisti hanno abbandonato le periferie e i luoghi del lavoro e del disagio. Ma non solo per questo. Peraltro ci si è scandalizzati tanto per il muro di Berlino, ma non lo si è fatto per tanti altri muri. A Cipro, l'unica isola comunista d'Europa, la linea verde divide ancora un popolo in due stati. E che dire della barriera di filo spinato e guardie armate che separa il Messico dagli Stati Uniti, attraversando la quale molti uomini e donne trovano le morte? Oppure del muro integralista che imprigiona le popolazioni palestinesi a Gaza? Perché di questi muri non si parla? Perché siamo solo noi a denunciarli e a lavorare perché siano abbatuti? Francamente celebrare il 1989 come un grande momento di liberazione e di riscatto ci sembra eccessivo. Ma si sa, ormai uscire fuori dal pensiero unico è davvero cosa complicata. Anche per i Giovani Comunisti. E' per questo che la tessera della FGCI di quest'anno celebrerà un grande avvenimento che si è svolto sempre a Berlino, ma qualche anno prima, quando l'Armata Rossa conquistò la capitale tedesca facendo sventolare dal Reichstag liberato la bandiera rossa della riscossa degli oppressi. Colgo l'occasione anche per fare una domanda ai miei amici Betta Piccolotti e Federico Tomasello, portavoce della nostra organizzazione sorella. Perchè vi ostinate ancora a mantenere quel nome? Siete forse legati ad esso come fosse un feticcio? Questo paese e i giovani italiani - l'hanno dimostrato anche i recenti movimenti dell'Onda - hanno necessità di una forte organizzazione giovanile che sappia dare voce allo sfruttamento e al precariato. Non c'è più lo spazio in Italia per due organizzazioni giovanili comuniste. Mettiamo da parte ogni rancore, e creiamo immediatamente l'Unione di tutti i Giovani Comunisti, un'organizzazione aperta e dinamica, in cui tutti possiamo ritrovarci e lavorare. Ce lo impone la recente disfatta elettorale, ma ce lo impone innanzitutto il buon senso. E' una richiesta che la FGCI rivolge a tutti Giovani Comunisti. Ma nel caso in cui qualcuno pensi invece che il futuro sia una struttura debole e decomunistizzata, è una richiesta che rivolgiamo ai molti compagni giovani e comunisti iscritti a Rifondazione che credono ancora nella necessità di modificare lo stato di cose presente. Il tempo è scaduto. Lavoriamoci da subito.
Il compagno Simone Oggionni, coordinatore dei Giovani di Essere Comunisti, con un articolo apparso su Liberazione lo scorso 13 dicembre, ha avuto l'innegabile coraggio di intervenire sul punto affermando che, forse, da quella storica caduta, all'umanità tutta e all'Europa in particolare sono nate più sventure e disastri, che sorti magnifiche et progressive. Da quell'intervento sono nate infinite polemiche e levate di scudi, con il direttore Sansonetti di Liberazione che un'editoriale in cui ammetteva candidamente di non essere comunista (per inciso, non ce ne era bisogno, nessuno di nutriva alcun dubbio) difendeva la tessera, la scelta e il giudizio: la caduta del muro ha sancito la liberazione di milioni di persone dalla dittatura e dall'oppressione che ormai da ottant'anni violentavano una parte del mondo. Caro Sansonetti, ci dispiace, ma hai torto. Era meglio se quel muro rimaneva ancora in piedi. Nel mondo bipolare erano i lavoratori a stare meglio. E non solo quelli che vivevano al di là della cortina di ferro, ma anche quelli europei. Capisco che queste parole possano sembrare inaudite ad una generazione cresciuta tra film di Walt Disney dove arditi riuscivano a scappare da feroci pastori tedeschi comunisti della DDR costruendo con lenzuola mongolfiere o telefilm di Mac Gyver dove il nostro eroe riusciva a passare il muro nascondendosi in una bara, ma credo che a distanza di vent'anni sia arrivato il momento di aprire un simile dibattito e analizzare la storia, vista dalla parte degli oppressi e dei lavoratori, non con gli occhi distratti dello spettatore che si assopisce guardando History Channel, ma cercando di sviluppare un giudizio che, se non è storico, può tentare di essere almeno politico. Non è una abiura della storia e della tradizione politica del partito comunista italiano, né una critica postuma alla sicurezza data al compagno Enrico Berlinguer dall'ombrello della Nato. Ma un conto è giudicare il grado di socialismo, gli eccessi, le storture dei governi comunisti dell'Est Europa e dell'Unione Sovietica, altro conto è celebrare con orgoglio l'evento che ha dato all'imperialismo statunitense la possibilità di dispiegarsi in tutto il mondo, ai diritti dei lavoratori europei di essere compressi sino quasi alla cancellazione e che ha consegnato milioni di uomini e donne al capitalismo rampante degli oligarchi russi. Forse che le schiave bambine russe e moldave che sono costrette a vendere il loro corpo, sfruttate dai loro aguzzini sulle nostre strade, stanno meglio perché è caduto il muro di Berlino? E che dire della guerra che, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno portato in modo indiscriminato in tutto il mondo? L'assenza di un forte campo socialista che possa far da contrappeso al'avanzata del capitale non è stato forse anche causa della riduzione dei diritti dei lavoratori? Dal 1989 ad oggi, dopo la caduta del muro e il crollo di uno dei due blocchi, anche per la indiscutibile incapacità dei partiti comunisti di agire e lavorare in questo nuovo quadro politico, i diritti dei lavoratori sono stati ridotti, diminuti, violentati. Anche perché i comunisti hanno abbandonato le periferie e i luoghi del lavoro e del disagio. Ma non solo per questo. Peraltro ci si è scandalizzati tanto per il muro di Berlino, ma non lo si è fatto per tanti altri muri. A Cipro, l'unica isola comunista d'Europa, la linea verde divide ancora un popolo in due stati. E che dire della barriera di filo spinato e guardie armate che separa il Messico dagli Stati Uniti, attraversando la quale molti uomini e donne trovano le morte? Oppure del muro integralista che imprigiona le popolazioni palestinesi a Gaza? Perché di questi muri non si parla? Perché siamo solo noi a denunciarli e a lavorare perché siano abbatuti? Francamente celebrare il 1989 come un grande momento di liberazione e di riscatto ci sembra eccessivo. Ma si sa, ormai uscire fuori dal pensiero unico è davvero cosa complicata. Anche per i Giovani Comunisti. E' per questo che la tessera della FGCI di quest'anno celebrerà un grande avvenimento che si è svolto sempre a Berlino, ma qualche anno prima, quando l'Armata Rossa conquistò la capitale tedesca facendo sventolare dal Reichstag liberato la bandiera rossa della riscossa degli oppressi. Colgo l'occasione anche per fare una domanda ai miei amici Betta Piccolotti e Federico Tomasello, portavoce della nostra organizzazione sorella. Perchè vi ostinate ancora a mantenere quel nome? Siete forse legati ad esso come fosse un feticcio? Questo paese e i giovani italiani - l'hanno dimostrato anche i recenti movimenti dell'Onda - hanno necessità di una forte organizzazione giovanile che sappia dare voce allo sfruttamento e al precariato. Non c'è più lo spazio in Italia per due organizzazioni giovanili comuniste. Mettiamo da parte ogni rancore, e creiamo immediatamente l'Unione di tutti i Giovani Comunisti, un'organizzazione aperta e dinamica, in cui tutti possiamo ritrovarci e lavorare. Ce lo impone la recente disfatta elettorale, ma ce lo impone innanzitutto il buon senso. E' una richiesta che la FGCI rivolge a tutti Giovani Comunisti. Ma nel caso in cui qualcuno pensi invece che il futuro sia una struttura debole e decomunistizzata, è una richiesta che rivolgiamo ai molti compagni giovani e comunisti iscritti a Rifondazione che credono ancora nella necessità di modificare lo stato di cose presente. Il tempo è scaduto. Lavoriamoci da subito.
Riccardo Messina, coordinatore nazionale della FGCI
PdCI-PRC, dal basso un primo passo

Popolo e iscritti sono più avanti di alcuni dirigenti. Giovedì 18 dicembre 2008, alle ore 17.30, a San Cesareo (Castelli romani – Roma), presso il ristorante ‘Torraccio’, in Via Casilina Km 30, il Circolo PRC di San Cesareo, con la partecipazione delle segreterie delle Federazioni dei Castelli romani del PdCI e del PRC organizzano un’iniziativa dal titolo “Crisi del capitale, attacco al lavoro, la precarietà del vivere: il ruolo e le proposte dei comunisti”, a cui partecipano Roberta Fantozzi, della segreteria nazionale del PRC, Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, Fabrizio Tomasselli, coordinatore nazionale SDL intercategoriale, Barbara Cosimi, lavoratrice call center Atesia, Fosco Giannini, della direzione nazionale del PRC. Introduce Gualtiero Alunni, del comitato politico nazionale del PRC. All’iniziativa aderiscono i segretari delle Sezioni del PdCI Gianni Ghirelli, Andrea Sabastianelli, Massimo Preziosi, Riccardo Tiberi e i segretari dei Circoli del PRC Franco Giacomin, Maurizio Spezzano, Leopoldo Varesi, Erminio Soldati. Alle ore 21 seguirà una cena sociale. L’appuntamento, che parte dal basso, ovvero dai territori, è un primo concreto passo sulla strada, auspicabile, dell’unificazione dei due più grandi partiti comunisti presenti oggi in Italia.
domenica 14 dicembre 2008
Tutta l'Italia si è fermata

Grande risposta dei lavoratori allo sciopero generale indetto da Cgil e sindacati di base. Dalle piazze la richiesta di misure a tutela dei salari e dell'occupazione
Lavoratori e studenti uniti contro governo e Confindustria. Una grande mobilitazione che ha visto sfilare per le vie delle principali città italiane migliaia di persone. Il primo sciopero generale in cui sono scesi in piazza insieme, seppur con cortei e su piattaforme diverse, la Cgil e il sindacalismo di base con Cobas, Cub e Sdl. Una protesta dura, convinta e condivisa contro l’intera politica economica e sociale del governo di centrodestra. «Nonostante la campagna contraria lo sciopero è riuscito, segno di una grande disponibilità delle lavoratrici e dei lavoratori per cambiare la politica economica e impedire il disegno contrattuale e sociale della Confindustria», ha dichiarato il segretario nazionale della Fiom e leader di Rete 28 aprile, la componente di sinistra della Cgil, Giorgio Cremaschi. Secondo fonti sindacali l’adesione per il settore metalmeccanico è del 90% per la Teksid di Borgaretto e per la Itca, dell’80% per la Microtecnica e la Elbi, del 70% all’Alenia di Caselle e del 65% alla Dayco. In Brianza alla Candy si è superato l’80%, ben oltre il doppio del numero degli iscritti alla Cgil. Anche nel settore pubblico si è registrata una partecipazione massiccia, come grande è stata quella degli studenti superiori ed universitari.
Milioni di lavoratori in tutta Italia hanno aderito al secondo sciopero generale del sindacalismo di base, dopo quello del 17 ottobre, scrivono in una nota Cub, Confederazione Cobas e Sdl intercategoriale, sottolineando che «lavoratori, pensionati e studenti hanno ribadito con forza la loro opposizione alla Finanziaria e all'intera politica economica e sociale del governo Berlusconi». Alla manifestazione di Bologna, chiusa con il comizio di Guglielmo Epifani, si sono contate circa 200 mila persone, a Roma se ne sono registrate 40mila, a Torino 30 mila, a Milano 80 mila, a Napoli altri 40 mila. E ancora circa 10 mila lavoratori hanno manifestato ad Ancona, altri 30 mila a Bari e Firenze. Mobilitazioni si sono tenute anche a Venezia, Cagliari, Palermo e in molti altri centri minori, oranizzate sempre dalla Cgil e dal sindacalismo di base. Ma ad essere contati non sono i migliaia di lavoratori, dipendenti, precari, cassaintegrati, licenziati, che hanno avuto il coraggio e la coscienza di scendere in piazza oggi per rivendicare i propri diritti. La stampa ufficiale padronale, colpevole di faziosa informazione per non aver dato il giusto peso allo sciopero generale su tutti gli altri mezzi di informazione, dovrebbe andare a fare i conti in tasca agli altri due sindacati, Cisl e Uil, in termini di scelta e di rappresentanza. Siamo sicuri che molti dei loro iscritti sono andati in piazza con i lavoratori della Cgil contro governo e Confindustria perché hanno capito che questa lotta è anche la loro, di lavoratori sfruttati che non vogliono pagare questa crisi.Il 12 dicembre sarà ricordato come una grande giornata di lotta, e non solo come una data tragica, quella della strage di Stato a Piazza Fontana, avvenuta 39 anni fa, il 12 dicembre 1969.
Milioni di lavoratori in tutta Italia hanno aderito al secondo sciopero generale del sindacalismo di base, dopo quello del 17 ottobre, scrivono in una nota Cub, Confederazione Cobas e Sdl intercategoriale, sottolineando che «lavoratori, pensionati e studenti hanno ribadito con forza la loro opposizione alla Finanziaria e all'intera politica economica e sociale del governo Berlusconi». Alla manifestazione di Bologna, chiusa con il comizio di Guglielmo Epifani, si sono contate circa 200 mila persone, a Roma se ne sono registrate 40mila, a Torino 30 mila, a Milano 80 mila, a Napoli altri 40 mila. E ancora circa 10 mila lavoratori hanno manifestato ad Ancona, altri 30 mila a Bari e Firenze. Mobilitazioni si sono tenute anche a Venezia, Cagliari, Palermo e in molti altri centri minori, oranizzate sempre dalla Cgil e dal sindacalismo di base. Ma ad essere contati non sono i migliaia di lavoratori, dipendenti, precari, cassaintegrati, licenziati, che hanno avuto il coraggio e la coscienza di scendere in piazza oggi per rivendicare i propri diritti. La stampa ufficiale padronale, colpevole di faziosa informazione per non aver dato il giusto peso allo sciopero generale su tutti gli altri mezzi di informazione, dovrebbe andare a fare i conti in tasca agli altri due sindacati, Cisl e Uil, in termini di scelta e di rappresentanza. Siamo sicuri che molti dei loro iscritti sono andati in piazza con i lavoratori della Cgil contro governo e Confindustria perché hanno capito che questa lotta è anche la loro, di lavoratori sfruttati che non vogliono pagare questa crisi.Il 12 dicembre sarà ricordato come una grande giornata di lotta, e non solo come una data tragica, quella della strage di Stato a Piazza Fontana, avvenuta 39 anni fa, il 12 dicembre 1969.
giovedì 11 dicembre 2008
UNIVERSITA' PUBBLICA
Le proposte del PdCI per l’Università
DIRITTO AL SAPERE, DIRITTO AL FUTURO
Una vera riforma dell’università deve mettere al centro il diritto al sapere, come diritto al futuro per l’intera società italiana. Il progetto del governo è invece molto chiaro: smantellare l'università pubblica, garantita dalla Costituzione per la creazione e la trasmissione della conoscenza come bene comune, lasciandola senza risorse umane e finanziarie,determinandone la privatizzazione con la trasformazione delle istituzioni universitarie in Fondazioni.
La nostra proposta è opposta a questo disegno e si traduce in poche proposte, semplici e immediatamente praticabili, ove ce ne fosse la volontà politica:
● Se si riconosce che la società ha diritto alla conoscenza, è necessario che al sistema che la produce e la trasmette siano garantite risorse umane e finanziamenti pubblici almeno al livello della media europea.
Investire massicciamente sull’università e la ricerca è vitale per l’Italia
● Va garantito un effettivo sostegno al diritto allo studio, non solo tramite un consistente numero di borse di livello economico sufficiente, ma soprattutto tramite l’effettiva disponibilità per tutti gli studenti di adeguate
infrastrutture logistiche (alloggi, mense, trasporti, ecc.) e didattiche (biblioteche, laboratori, aule, ecc.) e di un accettabile rapporto docenti/studenti.
● Occorre introdurre per legge il principio del tempo pieno per i docenti a tutti i livelli, affinché si possano dedicare esclusivamente alla ricerca ed alla didattica, rinunciando quindi ad attività professionali ed ad altri incarichi continuativi, lasciando l’interazione, certamente necessaria, degli studenti con il mondo delle professioni a complementi didattici svolti da professionisti esterni al corpo docente.
● Al contempo, va garantita ai docenti la libertà di insegnamento e di ricerca, sancita dalla Costituzione, non solo tramite l’esclusione di ogni condizionamento politico, confessionale e burocratico, ma anche attraverso la effettiva disponibilità di strutture, finanziamenti e tempo per dedicarsi a entrambe queste funzioni.
● La cronica carenza di docenti, la distribuzione fortemente sbilanciata degli incarichi e l’ormai intollerabile peso del precariato nelle università e negli enti di ricerca italiani dimostra che deve essere profondamente trasformato il meccanismo del reclutamento, che deve essere nazionale, realizzato con criteri trasparenti e rigorosi e così garantire un costante afflusso di giovani per il futuro, salvaguardando le competenze acquisite da quanti sono stati per anni costretti a lavorare in condizioni precarie e spesso inaccettabili per mantenere l’attuale alto livello scientifico e didattico del sistema accademico nazionale.
● La persistenza di alcune fasce di parassitismo, anche se prevalentemente concentrate in settori e situazioni particolari, rende necessario che si metta in opera un efficiente sistema di autovalutazione da parte della comunità scientifica, che garantisca la continuità della produzione di sapere di ogni docente, premiando comportamenti virtuosi e penalizzando assenteismo, scarso impegno nell’attività didattica e disinteresse e superficialità in quella di ricerca; questo processo deve però basarsi su regole certe e condivise dalla comunità scientifica nelle sue diverse articolazioni.
● Ciò comporta anche la necessità di una razionalizzazione dell’esistente, ponendo fine ad esperienze fallimentari di micro-atenei e sedi distaccate prive di ogni struttura didattica e scientifica e di centri di ricerca fantasma, nati solo per soddisfare pretese localistiche ed interessi di lobbies, garantendo al tempo stesso le necessità ed i diritti degli studenti, dei precari e dei docenti che vi studiano e lavorano, solitamente non per scelta ma per ineluttabile necessità. Va garantita anche l’unitarietà del sapere, intrinseca nell’origine stessa del nome “Università” e resa oggi inevitabile dalla crescente necessità di studio e ricerca interdisciplinare indispensabili per rispondere ai sempre più complessi bisogni, materiali e culturali della società moderna: assurda appare quindi la scelta di delocalizzare e separare spazialmente tra loro le diverse facoltà e dipartimenti di un ateneo.
● E’ infine indispensabile, fissando con chiarezza i criteri minimi comuni che ogni corso di laurea deve garantire agli studenti che lo frequentano, abrogando il sistema del 3+2, assegnando precisi obiettivi e soglie ai percorsi di formazione e riassorbendo il frazionamento e la pletora di corsi di laurea che definiscono ambiti estremamente limitati ed angusti del sapere, effettuare una drastica inversione di tendenza nella autonomia selvaggia dei singoli atenei che, sotto la spinta ad una innaturale concorrenza di tipo mercantilistico, sta compromettendo nei fatti il valore legale del titolo di studio, unico strumento che ha garantito, nel nostro Paese, il principio costituzionale dell’eguaglianza sostanziale per tutti.
La libertà e l’efficienza dell’università pubblica e della ricerca costituiscono uno dei beni fondamentali per il progresso, la democrazia e l’uguaglianza nel Paese.
sabato 6 dicembre 2008
Un anno dalla tragedia Thyssen, sette morti in nome del profitto
Sabato 6 dicembre corteo a Torino, per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 sette operai muoiono, arsi vivi, nel rogo della maledetta linea 5 delle Acciaierie Thyssen Krupp di Torino
Rosario Rodinò, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni, operai che muoiono in una delle più importanti fabbriche siderurgiche del mondo. Una fabbrica che i padroni avevano deciso di abbandonare, insieme agli operai che vivevano di quel lavoro, in nome del profitto, in nome del mercato. Una fabbrica dove le norme di sicurezza, anche quelle minime, erano state eluse perché la fabbrica era in dismissione. Una strage che si poteva evitare, un omicidio plurimo per il quale l'amministratore delegato della ThyssenKrupp è accusato di omicidio volontario, altri cinque dirigenti di omicidio colposo, fatto senza precedenti, che porterà ad un processo che a gennaio 2009, è destinato a fare storia ma che, a prescindere dal suo esito, non riporterà in vita questi uomini.Una tragedia che ha i nomi dei colpevoli scritti col sangue, così come per tutti gli omicidi che quotidianamente si consumano sui luoghi di lavoro in Italia. Sabato mattina a Torino si terrà una grande manifestazione organizzata dall’Associazione Legami d’acciaio e dalla Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il corteo partirà dallo stabilimento Thyssenkrupp, corso Regina Margherita 400, dove il concentramento è previsto a partire dalle 10,00 e raggiungerà il Palagiustizia. Vi parteciperanno sindacati di base e autonomi, l’assemblea No Gelmini di Palazzo Nuovo, quella No Tremonti del Politecnico, docenti, studenti medi, associazioni di familiari del Molino Cordero, delle vittime dell’amianto, dell’Ilva di Taranto. Sono previsti pullman da tutta Italia. «Questa giornata - ha spiegato Ciro Argentino, responsabile organizzativo dell’Associazione Legami d’acciaio - non deve servire solo a commemorare i morti della Thyssenkrupp. Il 6 dicembre deve diventare una giornata di mobilitazione per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro».
Rosario Rodinò, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni, operai che muoiono in una delle più importanti fabbriche siderurgiche del mondo. Una fabbrica che i padroni avevano deciso di abbandonare, insieme agli operai che vivevano di quel lavoro, in nome del profitto, in nome del mercato. Una fabbrica dove le norme di sicurezza, anche quelle minime, erano state eluse perché la fabbrica era in dismissione. Una strage che si poteva evitare, un omicidio plurimo per il quale l'amministratore delegato della ThyssenKrupp è accusato di omicidio volontario, altri cinque dirigenti di omicidio colposo, fatto senza precedenti, che porterà ad un processo che a gennaio 2009, è destinato a fare storia ma che, a prescindere dal suo esito, non riporterà in vita questi uomini.Una tragedia che ha i nomi dei colpevoli scritti col sangue, così come per tutti gli omicidi che quotidianamente si consumano sui luoghi di lavoro in Italia. Sabato mattina a Torino si terrà una grande manifestazione organizzata dall’Associazione Legami d’acciaio e dalla Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il corteo partirà dallo stabilimento Thyssenkrupp, corso Regina Margherita 400, dove il concentramento è previsto a partire dalle 10,00 e raggiungerà il Palagiustizia. Vi parteciperanno sindacati di base e autonomi, l’assemblea No Gelmini di Palazzo Nuovo, quella No Tremonti del Politecnico, docenti, studenti medi, associazioni di familiari del Molino Cordero, delle vittime dell’amianto, dell’Ilva di Taranto. Sono previsti pullman da tutta Italia. «Questa giornata - ha spiegato Ciro Argentino, responsabile organizzativo dell’Associazione Legami d’acciaio - non deve servire solo a commemorare i morti della Thyssenkrupp. Il 6 dicembre deve diventare una giornata di mobilitazione per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro».
martedì 2 dicembre 2008
Ratzinger all'Onu, «non depenalizzate l'omosessualità»

Grave passo dell'ambasciatore vaticano contro la proposta presentata da 25 paesi
fra cui l'Italia
La Francia, a nome di 25 Paesi della Ue, si appresta a presentare una mozione all'Onu per la depenalizzazione del reato di omosessualità, presente in 91 Paesi nel mondo, e punito con sanzioni, carcere, torture, pena capitale in dieci paesi islamici
Una mozione che in un mondo civile non dovrebbe avere nulla di straordinario, perché si tratta di un'elementare difesa di diritti umani ancora violati in nome di un oscurantismo retrogrado e criminale.Eppure l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, monsignor Celestino Migliore, ha immediatamente bocciato il progetto: «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi - sostiene mons. Migliore - si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».No, non è uno scherzo. Per il Vaticano occorre continuare a discriminare i discriminati per non discriminare i discriminatori. E poco conta se in nome di questo bizzarro principio uomini e donne che hanno la “colpa” di vivere liberamente la propria sessualità, rischiano impiccagioni, lapidazioni, torture o comunque sanzioni restrittive della libertà. Poco conta, in nome di non si sa quale principio cristiano, sicuramente non quello che recita «ama il prossimo tuo come te stesso», e sicuramente non in virtù del principio di solidarietà che si può ricavare anche dalla regola di Gesù Cristo riportata nel vangelo di Matteo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».Posizione, quella d'oltretevere, che non trova riscontro neppure nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, che nel preambolo recita «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» e nell'art. 7, «Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione». Ma il Vaticano, appunto, non l'ha mai sottoscritta.Ma non conta poco che ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo della Chiesa di limitare la libertà e l'autodeterminazione degli uomini e delle donne, nella loro capacità di vivere, morire, scegliere. La cupola di San Pietro, nei secoli dei secoli, continua ad oscurare la vita e le coscienze, tra una crociata, una cattedrale nel deserto, e qualche finanziamento a regimi dittatoriali in giro per il mondo... e qualche condanna criminale, come quella dell’uso del preservativo nelle comunità africane in cui l’Aids provoca milioni di vittime, contribuendo a un vero e proprio genocidio. Quindi dice no alla depenalizzazione dell'omosessualità, per scongiurare le discriminazioni, e se qualcuno ci rimette la vita... si sa, il progresso vuole le sue vittime.
Una mozione che in un mondo civile non dovrebbe avere nulla di straordinario, perché si tratta di un'elementare difesa di diritti umani ancora violati in nome di un oscurantismo retrogrado e criminale.Eppure l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, monsignor Celestino Migliore, ha immediatamente bocciato il progetto: «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi - sostiene mons. Migliore - si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».No, non è uno scherzo. Per il Vaticano occorre continuare a discriminare i discriminati per non discriminare i discriminatori. E poco conta se in nome di questo bizzarro principio uomini e donne che hanno la “colpa” di vivere liberamente la propria sessualità, rischiano impiccagioni, lapidazioni, torture o comunque sanzioni restrittive della libertà. Poco conta, in nome di non si sa quale principio cristiano, sicuramente non quello che recita «ama il prossimo tuo come te stesso», e sicuramente non in virtù del principio di solidarietà che si può ricavare anche dalla regola di Gesù Cristo riportata nel vangelo di Matteo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».Posizione, quella d'oltretevere, che non trova riscontro neppure nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, che nel preambolo recita «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» e nell'art. 7, «Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione». Ma il Vaticano, appunto, non l'ha mai sottoscritta.Ma non conta poco che ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo della Chiesa di limitare la libertà e l'autodeterminazione degli uomini e delle donne, nella loro capacità di vivere, morire, scegliere. La cupola di San Pietro, nei secoli dei secoli, continua ad oscurare la vita e le coscienze, tra una crociata, una cattedrale nel deserto, e qualche finanziamento a regimi dittatoriali in giro per il mondo... e qualche condanna criminale, come quella dell’uso del preservativo nelle comunità africane in cui l’Aids provoca milioni di vittime, contribuendo a un vero e proprio genocidio. Quindi dice no alla depenalizzazione dell'omosessualità, per scongiurare le discriminazioni, e se qualcuno ci rimette la vita... si sa, il progresso vuole le sue vittime.
lunedì 1 dicembre 2008
Berlusconi raddoppia l'iva a Sky

Con un decreto penalizza un concorrente pericoloso
Nel decreto anticrisi varato dal governo c'è anche questo, una norma che aumenta l'iva sulla pay tv dal 10 al 20%
Il problema? Sempre lo stesso ovvero il palese conflitto d'interessi perchè chi è l'artefice della norma è anche padrone di Mediaset e il suddetto aumento dell'iva tende a colpire proprio quel colosso (Sky) che fa concorrenza all'azienda del premier Berlusconi. Infatti nonostante il Cavaliere sostenga che anche Mediaset sarà danneggiata dalla norma è chiaro che il suo eventuale coinvolgimento è insignificante in quanto relativo soltanto agli abbonamenti mensili per alcuni canali digitali. Una perdita minima a fronte invece di una tassa che andrà a colpire, a causa dell'aumento dell'iva, le tariffe di tutte quelle famiglie abbonate a Sky le quali, chissà, non potendo più permettersela potrebbero incrementare gli utenti di Mediaset. Insomma il solito conflitto di interessi, problema mai risolto dai vari governi che si sono succeduti e che ovviamente torna alla ribalta.La maggoranza difende a spada tratta la norma, puntando sull'avere tolto un privilegio a Sky. Magari è vero ma questo fa rima con il fatto che il privilegio è passato a Mediaset, l'azienda, da ricordare fino alla nausea, di proprietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.L'opposizione protesta, Di Pietro grida allo scandalo, «Berlusconi, come al solito, invece di lavorare per gli interessi dei cittadini, pensa a tutelare i propri affari», afferma. Ma il problema resta, come la necessità di una legge che regoli il conflitto di interesse e che sembra alquanto improbabile che sia proprio questo governo a varare
Il problema? Sempre lo stesso ovvero il palese conflitto d'interessi perchè chi è l'artefice della norma è anche padrone di Mediaset e il suddetto aumento dell'iva tende a colpire proprio quel colosso (Sky) che fa concorrenza all'azienda del premier Berlusconi. Infatti nonostante il Cavaliere sostenga che anche Mediaset sarà danneggiata dalla norma è chiaro che il suo eventuale coinvolgimento è insignificante in quanto relativo soltanto agli abbonamenti mensili per alcuni canali digitali. Una perdita minima a fronte invece di una tassa che andrà a colpire, a causa dell'aumento dell'iva, le tariffe di tutte quelle famiglie abbonate a Sky le quali, chissà, non potendo più permettersela potrebbero incrementare gli utenti di Mediaset. Insomma il solito conflitto di interessi, problema mai risolto dai vari governi che si sono succeduti e che ovviamente torna alla ribalta.La maggoranza difende a spada tratta la norma, puntando sull'avere tolto un privilegio a Sky. Magari è vero ma questo fa rima con il fatto che il privilegio è passato a Mediaset, l'azienda, da ricordare fino alla nausea, di proprietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.L'opposizione protesta, Di Pietro grida allo scandalo, «Berlusconi, come al solito, invece di lavorare per gli interessi dei cittadini, pensa a tutelare i propri affari», afferma. Ma il problema resta, come la necessità di una legge che regoli il conflitto di interesse e che sembra alquanto improbabile che sia proprio questo governo a varare
mercoledì 26 novembre 2008
Gramsci convertito in fin di vita? La Storia fatta con le barzellette
La sai l'ultima? Gramsci si è convertito in punto di morte!» Sì, è proprio l'ultima! L'ultima barzelletta, in ordine di tempo. Perché quasi ogni giorno ce n'è una, di barzelletta sul comunista sardo. Tramontate le barzellette su Totti, le barzellette su Gramsci continuano a essere una moda nazionale. Non si tratta qui di riscrivere la storia, ma semplicemente di fregarsene, della storia. Di farne carne da porco. Basta spararne una "carina", che ovviamente abbia una qualche valenza anticomunista, e subito il "Corrierone" la rilancia sul suo sito, i giornali di destra ci faranno pagine e pagine, e qualche craxiano di ferro (esistono ancora) presto ci scriverà addirittura un libro («il libro delle barzellette su Gramsci»). Così, dopo Gramsci che organizzava orge nel sanatorio russo in cui era ricoverato, dopo Gramsci che in carcere si iscrisse al Psi, dopo Gramsci che in realtà era liberale, dopo Gramsci che si è suicidato buttandosi dalla finestra della clinica Quisisana, dopo Gramsci che è stato ucciso da Togliatti e da Stalin mascherati da Diabolik nella stessa clinica (tutto questo - si badi bene - è veramente già stato detto!), ecco ora Gramsci che si è convertito alla religione cattolica nei giorni precedenti alla morte, avvenuta il 27 aprile 1937. Sempre alla Quisisana di Roma, ovviamente, un posto che avrebbe potuto ispirare Le Carrè o Agata Christie.«Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un'immagine del Bambino Gesù», ha affermato, sprezzante del ridicolo, l'arcivescovo sardo Luigi de Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, in occasione della presentazione di un nuovo catalogo dei santini. Per anni si è accusato Togliatti e il Pci di voler fare di Gramsci un santino, ora lo si vuol fare entrare - sempre come santino - in un'altra squadra, neanche si trattasse di una figurina Panini. «Il mio conterraneo Gramsci - ha detto l'anziano presule - aveva nella sua stanza l'immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l'immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: "Perché non me l'avete portato?" Gli portarono allora l'immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia», ha concluso De Magistris.
Fin qui le cronache, al limite della barzelletta, come si vede. Ma le barzellette, per essere gustose, devono essere nuove. Quella raccontata invece ieri in Vaticano è vecchia come il cucco, risalendo almeno al 1977. Già allora un gesuita, padre Della Vedova, anche in quella occasione ripreso e diffuso dal "Corrierone", cercò di perorare l'idea del Gramsci convertito in extremis. Spalleggiato da una certa signora Lina Corigliano, intervistata da Gente . Già dieci anni prima, però, Arnaldo Nesti, un docente universitario fiorentino, aveva ricostruito con serietà la vicenda degli ultimi giorni di Gramsci, raccogliendo le testimonianze insospettabili di tre suore della Quisisana e del cappellano della casa di cura, Giuseppe Furrer. Senza inizialmente sapere bene chi fosse «il dottor Gramsci», il giovane sacerdote vi aveva riconosciuto una personalità fuori dall'ordinario e ogni pomeriggio, se le condizioni di salute del "prigioniero" lo consentivano (Gramsci riacquistò la piena libertà solo pochi giorni prima della morte, e comunque si alternavano intorno a lui squadre di poliziotti e carabinieri, che non lo perdevano mai di vista), amava trascorrere un po' di tempo conversando con lui. «Il dottor Gramsci - testimoniò ammirato il sacerdote - rivelava una conoscenza specialistica dei padri della chiesa, specialmente di sant'Agostino, conosceva bene anche san Tommaso e in particolare Rosmini».
L'illustre malato non rinunciava a denunziare i limiti della chiesa cattolica, che così acutamente aveva indagato nei Quaderni , dicendo ad esempio al sacerdote: «Non posso capire che voi preti abbiate una conoscenza così limitata della vita umana... siete fuori della realtà».
Anche le tre suore rimasero colpite da Gramsci, in particolare dalla sua gentilezza. E cercarono ovviamente in tutti i modi di salvargli l'anima. Nel Natale 1936 due bambini vestiti di bianco fecero il giro delle stanze per far baciare la statuetta di Gesù. Gramsci - gentile sempre coi bambini - non si sottrasse. Certo, se avesse saputo che questo semplice gesto di quieto vivere sarebbe stato rivenduto settanta anni dopo come "conversione", ci avrebbe pensato due volte... Ma cosa si vuol rimproverare a un uomo ridotto allo stremo, sempre più vicino alla morte, ucciso piano piano dalla mancanza di cure a cui lo aveva condannato il Tribunale speciale e il regime carcerario? Un altro testimone d'eccezione, allora ragazzo, Luciano Barca, in seguito dirigente del Pci, economista, deputato di lungo corso, ci ha fornito un racconto toccante della situazione di Gramsci, che egli incontrò alla Quisisana, dove si recava a trovare la madre ricoverata: «Quello che ci passa accanto senza dar mostra di vederci è un uomo basso, spettinato, con il corpo deformato da due gobbe. Cammina lentamente quasi facendosi guidare da un dito che striscia nel muro di fronte alle porte delle stanze... Arriva fino all'estremità del lungo corridoio, poi si gira e torna indietro. Noi intanto ci siamo spostati verso la sua stanza, incapaci di nascondere la nostra sfacciata curiosità e anche un po' di emozione. E questa volta non ci ignora. Prima di entrare nella stanza ci guarda e ci sorride».
Il 25 aprile 1937 il comunista sardo è colpito da emorragia cerebrale. Don Furrer e le tre suore si mobilitano, preparano il secchiello con l'acqua benedetta. «Non ricordo - scrive il sacerdote - se gli ho amministrato o meno l'assoluzione sotto condizione». Il che già dice tutto. Ma anche contro questi poveri tentativi di salvare l'anima al comunista sardo insorse Tania, la cognata di Gramsci, suo principale contatto con il mondo esterno in tutti gli anni del carcere (altra barzelletta: Tania carceriera di Gramsci per conto di Stalin... già sentita anche questa). E, aldilà dei ricordi dei testimoni, sempre da verificare, sempre da accogliere col dubbio dello storico, è proprio da Tania e dagli altri amici e parenti più vicini a Gramsci (la moglie Giulia a Mosca, il fedele amico Piero Sraffa, che viveva a Cambridge e che lo era andato a trovare più volte alla Quisisana, aiutandolo a redigere la domanda per potersi ricongiungere con la famiglia in Unione Sovietica, una volta riacquistata la libertà piena - cosa che avvenne solo pochi giorni prima della morte) che viene la conferma del fatto che la conversione di Gramsci sia una ipotesi senza fondamenti. Perché manca del tutto, nella loro corrispondenza privata, resa nota solo molti decenni dopo i fatti, un qualsiasi cenno a una conversione di Gramsci alla fede religiosa. Non vi è in archivio, cioè, una sola carta, un solo documento che vada in questa direzione, una lettera che contenga una qualsiasi confidenza, da sorella a sorella, da sorella ad amico. Persino il fratello Carlo, non inserito nel movimento comunista, fa cenno a nulla di ciò, scrivendo ad esempio ai parenti in Sardegna. Si è di fronte alla mancanza di una qualsiasi traccia.
Ma davvero - dirò qualcuno - si vuole fare noiosamente storia con i documenti, le testimonianze, le indagini serie? Ma questa è tutta roba da professori universitari, nuova genia di fannulloni e infingardi ormai quotidianamente additati al pubblico ludibrio. Molto meglio riempire con la fantasia i vuoti, veri o presunti, che la storia ha lasciato, le pagine bianche che la storiografia non sa riempire. Molto meglio raccontare barzellette. «La sai l'ultima? Gramsci...»
martedì 25 novembre 2008
Crisi, Piano del governo - Pignatiello: "Una scatola vuota"

“Il piano anti-crisi del governo? Un scatola vuota. Semplice operazione di propaganda. Ancora una volta Berlusconi prende in giro gli italiani. Ai lavoratori e alle famiglie, che non arrivano oramai nemmeno alla terza settimana del mese, non servono mance o opere di carità, né tantomeno prese in giro. Una seria svolta economica e sociale, un aiuto concreto per i lavoratori e le loro famiglie, passa per il ripristino di un meccanismo automatico di indicizzazione di stipendi e pensioni al reale costo della vita. Misura per la quale, proprio in questi giorni, i Comunisti Italiani stanno raccogliendo le firme per la Proposta di Legge popolare. Di misure caritatevoli gli italiani sono stanchi. E’ ora di invertire la rotta: i Comunisti Italiani parteciperanno convintamente allo sciopero indetto dalla Cgil e affiancheranno le giuste e sacrosante rivendicazioni sociali dei lavoratori”. E’ quanto afferma Alessando Pignatiello, coordinatore dell’Ufficio di segreteria del PdCI.
A rischio un milione di lavoratori precari. Solo nel privato 400 mila a casa il 31 dicembre
Tutti uniti verso lo sciopero generale a fronte di un Governo che non vara misure sociali ma aiuti solo per Confindustria Nessun rinnovo del contratto. Quattrocentomila lavoratori a termine rischiano di essere non confermati il prossimo 31 dicembre. A denunciarlo la Cgil, secondo una stima che prende in considerazione solo il settore privato dove operano con contratto “non a tempo indeterminato” circa 3,4 milioni di persone
Ma sarebbero oltre un milione, su un totale di 4.5, i precari che potrebbero perdere il posto. Il tutto mentre l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, lancia un monito al Governo sui rischi di «incentivi discriminanti» tra le imprese e rivendica aiuti «per tutti o per nessuno». Non accade lo stesso per i lavoratori. I primi ad essere colpiti sono i più deboli, quelli senza garanzie, senza diritti, senza tutele. Quelli non sindacalizzati perché «saltuari» nel mondo del lavoro, almeno dal punto di vista formale e contrattuale, e quindi facilmente ricattabili e forzatamente flessibili. Per i più fortunati c’è il ricorso alla cassa integrazione, all’indennità di mobilità, agli ammortizzatori sociali, espedienti residuali di quel welfare State che, definitivamente cancellato, sopravvive solo in funzione ai bisogni e agli interessi del capitale. Nel gruppo Fiat entro fine anno, tra contratti a tempo determinato e somministrati, ci saranno 5 mila posti in meno, mentre il settore alimentare perderà 10 mila contratti a termine. Perché di fronte ad una crisi che i padroni non vogliono pagare, mettendo sul tavolo i profitti accumulati nel corso degli ultimi decenni, in Italia come nel resto del mondo si tagliano milioni di posti di lavoro. È la dura legge del mercato, quella della domanda e dell’offerta. A casa tutti coloro che sono in esubero, che non servono più, o peggio che ostacolano la ripresa economica. Per il rilancio delle imprese si deve puntare ad un aumento della produttività, che altro non significa che maggiore sfruttamento dei lavoratori che rimangono. Lavorare più tempo, più intensamente e per meno salario. E con la prospettiva di andare in pensione sempre più tardi e con meno soldi in tasca. Un tempo si parlava di un “esercito di riserva” sempre ai margini del mondo del lavoro ufficiale, che veniva occupato in tempi di vacca grassa. Ora si teorizza ideologicamente da parte padronale un’organizzazione del lavoro fondata su disoccupazione, sottoccupazione e precarizzazione di massa. È la fotografia dell’attuale fase di sviluppo del sistema capitalistico. E qui si consuma la divisione generazionale tra padri e figli, che un tempo, attraverso lo studio, erano destinati al miglioramento della condizione sociale di partenza e oggi, invece, sono stretti tra un presente di sacrifici e un futuro di incertezza. La frattura deve essere ricucita nel mondo del lavoro, è il «movimento operaio» a dover ritrovare la sua unità, per riprendere forma e corpo nella lotta sindacale e nella battaglia politica di classe. Perché il sistema capitalistico funziona sempre allo stesso modo: più sfruttamento dei lavoratori, più profitto.Il Governo continua a parlare di ammortizzatori sociali da estendere anche ai lavoratori precari, ma qualsiasi decisione in merito verrà rinviata al 2009, quando migliaia di lavoratori saranno già stati mandati a casa a fine anno. E dall’incontro di stasera con le parti sociali, la Cgil non si aspetta nessuna proposta risolutiva. Sarà l’ennesima esposizione, senza contraddittorio, della sequela di provvedimenti anticrisi varati dai diversi consigli dei Ministri straordinari. Interventi che non fanno parte di un più ampio piano di programmazione economica, ma annaspano qui e là tra i vari bilanci di spesa, rosicchiando fondi e contingentando risorse da destinare al motore del Paese: Confindustria. Ma senza dimenticare i più poveri, le famiglie bisognose e i pensionati più disagiati, naturalmente. Per tutti loro è stato predisposto un caritatevole assegno di sostegno, che abbia il doppio fine di aiutarli in quelle spese natalizie necessarie per risollevare il magro bottino del settore commerciale. È il mercato delle merci il destinatario ultimo, ovviamente.Sarà lo sciopero generale del 12 dicembre indetto dalla Cgil e dai sindacati di base Cobas, Rdb-Cub, Sdl a ribadire al Governo e a Confindustria che i lavoratori non ci stanno a pagare la crisi.
Ma sarebbero oltre un milione, su un totale di 4.5, i precari che potrebbero perdere il posto. Il tutto mentre l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, lancia un monito al Governo sui rischi di «incentivi discriminanti» tra le imprese e rivendica aiuti «per tutti o per nessuno». Non accade lo stesso per i lavoratori. I primi ad essere colpiti sono i più deboli, quelli senza garanzie, senza diritti, senza tutele. Quelli non sindacalizzati perché «saltuari» nel mondo del lavoro, almeno dal punto di vista formale e contrattuale, e quindi facilmente ricattabili e forzatamente flessibili. Per i più fortunati c’è il ricorso alla cassa integrazione, all’indennità di mobilità, agli ammortizzatori sociali, espedienti residuali di quel welfare State che, definitivamente cancellato, sopravvive solo in funzione ai bisogni e agli interessi del capitale. Nel gruppo Fiat entro fine anno, tra contratti a tempo determinato e somministrati, ci saranno 5 mila posti in meno, mentre il settore alimentare perderà 10 mila contratti a termine. Perché di fronte ad una crisi che i padroni non vogliono pagare, mettendo sul tavolo i profitti accumulati nel corso degli ultimi decenni, in Italia come nel resto del mondo si tagliano milioni di posti di lavoro. È la dura legge del mercato, quella della domanda e dell’offerta. A casa tutti coloro che sono in esubero, che non servono più, o peggio che ostacolano la ripresa economica. Per il rilancio delle imprese si deve puntare ad un aumento della produttività, che altro non significa che maggiore sfruttamento dei lavoratori che rimangono. Lavorare più tempo, più intensamente e per meno salario. E con la prospettiva di andare in pensione sempre più tardi e con meno soldi in tasca. Un tempo si parlava di un “esercito di riserva” sempre ai margini del mondo del lavoro ufficiale, che veniva occupato in tempi di vacca grassa. Ora si teorizza ideologicamente da parte padronale un’organizzazione del lavoro fondata su disoccupazione, sottoccupazione e precarizzazione di massa. È la fotografia dell’attuale fase di sviluppo del sistema capitalistico. E qui si consuma la divisione generazionale tra padri e figli, che un tempo, attraverso lo studio, erano destinati al miglioramento della condizione sociale di partenza e oggi, invece, sono stretti tra un presente di sacrifici e un futuro di incertezza. La frattura deve essere ricucita nel mondo del lavoro, è il «movimento operaio» a dover ritrovare la sua unità, per riprendere forma e corpo nella lotta sindacale e nella battaglia politica di classe. Perché il sistema capitalistico funziona sempre allo stesso modo: più sfruttamento dei lavoratori, più profitto.Il Governo continua a parlare di ammortizzatori sociali da estendere anche ai lavoratori precari, ma qualsiasi decisione in merito verrà rinviata al 2009, quando migliaia di lavoratori saranno già stati mandati a casa a fine anno. E dall’incontro di stasera con le parti sociali, la Cgil non si aspetta nessuna proposta risolutiva. Sarà l’ennesima esposizione, senza contraddittorio, della sequela di provvedimenti anticrisi varati dai diversi consigli dei Ministri straordinari. Interventi che non fanno parte di un più ampio piano di programmazione economica, ma annaspano qui e là tra i vari bilanci di spesa, rosicchiando fondi e contingentando risorse da destinare al motore del Paese: Confindustria. Ma senza dimenticare i più poveri, le famiglie bisognose e i pensionati più disagiati, naturalmente. Per tutti loro è stato predisposto un caritatevole assegno di sostegno, che abbia il doppio fine di aiutarli in quelle spese natalizie necessarie per risollevare il magro bottino del settore commerciale. È il mercato delle merci il destinatario ultimo, ovviamente.Sarà lo sciopero generale del 12 dicembre indetto dalla Cgil e dai sindacati di base Cobas, Rdb-Cub, Sdl a ribadire al Governo e a Confindustria che i lavoratori non ci stanno a pagare la crisi.
martedì 18 novembre 2008
THYSSEN KRUPP

"La tragedia della Thyssen non fu un incidente. Non una tragica fatalita'. Apprezzo la decisione dei giudici torinesi che hanno deciso che il processo si dovra' fare e si dovra' fare per omicidio nei confronti di chi scientemente ha deciso che i lavoratori potevano rischiare la vita e lavorare senza sicurezza. E il processo lo dimostrera". Lo afferma il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto.
domenica 16 novembre 2008
SENTENZA VERGOGNOSA SUI FATTI DEL G8 DI GENOVA

"Come noto mi astengo sempre dal commentare le sentenze della magistratura. Ma ancora una volta l'Italia si conferma il Paese nel quale pagano solo i sottoposti e gli esecutori, mai i capi. Sui fatti di Genova eccezionalmente gravi, giustizia non è stata fatta". Lo afferma il segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto.
In Italia pagano solo i sottposti mai i capi
martedì 4 novembre 2008
domenica 2 novembre 2008
A Piazza Navona un attacco squadrista preparato in ogni dettaglio

Il governo alla Camera non dice la verità. Ecco le foto inequivocabili dell'assalto fascista
Rabbia e sconcerto? Solo per iniziare... gli scontri del 29 ottobre di Piazza Navona, e la ricostruzione falsata dei fatti, da parte del governo e strumentalizzati da tanti mezzi di informazione, sono il simbolo pesante e preoccupante di una mistificazione della realtà e di un revisionismo che da strisciante è oggi palese e spudorato
Nella fantasiosa ricostruzione del sottosegretario agli Interni, Nitto Palma, che ha riferito alla Camera dei Deputati sugli avvenimenti, la colpa è stata di 4 o 500 persone dei collettivi studenteschi della sinistra antagonista che hanno aggredito il gruppo di Blocco Studentesco, di estrema destra. Inoltre ha definito normale prassi durante le manifestazioni la presenza del camioncino di Blocco Studentesco, col quale gli stessi avevano portato decine di spranghe. Ha negato che i poliziotti abbiano sentito, da parte degli appartenenti a Blocco Studentesco, frasi che riportassero apologia di fascismo, ma solo normali slogan contrapposti. Ha sostenuto che il ragazzo con maglietta blu, -cerchiato di rosso nella foto- presente nelle file del Blocco e che si muoveva in assoluta libertà tra i poliziotti che sembrava di conoscere bene, fosse un infiltrato, ma solo un appartenente del gruppo di Blocco Studentesco regolarmente identificato.«L'interposizione del personale di polizia in abiti civili ha evitato possibili tafferugli. In questo frangente - ha detto il sottosegretario agli Interni - il personale di polizia non ha udito cori apologetici del fascismo, ma slogan contrapposti». E ancora, «quelli del Blocco Studentesco, raggruppati intorno al camioncino ed invitati più volte ad allontanarsi dalla piazza dalle forze di polizia - ha proseguito Nitto Palma - avevano iniziato a spostarsi portandosi verso piazza delle Cinque Lune con l'intenzione di andare verso il ministero della Pubblica istruzione. Ma arrivati nella piazza il gruppo ha deciso di fermarsi». Nel frattempo, continua a raccontare, «da Corso Vittorio sono giunti circa 400-500 persone appartenenti a collettivi universitari ed alla sinistra antagonista che si sono uniti agli altri studenti. Alcuni indossavano caschi di motociclista e, invece di attestarsi nella piazza a manifestare, si sono fatti largo tra i ragazzi e, arrivati all'altezza di piazza delle Cinque Lune si sono dapprima schierati urlando slogan contro i fascisti e poi hanno iniziato un fitto lancio di oggetti, sedie e tavolini prelevati dai bar della piazza». Alcuni esponenti del Blocco, ha ricostruito il sottosegretario, «ma in numero molto minore, si sono schierati ed hanno preso bastoni dal camioncino, mentre i ragazzi dei Collettivi sono avanzati venendo a contatto. Le forze dell'ordine hanno quindi separato i contendenti».A poco sono serviti, per il sottosegretario, le foto, i filmati, i resoconti e le testimonianze dei presenti a disvelare oltre alla reale dinamica dei fatti, l'inganno e la premeditazione di un attacco squadrista ordito della destra ai danni di un movimento ampio e consapevole che da settimane si mobilita per fermare quel mostro giuridico che risponde al nome di “decreto Gelmini”. Inoltre infiltrare agenti in borghese nel movimento, provocare, creare incidente per far scattare la repressione è una tecnica nota, come Francesco Cossiga ha ricordato recentemente, esperto del ramo, e che oggi si ripropone, come dimostra anche la vicenda del militante di Rifondazione comunista Yassir Goretz, ingiustamente arrestato nel corso degli scontri e per cui la prossima udienza del processo per direttissima si terrà il 17 novembre.In questo clima di oscurantismo e nel continuo tentativo di sopprimere il dissenso, non sorprendono allora neppure le parole ministro dell'Interno, Roberto Maroni: «Chi occupa le scuole abusivamente, impedendo agli altri studenti il libero esercizio di partecipare alle lezioni sarà denunciato alla magistratura».Oggi pubblichiamo delle foto che dimostrano come il Blocco studentesco non sia stato vittima di un'aggressione, ma al contrario appare come la violenza, spranghe e cinghie o dimostrarlo, sia partita, organizzata e fomentata proprio da loro. Un invito: mandateci il materiale -video, foto, o quant'altro- che documenti la verità dei fatti, per un'informazione di parte, ma della parte giusta.
Nella fantasiosa ricostruzione del sottosegretario agli Interni, Nitto Palma, che ha riferito alla Camera dei Deputati sugli avvenimenti, la colpa è stata di 4 o 500 persone dei collettivi studenteschi della sinistra antagonista che hanno aggredito il gruppo di Blocco Studentesco, di estrema destra. Inoltre ha definito normale prassi durante le manifestazioni la presenza del camioncino di Blocco Studentesco, col quale gli stessi avevano portato decine di spranghe. Ha negato che i poliziotti abbiano sentito, da parte degli appartenenti a Blocco Studentesco, frasi che riportassero apologia di fascismo, ma solo normali slogan contrapposti. Ha sostenuto che il ragazzo con maglietta blu, -cerchiato di rosso nella foto- presente nelle file del Blocco e che si muoveva in assoluta libertà tra i poliziotti che sembrava di conoscere bene, fosse un infiltrato, ma solo un appartenente del gruppo di Blocco Studentesco regolarmente identificato.«L'interposizione del personale di polizia in abiti civili ha evitato possibili tafferugli. In questo frangente - ha detto il sottosegretario agli Interni - il personale di polizia non ha udito cori apologetici del fascismo, ma slogan contrapposti». E ancora, «quelli del Blocco Studentesco, raggruppati intorno al camioncino ed invitati più volte ad allontanarsi dalla piazza dalle forze di polizia - ha proseguito Nitto Palma - avevano iniziato a spostarsi portandosi verso piazza delle Cinque Lune con l'intenzione di andare verso il ministero della Pubblica istruzione. Ma arrivati nella piazza il gruppo ha deciso di fermarsi». Nel frattempo, continua a raccontare, «da Corso Vittorio sono giunti circa 400-500 persone appartenenti a collettivi universitari ed alla sinistra antagonista che si sono uniti agli altri studenti. Alcuni indossavano caschi di motociclista e, invece di attestarsi nella piazza a manifestare, si sono fatti largo tra i ragazzi e, arrivati all'altezza di piazza delle Cinque Lune si sono dapprima schierati urlando slogan contro i fascisti e poi hanno iniziato un fitto lancio di oggetti, sedie e tavolini prelevati dai bar della piazza». Alcuni esponenti del Blocco, ha ricostruito il sottosegretario, «ma in numero molto minore, si sono schierati ed hanno preso bastoni dal camioncino, mentre i ragazzi dei Collettivi sono avanzati venendo a contatto. Le forze dell'ordine hanno quindi separato i contendenti».A poco sono serviti, per il sottosegretario, le foto, i filmati, i resoconti e le testimonianze dei presenti a disvelare oltre alla reale dinamica dei fatti, l'inganno e la premeditazione di un attacco squadrista ordito della destra ai danni di un movimento ampio e consapevole che da settimane si mobilita per fermare quel mostro giuridico che risponde al nome di “decreto Gelmini”. Inoltre infiltrare agenti in borghese nel movimento, provocare, creare incidente per far scattare la repressione è una tecnica nota, come Francesco Cossiga ha ricordato recentemente, esperto del ramo, e che oggi si ripropone, come dimostra anche la vicenda del militante di Rifondazione comunista Yassir Goretz, ingiustamente arrestato nel corso degli scontri e per cui la prossima udienza del processo per direttissima si terrà il 17 novembre.In questo clima di oscurantismo e nel continuo tentativo di sopprimere il dissenso, non sorprendono allora neppure le parole ministro dell'Interno, Roberto Maroni: «Chi occupa le scuole abusivamente, impedendo agli altri studenti il libero esercizio di partecipare alle lezioni sarà denunciato alla magistratura».Oggi pubblichiamo delle foto che dimostrano come il Blocco studentesco non sia stato vittima di un'aggressione, ma al contrario appare come la violenza, spranghe e cinghie o dimostrarlo, sia partita, organizzata e fomentata proprio da loro. Un invito: mandateci il materiale -video, foto, o quant'altro- che documenti la verità dei fatti, per un'informazione di parte, ma della parte giusta.
giovedì 30 ottobre 2008
Sciopero generale della scuola. Oltre un milione a Roma
Studenti, insegnanti, lavoratori, famiglie contro la legge Gelmini. Diliberto e Ferrero in piazza«È una manifestazione straordinaria che ci dice una cosa semplice, e cioè che il movimento c’è e nel momento in cui c’è questo movimento può riprendere un’opposizione seria contro un governo scellerato che quando taglia sulla scuola taglia sul futuro dell’Italia». A dichiararlo Oliviero Diliberto partecipando allo sciopero generale e al corteo contro la riforma della scuola indetto dai sindacati Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda
Una nuova grande manifestazione di dissenso ed opposizione contro la politica di tagli del Governo dopo lo sciopero generale del 17 ottobre scorso organizzato dal sindacalismo di base. Un corteo di oltre 1 milione di lavoratori e studenti sta sfilando da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, in cui confluiranno anche gli universitari che vengono dalla Sapienza. Una moltitudine di persone che hanno riempito a tal punto piazza della Repubblica, mentre la testa del corteo era già arrivata a piazza del Popolo, che la manifestazione si è divisa in altri due grandi filoni, autorizzati all'ultimo momento dal questore, uno che sfilava per via Nazionale, l'altro per via Cavour, paralizzando Roma. Tutto ciò mentre continuano ad arrivare ancora pullmann e treni carichi di manifestanti provenienti da tutta Italia, da Bassano del Grappa a Trapani. Tanti gli slogan e gli striscioni contro il governo e soprattutto controil ministro Gelmini, da “tutti insieme per la scuola di tutti”, a “meno insegnanti più bambini ignoranti”, a “Gelmini, nuoce gravemente alla scuola”, fino a uno striscione dei ricercatori con su scritto “a saperlo facevo l'idraulico”.
Per il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, è una giornata memorabile per la capacità di solidarietà ed unità che è riuscita a produrre questa mobilitazione fatta di migliaia di persone che, a differenza di quanto sostiene il Governo, non sono oggetto di nessuna strumentalizzazione. «La legge è fatta di una parte consistente di tagli, 8 mld, e questo accade mentre in tutto il mondo oggi si investe per l’istruzione. In questa maniera si tagliano risorse ma non si riforma la scuola», continua Epifani attaccando nel merito i provvedimenti che non contengono nessun progetto riformatore. Dal palco di piazza del Popolo il leader della Cgil informa che Roma è attraversata da 4 cortei, «piazza della Repubblica si svuota e si riempie in continuazione. In tutta Italia sono in corso manifestazioni: è un intero Paese che insorge». In apertura lo striscione «Uniti per la scuola di tutti», centinaia le bandiere e i palloncini colorati per uno sciopero che ha coinvolto tutta Italia, unendo studenti, delle scuole medie e superiori e delle università, ed insegnanti, tantissimi in piazza, così come i bambini delle scuole elementari e le associazioni dei genitori. «La manifestazione di oggi testimonia che tutto il mondo della scuola è contro questa riforma ed il governo dovrebbe ascoltarlo», ammonisce il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero dalla piazza. E ribadisce che si tratta di «una protesta che andrà avanti insieme con la raccolta delle firme per il referendum contro la riforma Gemini». Insieme con i Comunisti italiani, l'Idv e il Pd che lo ha lanciato e il cui leader Veltroni oggi era presente alla manifestazione. Tra i partecipanti anche Antonio Di Pietro che si è detto pronto, dopo il lodo Alfano, ad iniziare un’altra raccolta di firme contro la riforma Gemini perché «giustizia e istruzione sono settori fondamentali per la democrazia».Tante le adesioni, da Unicobas-Altrascuola alla Federazione dei sindacati indipendenti (Fsi-Usae), dai Comitati degli insegnanti precari (Cip) ai metalmeccanici della Fim Cisl, ma anche dall’Arci, da Legambiente, dalla Federconsumatori, da Cittadinanza attiva e da molteplici associazioni impegnate nella scuola.
Al termine degli interventi a piazza del Popolo un fiume di migliaia di studenti si è staccato dalla manifestazione e al grido "Dimettiti, dimettiti" ha preso d'assedio il ministero della Pubblica Istruzione, invitando Maria Stella Gelmini a dimettersi dall'incarico.
APPROVATO IL DECRETO GELMINI! ORA INIZIA LA LOTTA!!!
L'approvazione del Dl Gelmini oggi al Senato non fermerà le nostre lotte, che sono ancora tantissime e determinate. C'è in discussione alla Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati un disegno di legge, presentato dal presidente Aprea, che vuole distruggere definitivamente ciò che resta di pubblico nel sistema di istruzione italiana. Agli studenti che protestano con noi chiediamo di continuare a lottare, di resistere e di vigilare. I molti fascisti che stanno tentando di infiltrarsi nei cortei (da ultimo oggi al Senato), con la polizia che lascia fare (che abbia ricevuto ordini superiori?) dimostrano che c'è un tentativo del governo di criminalizzare il movimento. E chi sa che questa criminalizzazione non passi anche spingendo qualche fascistello a inserirsi per provocare disordini.
mercoledì 29 ottobre 2008
mercoledì 22 ottobre 2008
E' TORNATA LA PANTERA!

Assemblee di facoltà e di ateneo, presidi fuori e dentro l’università, sit-in davanti ai rettorati, cortei e manifestazioni, lezioni in piazza, notti bianche, fiaccolate e occupazioni; se non ci fossero le date dell’autunno 2008 in calce agli articoli dei giornali che descrivono il fermento che in questi giorni percorre gli atenei italiani, sembrerebbe di leggere un omaggio alquanto insolito all’anniversario del ’68. Ancora, sembrerebbe la riedizione delle cronache di quella Pantera degli anni ’90 la quale, oltre a essere fuggita da uno zoo di Roma, rappresentò soprattutto quell’imponente movimento che tentò, attraverso le riflessioni politiche e la generosità delle lotte studentesche, di contrastare il disegno di controriforma dell’università italiana che in quegli anni, con l’Autonomia di Ruberti, iniziava a delinearsi e che, successivamente, sarebbe andato ampliandosi. I legislatori che si sono succeduti negli ultimi diciassette anni, così sensibili ai richiami delle sirene europee e, più nello specifico, di quella strategia di Lisbona che ha impresso un’accelerata all’aziendalizzazione delle università e alla privatizzazione del sapere, hanno ben pensato di continuare a muoversi nel solco di Ruberti: in scia si è messo dapprima il duo Berlinguer-Zecchino, con la riforma del 3+2, poi Moratti, con il nuovo sistema di reclutamento dei docenti, ed è ora la volta di Gelmini. Il taglio drastico dell’FFO – e poiché non bastavano gli 1,5 miliardi della Legge 133, ex decreto 112, ne sono previsti degli altri nella legge finanziaria – evidentemente il più pesante degli ultimi anni, non solo riconferma quel decennale disimpegno dello Stato in materia di politica universitaria, portato avanti con sistematicità sia da governi di centro destra che di centro sinistra; non solo spiega quanto a cuore debba stare al Ministro il proprio dicastero se acconsente, senza battere ciglio, che nel decreto 155, il cosiddetto “salva banche” (con cui si stabiliscono misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio a seguito della grave crisi che ha investito i mercati finanziari), si preveda di individuare tra le risorse da riservare alle operazioni di messa in sicurezza del sistema bancario anche quelle destinate “al fondo ordinario delle università e alla ricerca”; una riduzione così netta fa intuire la portata di un altro provvedimento compreso nella legge 133, e, dunque, la vera natura dell’ennesima controriforma fatta sulla punta di un decreto legge – la possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni. Deposta ogni ambiguità, il disegno risulta infine molto più chiaro; si potrà ora, e finalmente, procedere a riporre nel dimenticatoio termini antiquati quali “servizio pubblico”, “diritto allo studio”, “sapere libero”. Nelle nuove fondazioni, stando alle intenzioni del legislatore, i soldi li caccerà il privato e, assieme a esso, le famiglie di quegli studenti che potranno permettersi di pagare vere e proprie rette. Il sapere sarà affare di poche e pochi. Gli altri se ne facciano una ragione. È proprio contro l’intenzionalità di privatizzare il sapere una volta per tutte (a patto poi che i privati arrivino per davvero, visto e considerato che negli anni dell’università dell’Autonomia non lo hanno mai fatto e, presumibilmente, continueranno a non farlo); è contro l’idea di uno Stato che considera l’educazione di massa superflua, perché tanto basta garantire la formazione alla classe dirigente, ai suoi figli e a pochi più; è contro uno Stato che non solo si disimpegna per lasciare spazio ai privati, quindi, ma che abdica alle proprie funzioni pubbliche proprio per mettersi a disposizione del privato (ce lo ricordiamo “il comitato d’affari della borghesia”?), che si stanno mobilitando le università in questi giorni e, in esse, gli studenti, i ricercatori, il personale docente e non. Per provare, ancora una volta con generosità, a rimandare al mittente l’ennesima controriforma, che investe pesantemente non solo l’università, ma anche il mondo della scuola. Generosità testimoniata dalle cifre delle mobilitazioni, sia in termini di persone che stanno animando le singole iniziative, sia in termini di università coinvolte. Un nuovo movimento di massa, per costringere l’Italia a uscire da quel torpore in cui sembra essere completamente sprofondata da aprile, “il mese più crudele”. Un movimento che deve provare a vincere le resistenze che costrinsero la Pantera di nuovo nel recinto, che deve riprendere là dove la Pantera si era interrotta: dall’unificazione delle singole lotte che nel paese si stanno affacciando in questo inizio d’autunno – dal settore della scuola a quello del Pubblico Impiego – dalla convinzione che la battaglia può essere vinta, dalla comprensione che non si può, stavolta, non sconfiggere l’avversario. Dobbiamo resistere un minuto in più della nostra controparte, in quest’occasione. Questo, e non altro, dobbiamo imporci di fare. E se non ora, veramente, quando?
martedì 21 ottobre 2008
«Ci oscurano dai media e noi facciamo la nostra tv»
Diliberto lancia la web tv del Pdci, «una televisione partigiana e di lotta»
«Dopo il voto di aprile ci hanno oscurato deliberatamente da tutti i mezzi di informazione e così la tv ce la facciamo da soli»
così Oliviero Diliberto presenta la PdciTv (visibile all'indirizzo www.pdcitv.it), la televisione sul web dei Comunisti italiani. Dopo “rinascita” e “rinascita online” la comunicazione del Pdci si allarga, «con una tv di parte, dichiaratamente partigiana – spiega Diliberto - che sarà al fianco della lotta politica dei comunisti in Italia e attraverso il web diffonderà voce e lotte della sinistra». La PdciTv ha inaugurato le trasmissioni proprio ieri sera alle 20, coraggiosamente in contemporanea con i tg della sera, aprendo con un'intervista al segretario Diliberto e poi una lezione di Luciano Canfora, un'intervista al comandante partigiano Diavolo e, naturalmente, uno speciale sulla manifestazione dell'11 ottobre scorso.Proprio in occasione della manifestazione della sinistra contro il governo la PdciTv è partita in fase sperimentale su Youtube con un grande successo, come racconta il direttore Iacopo Venier, 20 mila visite in pochi giorni, il terzo canale italiano di Youtube per sottoscrizioni, «la dimostrazione che c'è sul web per la sinistra uno spazio di battaglia politica». Ora che la web tv dei Comunisti è partita ufficialmente sul sito www.pdcitv.it sarà anche «una piazza virtuale dove organizzare le nostre lotte», spiega Venier, illustrando gli 8 filoni in cui è strutturata la tv: insieme alla piazza ci saranno i canali notizie, inchieste, documenti, territori, videocasbah (dove verrà presentata musica indipendente), idee, mondo. Agli utenti si chiederà poi di non essere solo spettatori ma di trasformarsi in reporter, con telefonini, telecamere, mezzi artigianali, per riprendere ciò che accade in giro per l'Italia.Inevitabile poi fare il confronto con la web tv lanciata dal Pd, Youdem, ma Diliberto mette subito in chiaro, «nessun timore reverenziale e siccome non sono Veltroni, non dico in inglese “competition is competition” ma in italiano dico, ben venga la competizione con la tv del Pd».
così Oliviero Diliberto presenta la PdciTv (visibile all'indirizzo www.pdcitv.it), la televisione sul web dei Comunisti italiani. Dopo “rinascita” e “rinascita online” la comunicazione del Pdci si allarga, «con una tv di parte, dichiaratamente partigiana – spiega Diliberto - che sarà al fianco della lotta politica dei comunisti in Italia e attraverso il web diffonderà voce e lotte della sinistra». La PdciTv ha inaugurato le trasmissioni proprio ieri sera alle 20, coraggiosamente in contemporanea con i tg della sera, aprendo con un'intervista al segretario Diliberto e poi una lezione di Luciano Canfora, un'intervista al comandante partigiano Diavolo e, naturalmente, uno speciale sulla manifestazione dell'11 ottobre scorso.Proprio in occasione della manifestazione della sinistra contro il governo la PdciTv è partita in fase sperimentale su Youtube con un grande successo, come racconta il direttore Iacopo Venier, 20 mila visite in pochi giorni, il terzo canale italiano di Youtube per sottoscrizioni, «la dimostrazione che c'è sul web per la sinistra uno spazio di battaglia politica». Ora che la web tv dei Comunisti è partita ufficialmente sul sito www.pdcitv.it sarà anche «una piazza virtuale dove organizzare le nostre lotte», spiega Venier, illustrando gli 8 filoni in cui è strutturata la tv: insieme alla piazza ci saranno i canali notizie, inchieste, documenti, territori, videocasbah (dove verrà presentata musica indipendente), idee, mondo. Agli utenti si chiederà poi di non essere solo spettatori ma di trasformarsi in reporter, con telefonini, telecamere, mezzi artigianali, per riprendere ciò che accade in giro per l'Italia.Inevitabile poi fare il confronto con la web tv lanciata dal Pd, Youdem, ma Diliberto mette subito in chiaro, «nessun timore reverenziale e siccome non sono Veltroni, non dico in inglese “competition is competition” ma in italiano dico, ben venga la competizione con la tv del Pd».
venerdì 17 ottobre 2008
Sciopero e grande corteo dei sindacati di base a Roma
Adesione di Pdci e Prc, centinaia di migliaia in piazza contro governo e Confindustria
Nonostante la pioggia battente che ha inondato le strade di Roma, la manifestazione organizzata dai sindacati di base Cub, Cobas e Sdl
nel giorno dello sciopero generale ha avuto un gran successo. Il corteo che ha sfilato per le vie della Capitale, partito da piazza della Repubblica alla volta di piazza San Giovanni, è stato aperto da uno striscione con la scritta «Tremonti e Gelmini distruttori della scuola». A sfilare, oltre alle varie categorie di lavoratori aderenti ai sindacanti di base, anche i coordinamenti degli studenti universitari e delle scuole superiori con striscioni e slogan «No alla distruzione della scuola» e «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Tra i manifestanti anche una folta rappresentanza di lavoratori precari, tra cui molti operatori sanitari «Uno sciopero riuscitissimo: più della metà delle scuole sono chiuse contro la politica Tremonti-Gelmini, contro una filosofia della scuola che appartiene all'800, contro provvedimenti razzisti di separazione tra italiani e stranieri, contro un'idea di distruzione di un'istituzione fondante del paese» afferma Pietro Bernocchi, segretario nazionale Cobas. Gli organizzatori parlano di 300 mila manifestanti scesi in piazza, ma al di là delle cifre, il segnale politico è stato dato, forte e chiaro: sarà un autunno caldo di lotte.A sfilare anche i Comunisti italiani, con Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Fabio Nobile, Marco Rizzo e Jacopo Venier dell’Ufficio politico del Pdci ed esponenti della Fgci. «Per contrastare l'attacco ai diritti e alle tutele del lavoro - afferma Gianni Pagliarini, responsabile del dipartimento Lavoro del Pdci - a partire dal diritto alla contrattazione collettiva, ad una scuola pubblica e ad uno stato sociale adeguato ed efficace. Per respingere questo attacco serve una mobilitazione straordinaria che sappia sviluppare un conflitto sociale in grado di rimettere al centro la questione del lavoro e della sua dignità, del salario, della lotta alla precarietà».Presente al corteo anche Manuela Palermi, direttore del settimanale la Rinascita della sinistra: «Una giornata importante, il primo sciopero generale contro la politica di un governo reazionario e che adotta misure contro i lavoratori con una violenza inedita anche rispetto al passato. Stare in piazza oggi è anche una risposta all'aggressione di Sacconi ad un diritto come quello di sciopero, che dà il senso della civiltà di un Paese. Un diritto conquistato con le lotte dei lavoratori, un diritto che ci ha resi liberi e che nessuno si può permettere impunemente di mettere in discussione».
lunedì 13 ottobre 2008
I media cancellano la grandiosa manifestazione di Roma

Il silenzio vergognoso di tv e giornali. I comunisti di Pdci e Prc protagonisti della giornata di lotta. Le bandiere rosse sono tornate ad invadere Roma. Si riparte da qui
Duecento, trecento, cinquecentomila... la guerra delle cifre si presenta inesorabile all'indomani di una manifestazione che ha inondato le strade di Roma di bandiere rosse, di tantissime falce e martello. Un sabato di lotta, un popolo, quello della sinistra, con i comunisti in prima fila, pronto a ricostruire opposizione reale nel paese al governo di Berlusconi e di Confindustria
E di fronte a questo dato, quello di centinaia di migliaia di donne e uomini che non si rassegnano alla deriva antidemocratica, antipopolare, antisociale verso la quale la destra sta cercando di traghettare il Paese, viene addirittura da sorridere di fronte all'imbarazzante menzogna della questura quando afferma «20mila manifestanti». Fa sorridere meno l'atteggiamento dei media nazionali, l'irrispettosa indifferenza, se non addirittura l'arrogante tentativo di banalizzare la portata dell'evento. Le tante, tantissime bandiere rosse, quelle dei Comunisti italiani e di Rifondazione comunista mischiate, a sfilare unite, con un unico obiettivo valgono più dei pochi articoli e delle tante parole, come quelle di Andrea Fabozzi nell'editoriale del Manifesto, «Aggrappati ognuno alla sua bandiera, i manifestanti di ieri hanno tanto cantato ma hanno quasi dimenticato il governo». Sabato ha rappresentato altro, invece. La ricerca di unità si respirava a pieni polmoni e scrivere «ognuno quasi al riparo della sua bandiera, con le sue storie private di conflitto nella scuola, in ospedale, al supermercato, in banca, ma senza la capacità di rappresentare una lotta collettiva. Una opposizione» non rende merito a quelle centinaia di migliaia di lavoratori, precari, disoccupati, che non si rassegnano all'immobilismo di una sconfitta. Anzi è un'offesa.L'11 ottobre non è stato un punto di arrivo, non lo era neppure nelle intenzioni di chi ha promosso l'iniziativa, ma un punto di partenza importante per la costruzione di un'opposizione che nel paese manca, perché assente nelle aule parlamentari. Un'opposizione quindi che riparta esattamente dalle proprie storie private di conflitto, che con l'11 ottobre si trasformano in momenti di lotta collettiva e di classe, che continuerà il 17 ottobre con lo sciopero generale indetto dai sindacati di base ed il 30 con quello sulla scuola dei sindacati confederali. Non sorprende che i grandi mezzi di informazione nazionale non comprendano, o meglio non riconoscano il valore di tutto ciò, sicuramente fa riflettere che venga scarsamente riconosciuto anche dalla stampa di sinistra.
E di fronte a questo dato, quello di centinaia di migliaia di donne e uomini che non si rassegnano alla deriva antidemocratica, antipopolare, antisociale verso la quale la destra sta cercando di traghettare il Paese, viene addirittura da sorridere di fronte all'imbarazzante menzogna della questura quando afferma «20mila manifestanti». Fa sorridere meno l'atteggiamento dei media nazionali, l'irrispettosa indifferenza, se non addirittura l'arrogante tentativo di banalizzare la portata dell'evento. Le tante, tantissime bandiere rosse, quelle dei Comunisti italiani e di Rifondazione comunista mischiate, a sfilare unite, con un unico obiettivo valgono più dei pochi articoli e delle tante parole, come quelle di Andrea Fabozzi nell'editoriale del Manifesto, «Aggrappati ognuno alla sua bandiera, i manifestanti di ieri hanno tanto cantato ma hanno quasi dimenticato il governo». Sabato ha rappresentato altro, invece. La ricerca di unità si respirava a pieni polmoni e scrivere «ognuno quasi al riparo della sua bandiera, con le sue storie private di conflitto nella scuola, in ospedale, al supermercato, in banca, ma senza la capacità di rappresentare una lotta collettiva. Una opposizione» non rende merito a quelle centinaia di migliaia di lavoratori, precari, disoccupati, che non si rassegnano all'immobilismo di una sconfitta. Anzi è un'offesa.L'11 ottobre non è stato un punto di arrivo, non lo era neppure nelle intenzioni di chi ha promosso l'iniziativa, ma un punto di partenza importante per la costruzione di un'opposizione che nel paese manca, perché assente nelle aule parlamentari. Un'opposizione quindi che riparta esattamente dalle proprie storie private di conflitto, che con l'11 ottobre si trasformano in momenti di lotta collettiva e di classe, che continuerà il 17 ottobre con lo sciopero generale indetto dai sindacati di base ed il 30 con quello sulla scuola dei sindacati confederali. Non sorprende che i grandi mezzi di informazione nazionale non comprendano, o meglio non riconoscano il valore di tutto ciò, sicuramente fa riflettere che venga scarsamente riconosciuto anche dalla stampa di sinistra.
lunedì 6 ottobre 2008
Sei morti di lavoro in un giorno. E Veltroni dopo la rottura Cgil “media” con la Marcegaglia
La valanga degli omicidi continua. Il Pd non fa opposizione neanche su questi temi, ma corre in Confindustria per evitare il conflitto.
Sei i morti sul lavoro in una solo giornata, questo è il drammatico bilancio. Tre operai, due calabresi di 26 e 49 anni e un napoletano di 45, sono deceduti mentre lavoravano su una piattaforma aerea all'interno di un cantiere per la costruzione della Variante di Valico
La piattaforma, a circa 40 metri di altezza, ha ceduto e i tre operai sono precipitati, perdendo la vita e facendo salire a sei le vittime nei cantieri per la Variante di Valico, il nuovo tratto della Bologna-Firenze in costruzione sull'Appennino dal 2001.Continua a riproporsi drammaticamente e quotidianamente il grave problema degli omicidi sul lavoro, proprio in questi giorni a Bologna era stato firmato un accordo per incentivare la sicurezza sul lavoro nei lotti della Variante di Valico della A1. Promosso dalla Provincia di Bologna, porta le firme delle società committenti, di Autostrade per l'Italia, delle società esecutrici, dei sindacati e dell'Inail. Ma la realtà dei fatti dimostra che non basta.Ogni morte sul lavoro è «una grande tragedia» ha sottolineato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia la quale, proprio lei, chiede che vengano applicate le leggi. Dura la replica di Gianni Pagliarini del Pdci, «è surreale apprendere che la massima dirigente del mondo delle imprese, Emma Marcegaglia, chiede l’applicazione delle leggi approvate dal Parlamento contro gli infortuni. Confindustria avversò sei mesi fa il nuovo Testo Unico sulla sicurezza contestandone gli aspetti sanzionatori, ha lavorato quotidianamente per non applicarlo e ha ricevuto il plauso dell’attuale ministro del Lavoro Sacconi».E sul fronte contratti sempre la Marcegaglia prosegue nel suo affondo contro la Cgil. La novità, se così si può definire, il ruolo di mediatore e interlocutore che il leader del Pd sta cercando di ricavarsi. Dopo aver incontrato il presidente di Confindustria per cercare di riallacciare il dialogo con la Cgil, Veltroni ha affermato che «una rottura sarebbe un danno per il Paese». Prossimo passo l'incontro di lunedì al quartier generale del Pd, dove si siederanno al tavolo Epifani, Bonanni e Angeletti.Ma il giovedì nero ha riguardato anche Genova, Perugia e Sesto Fiorentino. Un operaio è caduto in un pozzo per l'estrazione di biogas nella discarica di Scarpino, a Genova. Un operaio che stava lavorando all'interno di un capannone nella zona industriale di Torgiano, in provincia di Perugia è stato travolto da un carro-ponte utilizzato di norma per spostare grandi carichi. Un operaio è morto e due sono rimasti feriti nei pressi di Sesto Fiorentino mentre lavoravano su un carrello per la manutenzione della linea aerea ferroviaria. Infine, è in coma con un trauma cranico commotivo e diverse altre lesioni un operaio di 42 anni di Oria, in provincia di Brindisi. E' caduto da una impalcatura a una altezza di circa 10 metri in un cantiere edile.
Sei i morti sul lavoro in una solo giornata, questo è il drammatico bilancio. Tre operai, due calabresi di 26 e 49 anni e un napoletano di 45, sono deceduti mentre lavoravano su una piattaforma aerea all'interno di un cantiere per la costruzione della Variante di Valico
La piattaforma, a circa 40 metri di altezza, ha ceduto e i tre operai sono precipitati, perdendo la vita e facendo salire a sei le vittime nei cantieri per la Variante di Valico, il nuovo tratto della Bologna-Firenze in costruzione sull'Appennino dal 2001.Continua a riproporsi drammaticamente e quotidianamente il grave problema degli omicidi sul lavoro, proprio in questi giorni a Bologna era stato firmato un accordo per incentivare la sicurezza sul lavoro nei lotti della Variante di Valico della A1. Promosso dalla Provincia di Bologna, porta le firme delle società committenti, di Autostrade per l'Italia, delle società esecutrici, dei sindacati e dell'Inail. Ma la realtà dei fatti dimostra che non basta.Ogni morte sul lavoro è «una grande tragedia» ha sottolineato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia la quale, proprio lei, chiede che vengano applicate le leggi. Dura la replica di Gianni Pagliarini del Pdci, «è surreale apprendere che la massima dirigente del mondo delle imprese, Emma Marcegaglia, chiede l’applicazione delle leggi approvate dal Parlamento contro gli infortuni. Confindustria avversò sei mesi fa il nuovo Testo Unico sulla sicurezza contestandone gli aspetti sanzionatori, ha lavorato quotidianamente per non applicarlo e ha ricevuto il plauso dell’attuale ministro del Lavoro Sacconi».E sul fronte contratti sempre la Marcegaglia prosegue nel suo affondo contro la Cgil. La novità, se così si può definire, il ruolo di mediatore e interlocutore che il leader del Pd sta cercando di ricavarsi. Dopo aver incontrato il presidente di Confindustria per cercare di riallacciare il dialogo con la Cgil, Veltroni ha affermato che «una rottura sarebbe un danno per il Paese». Prossimo passo l'incontro di lunedì al quartier generale del Pd, dove si siederanno al tavolo Epifani, Bonanni e Angeletti.Ma il giovedì nero ha riguardato anche Genova, Perugia e Sesto Fiorentino. Un operaio è caduto in un pozzo per l'estrazione di biogas nella discarica di Scarpino, a Genova. Un operaio che stava lavorando all'interno di un capannone nella zona industriale di Torgiano, in provincia di Perugia è stato travolto da un carro-ponte utilizzato di norma per spostare grandi carichi. Un operaio è morto e due sono rimasti feriti nei pressi di Sesto Fiorentino mentre lavoravano su un carrello per la manutenzione della linea aerea ferroviaria. Infine, è in coma con un trauma cranico commotivo e diverse altre lesioni un operaio di 42 anni di Oria, in provincia di Brindisi. E' caduto da una impalcatura a una altezza di circa 10 metri in un cantiere edile.
lunedì 29 settembre 2008
APPELLO COMUNISTA
Il Partito dei Comunisti italiani esprime il proprio sdegno per la degenerazione che ha preso il dibattito politico minervinese.
Una polemica politica mossa dall’onda degli affarismi che nulla ha a che vedere con i problemi reali della intera comunità.
AI COMUNISTI NON IMPORTA QUALE NUOVA MAGGIORANZA GOVERNERA’ IL PAESE , MA INTERESSANO I MOTIVI PER I QUALI AD OGGI NON E’ STATO FATTO NULLA PER RISOLVERE I PROBLEMI DELLA CITTA’ CHE SONO NUMEROSI:
A chi ha dimenticato quali sono, ne riproponiamo i più gravi:
- Una strada regionale ancora da completare , che incentiverebbe il traffico commerciale a per il nostro Comune,
- La raccolta differenziata che vede questo Comune agli ultimi posti per quantità di materiali raccolti, ci chiediamo perché non vengono messi in atto gli strumenti per avviare progetti concreti di raccolta differenziata, che consentirebbero un risparmio di denaro considerevole per la tassa sui rifiuti per tutte le famiglie.
- la viabilità che affligge di gas di scarico il centro cittadino , costringendo all’asfissia la moltitudine delle persone presenti , nei luoghi di ritrovo pubblico , è un’ indecenza vedere anziani e donne con passeggini driblare nel traffico , ed altri consumare bibite e pizze tra le marmitte fumanti di gas velenosi.
- Il sovraffollamento delle linee della ditta provinciale S.T.P. che opprime da anni i lavoratori e gli studenti minervinesi pendolari, quotidianamente compressi durante il viaggio.
- l’assenza dal dibattito politico di una grande risorsa del territorio murgiano quale la Diga Locone non utilizzata al massimo delle sue potenzialità;
Una polemica politica mossa dall’onda degli affarismi che nulla ha a che vedere con i problemi reali della intera comunità.
AI COMUNISTI NON IMPORTA QUALE NUOVA MAGGIORANZA GOVERNERA’ IL PAESE , MA INTERESSANO I MOTIVI PER I QUALI AD OGGI NON E’ STATO FATTO NULLA PER RISOLVERE I PROBLEMI DELLA CITTA’ CHE SONO NUMEROSI:
A chi ha dimenticato quali sono, ne riproponiamo i più gravi:
- Una strada regionale ancora da completare , che incentiverebbe il traffico commerciale a per il nostro Comune,
- La raccolta differenziata che vede questo Comune agli ultimi posti per quantità di materiali raccolti, ci chiediamo perché non vengono messi in atto gli strumenti per avviare progetti concreti di raccolta differenziata, che consentirebbero un risparmio di denaro considerevole per la tassa sui rifiuti per tutte le famiglie.
- la viabilità che affligge di gas di scarico il centro cittadino , costringendo all’asfissia la moltitudine delle persone presenti , nei luoghi di ritrovo pubblico , è un’ indecenza vedere anziani e donne con passeggini driblare nel traffico , ed altri consumare bibite e pizze tra le marmitte fumanti di gas velenosi.
- Il sovraffollamento delle linee della ditta provinciale S.T.P. che opprime da anni i lavoratori e gli studenti minervinesi pendolari, quotidianamente compressi durante il viaggio.
- l’assenza dal dibattito politico di una grande risorsa del territorio murgiano quale la Diga Locone non utilizzata al massimo delle sue potenzialità;
Questi sono, a nostro parere, il risultato del basso profilo dei trasformismi in atto nella maggioranza come nella opposizione e che tradiscono i reali problemi della nostra comunità ; il nostro ruolo è di stare dalla parte di chi subisce passivamente e denunciare una situazione difficile che riguarda tutti i cittadini.
Per una nuova stagione politica vista da sinistra.
martedì 23 settembre 2008
UN’ALTRA ITALIA, UN’ALTRA POLITICA

Le politiche aggressive del Governo di centrodestra, sostenute in primo luogo da Confindustria, disegnano il quadro di un'Italia ripiegata su se stessa e che guarda con paura al futuro, un Paese dove pochi comandano, in cui il lavoro viene continuamente umiliato e mortificato, nel quale l'emergenza è evocata costantemente per giustificare la restaurazione di una società classista razzista e sessista. Che vede nei poveri, nei marginali e nei differenti, i suoi principali nemici. Che nega, specie nei migranti, il riconoscimento di diritti di cittadinanza con leggi come la Bossi Fini che non solo generano clandestinità e lavoro nero, ma calpestano fondamentali valori di umanità. Questa è la risposta delle destre alla crisi profonda, di cui quella finanziaria è solo un aspetto, che attraversa il processo di globalizzazione e le teorie liberiste che l´hanno sostenuto. Una risposta che, naturalmente, ignora il fatto che solo un deciso mutamento del modello economico oggi operante può risolvere problemi drammatici, dei quali il più grave è la crisi ecologica planetaria. Spetta alla sinistra contrapporre un´altra idea di società e un coerente programma in difesa della democrazia e delle condizioni di vita delle persone. E´ una risposta che non può tardare ed è l´unico modo per superare le conseguenze della sconfitta elettorale e politica. Ci proponiamo perciò di contribuire alla costruzione di un´opposizione che sappia parlare al Paese a partire dai seguenti obiettivi : riprendere un'azione per la pace e il disarmo di fronte a tutti i rischi di guerra, oggi particolarmente acuti nello scacchiere del Caucaso. La scommessa è ridare prospettiva a un ruolo dell´Europa quale principale protagonista di una politica che metta la parola fine all'unilateralismo dell'amministrazione Bush, al suo programma di scudo spaziale e di estensione delle basi militari nel mondo, all'occupazione in Iraq e Afghanistan (dove la presenza di truppe italiane non ha ormai alcuna giustificazione), ma anche alla sindrome da grande potenza che sta impossessandosi della Russia di Putin; imporre su larga scala un'azione di difesa di retribuzioni e pensioni falcidiate dal caro vita, il quale causa un malessere che la destra tenta di trasformare in egoismo sociale, guerra tra poveri, in un protezionismo economico del tutto insensibile al permanere di gravi squilibri tra il Nord e il Sud del mondo. Di fronte alla piaga degli "omicidi bianchi" è necessario intensificare i controlli e imporre l´applicazione delle sanzioni alle imprese. Si tratta inoltre di valorizzare tutte le forme di lavoro: lottando contro precariato e lavoro nero, anche attraverso la determinazione di un nuovo quadro legislativo; sostenendo il reddito dei disoccupati e dei giovani inoccupati; ottenendo il riconoscimento di forme di lavoro informale e di economia solidale; respingere l'attacco alla scuola pubblica, all'Università e alla ricerca, al servizio sanitario nazionale, ai diritti dei lavoratori e alla contrattazione collettiva. E´ una vera e propria demolizione attuata attraverso un'azione di tagli indiscriminati e di licenziamenti, l'introduzione di processi di privatizzazione, e un'offensiva ideologica improntata a un ritorno al passato di chiaro stampo reazionario (maestro unico, ecc.). L'obiettivo della destra al governo è colpire al cuore le istituzioni del welfare che garantiscono l´esercizio dei diritti di cittadinanza. L'affondo è costituito da un'ipotesi di federalismo fiscale deprivato di ogni principio di mutua solidarietà; rispondere con forza all'attacco contro le politiche volte a contrastare la violenza degli uomini contro le donne, riconoscendo il valore politico della lotta a tutte le forme di dominio patriarcale, dell'autodeterminazione delle donne e della libertà femminile nello spazio pubblico e nelle scelte personali; sostenere il valore della laicità dello stato e riconoscere diritto di cittadinanza alle richieste dei movimenti per la libera scelta sessuale e per quelle relative al proprio destino biologico; sostenere le vertenze territoriali (No Tav, No Dal Molin, ecc.) che intendono intervenire democraticamente su temi di grande valore per le comunità, a partire dalle decisioni collettive sui temi ambientali, sulla salute e sui beni comuni., prima fra tutti l´acqua. Quella che si sta affermando con la destra al governo è un´idea di comunità corporativa, egoista, rozza e cattiva, un´idea di società che rischia di trasformare le nostre città e le loro periferie nei luoghi dell´esclusione. Bisogna far crescere una capacità di cambiamento radicale delle politiche riguardanti la gestione dei rifiuti e il sistema energetico. Con al centro la massima efficienza nell´uso delle risorse e l´uso delle fonti rinnovabili. Superando la logica dei megaimpianti distruttivi dei territori, del clima e delle risorse in via di esaurimento. E´ fondamentale sostenere una forte ripresa del movimento antinuclearista che respinga la velleitaria politica del governo in campo energetico. Contrastare tutte le tentazioni autoritarie volte a negare o limitare fondamentali libertà democratiche e civili, a partire dalle scelte del governo dai temi della giustizia, della comunicazione e della libertà di stampa. O in tema di legge elettorale mettendo in questione diritti costituzionali di associazione e di rappresentanza. Si tratta anche di affermare una cultura della legalità contro le tendenze a garantire l´immunità dei forti con leggi ad personam e a criminalizzare i deboli. Per queste ragioni e con questi obiettivi vogliamo costruire insieme un percorso che dia voce ad un'opposizione efficace, che superi la delusione provocata in tanti dal fallimento del Governo Prodi e dalla contemporanea sconfitta della sinistra, e raccolga risorse e proposte per questo paese in affanno. L'attuale minoranza parlamentare non è certo in grado di svolgere questo compito, e comunque non da sola, animata com'è da pulsioni consociative sul piano delle riforme istituzionali, e su alcuni aspetti delle politiche economiche e sociali (come tanti imbarazzati silenzi dimostrano, dal caso Alitalia all'attacco a cui è sottoposta la scuola, dalla militarizzazione della gestione dei rifiuti campani alle ordinanze di tante amministrazioni locali lesive degli stessi principi costituzionali). Bisogna invece sapere cogliere il carattere sistematico dell'offensiva condotta dalle destre, sia sul terreno democratico, che su quelli civile e sociale, per potere generare un'opposizione politica e sociale che abbia l´ambizione di sconfiggere il Governo Berlusconi. Quindi, proponiamo una mobilitazione a sinistra, per "fare insieme", al fine di suscitare un fronte largo di opposizione che, pur in presenza di diverse prospettive di movimenti partiti, associazioni, comitati e singoli, sappia contribuire a contrastare in modo efficace le politiche di questo governo. Al tal fine proponiamo la convocazione per il 11 ottobre di un'iniziativa di massa, pubblica e unitaria, rivolgendoci a tutte le forze politiche, sociali e culturali della sinistra e chiedendo a ognuna di esse di concorrere a un´iniziativa che non sia di una parte sola. Il nostro intento è contribuire all´avvio di una nuova stagione politica segnata da mobilitazioni, anche territorialmente articolate, sulle singole questioni e sui temi specifici sollevati.
Le prime adesioni Acerbo Maurizio, Alzetta Andrea, Amato Fabio, Agostini Andrea, Anna Picciolini, Bianca Pomeranzi, Mario Agostinelli, Vittorio Agnoletto, Giuseppe Albanese, Ciro Argentino, Giorgio Arlorio, Stefano Azzarà , Andrea Bagni, Imma Barbarossa, Gianni Belloni, Alessandro Biasoli, Mara Bianca, Carlo Baldini, Maria Luisa Boccia, Gabriele Bollini, Elio Bonfanti, Carlo Borriello, Benedetta Buccellato, Alberto Burgio, Sergio Bellucci, Nerina Benuzzi, Maddalena Berrino, Fausto Bertinotti, Stefano Bianchi, Marina Bosco, Giacinto Botti ,Bianca Bracci Torsi, Augustin Breda, Antonio Bruno, Gloria Buffo, Oriella Busetto, Paolo Cacciari, Maria Campese, Mauro Cannoni, Antonio Castronovi, Francesca Cavarocchi, Maria Grazia Campus, Guido Cappelloni, Wilma Casavecchia, Sergio Caserta, Cesare Chiazza, Elena Canali, Giuseppe Chiarante, Luciana Castellina, Bruno Ceccarelli, Stefano Ciccone, Aurelio Crippa, Mario Cena, Luigi Cerini, Gianpiero Ciambotti, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Flavio Cogo, Eros Cruccolini, Claudio Cugusi, Rosa Maria Cutrufelli, Sandro Curzi, Luisella De Filippi, Elettra Deiana, Nunzio D'Erme, Dante De Angelis, Loredana De Checchi, Paolo De Nardis, Antonella Del Conte, Walter De Cesaris, Antonella Del Grosso, Jose Luis Del Rojo, Don Roberto Sardelli, Pippo Di Marca, Mauro Di Marco, Erminia Emprin, Roberta Fantozzi, Pietro Folena, Riccardo Ferraro, Ciccio Ferrara, Eleonora Forenza, Loredana Fraleone, Mercedes Frias, Francesco Francescaglia, Davide Franceschini, Matteo Gaddi, Stefano Galieni, Clara Gallini, Rocco Giacomino, Alfonso Gianni, Fosco Giannini, Paul Ginsborg, Franco Giordano, Sergio Giovagnoli, Claudio Grassi, Paolo Halacia, Heidi Giuliani, Igor Kocijancic, Chiara Giunti, Alfiero Grandi, Giuseppe Gonnella, Rita Guglielmetti, Margherita Hack, Giuseppe Joannas, Pietro Ingrao, Donata Ingrilli, Beniamino Lami, Antonio Lareno, Rita Lavaggi, Gigi Livio, Salvatore Lihygm, Mirko Lombardi, Roberto Latella , Umberto Lauren, Piero Leonesio, Carlo Leoni, Orazio Licandro, Lia Losa, Dora Maffezzoli, Ramon Mantovani, Graziella Mascia, Roberto Mastroianni, Corrado Mauceri, Filippo Miraglia, Sergio Mirimao, Citto Maselli, Giorgio Mele, Paolo Menichetti, Lidia Menapace, Siliano Mollitti, Mario Monicelli, Valerio Monteventi, Gennaro Migliore, Gianni Minà, Giorgio Molin, Emilio Molinari, Andrea Morniroli, Andrea Montagni, Roberto Musacchio, Fabrizio Nizi, Simone Oggionni, Andrea Occhipinti, Franco Ottaviano, Manuela Palermi, Mario Palermo, Gianni Palumbo, Luigi Pegolo, Elisabetta Piccolotti, Silvana Pisa, Francesco Piobbichi, Marina Pivetta, Simona Panzino, Giuseppe Prestipino, Giovanni Prezioso, Ciro Pesacane, Anna Piccolini, Bianca Pomeranzi, Renata Puleo, Carla Ravaioli, Luigi Regolo, Fausto Razzi, Simona, Ricotti, Tiziano Rinaldini, Giorgio Riolo, Anna Maria Riviello, Mino Ronzitti, Rossano Rossi, Giovanni Russo Spena, Giancarlo Saccoman, Mario Sai, Pino Sgobio, Ersilia Salvato, Pasquale Scimeca, Arturo Scotto, Luigi Servo, Anita Sonego, Claudia Sacconi, Raffaele K. Salinari., Paola Scarnati, Aldo Semeraro, Massimiliano Smeriglio, Niko Somma, Patrizia,Sentinelli, Antonio Sgrò, Gabriella Stramaccioni, Davide A. Squillanti, Bruno Steri, Gigi Sullo, Luigi Tamburino, Federico Tommasello, Patrizio Tonon, Massimo Torelli, Stefano Tassinari, Aldo Tortorella, Sergio Tosini, Luca Trevisan, Mauro Vannoni, Fulvio Vassallo Paleologo, Benedetto Vertecchi, Nichi Vendola, Jacopo Venier, Pasquale Voza, Sergio Zampini, Renato Zanoli, Maurizio Zipponi, Angelo Zola
Per aderire: 11ottobre2008@libero.it, oppure sul sito www.larinascita.org
Le prime adesioni Acerbo Maurizio, Alzetta Andrea, Amato Fabio, Agostini Andrea, Anna Picciolini, Bianca Pomeranzi, Mario Agostinelli, Vittorio Agnoletto, Giuseppe Albanese, Ciro Argentino, Giorgio Arlorio, Stefano Azzarà , Andrea Bagni, Imma Barbarossa, Gianni Belloni, Alessandro Biasoli, Mara Bianca, Carlo Baldini, Maria Luisa Boccia, Gabriele Bollini, Elio Bonfanti, Carlo Borriello, Benedetta Buccellato, Alberto Burgio, Sergio Bellucci, Nerina Benuzzi, Maddalena Berrino, Fausto Bertinotti, Stefano Bianchi, Marina Bosco, Giacinto Botti ,Bianca Bracci Torsi, Augustin Breda, Antonio Bruno, Gloria Buffo, Oriella Busetto, Paolo Cacciari, Maria Campese, Mauro Cannoni, Antonio Castronovi, Francesca Cavarocchi, Maria Grazia Campus, Guido Cappelloni, Wilma Casavecchia, Sergio Caserta, Cesare Chiazza, Elena Canali, Giuseppe Chiarante, Luciana Castellina, Bruno Ceccarelli, Stefano Ciccone, Aurelio Crippa, Mario Cena, Luigi Cerini, Gianpiero Ciambotti, Paolo Ciofi, Anna Cotone, Flavio Cogo, Eros Cruccolini, Claudio Cugusi, Rosa Maria Cutrufelli, Sandro Curzi, Luisella De Filippi, Elettra Deiana, Nunzio D'Erme, Dante De Angelis, Loredana De Checchi, Paolo De Nardis, Antonella Del Conte, Walter De Cesaris, Antonella Del Grosso, Jose Luis Del Rojo, Don Roberto Sardelli, Pippo Di Marca, Mauro Di Marco, Erminia Emprin, Roberta Fantozzi, Pietro Folena, Riccardo Ferraro, Ciccio Ferrara, Eleonora Forenza, Loredana Fraleone, Mercedes Frias, Francesco Francescaglia, Davide Franceschini, Matteo Gaddi, Stefano Galieni, Clara Gallini, Rocco Giacomino, Alfonso Gianni, Fosco Giannini, Paul Ginsborg, Franco Giordano, Sergio Giovagnoli, Claudio Grassi, Paolo Halacia, Heidi Giuliani, Igor Kocijancic, Chiara Giunti, Alfiero Grandi, Giuseppe Gonnella, Rita Guglielmetti, Margherita Hack, Giuseppe Joannas, Pietro Ingrao, Donata Ingrilli, Beniamino Lami, Antonio Lareno, Rita Lavaggi, Gigi Livio, Salvatore Lihygm, Mirko Lombardi, Roberto Latella , Umberto Lauren, Piero Leonesio, Carlo Leoni, Orazio Licandro, Lia Losa, Dora Maffezzoli, Ramon Mantovani, Graziella Mascia, Roberto Mastroianni, Corrado Mauceri, Filippo Miraglia, Sergio Mirimao, Citto Maselli, Giorgio Mele, Paolo Menichetti, Lidia Menapace, Siliano Mollitti, Mario Monicelli, Valerio Monteventi, Gennaro Migliore, Gianni Minà, Giorgio Molin, Emilio Molinari, Andrea Morniroli, Andrea Montagni, Roberto Musacchio, Fabrizio Nizi, Simone Oggionni, Andrea Occhipinti, Franco Ottaviano, Manuela Palermi, Mario Palermo, Gianni Palumbo, Luigi Pegolo, Elisabetta Piccolotti, Silvana Pisa, Francesco Piobbichi, Marina Pivetta, Simona Panzino, Giuseppe Prestipino, Giovanni Prezioso, Ciro Pesacane, Anna Piccolini, Bianca Pomeranzi, Renata Puleo, Carla Ravaioli, Luigi Regolo, Fausto Razzi, Simona, Ricotti, Tiziano Rinaldini, Giorgio Riolo, Anna Maria Riviello, Mino Ronzitti, Rossano Rossi, Giovanni Russo Spena, Giancarlo Saccoman, Mario Sai, Pino Sgobio, Ersilia Salvato, Pasquale Scimeca, Arturo Scotto, Luigi Servo, Anita Sonego, Claudia Sacconi, Raffaele K. Salinari., Paola Scarnati, Aldo Semeraro, Massimiliano Smeriglio, Niko Somma, Patrizia,Sentinelli, Antonio Sgrò, Gabriella Stramaccioni, Davide A. Squillanti, Bruno Steri, Gigi Sullo, Luigi Tamburino, Federico Tommasello, Patrizio Tonon, Massimo Torelli, Stefano Tassinari, Aldo Tortorella, Sergio Tosini, Luca Trevisan, Mauro Vannoni, Fulvio Vassallo Paleologo, Benedetto Vertecchi, Nichi Vendola, Jacopo Venier, Pasquale Voza, Sergio Zampini, Renato Zanoli, Maurizio Zipponi, Angelo Zola
Per aderire: 11ottobre2008@libero.it, oppure sul sito www.larinascita.org
giovedì 18 settembre 2008
DILIBERTO: ALITALIA. OK CGIL-AUTONOMI. PIANO CONTRO LAVORATORI

La nostra totale solidarieta' alla Cgil per la serieta' ed il rigore con cui ha difeso e difende la condizione dei lavoratori dell'Alitalia. Aver raccolto attorno a se' i sindacati autonomi, che hanno una seria rappresentanza, soprattutto tra i piloti e gli assistenti di volo e' una lezione di democrazia. La Cgil non puo' accogliere passivamente un piano privo di credibilita', di dubbia illegalita', presentato dal governo Berlusconi e da un gruppo industriali incuranti del destino dei lavoratori e del futuro industriale dell'Alitalia.
martedì 16 settembre 2008
Fiom, «non trattate con Confindustria la cancellazione dei contratti e del potere dei lavoratori»
Duro monito dei metalmeccanici alla Cgil. Cremaschi, «imprese e Governo puntano a una fabbrica e a un Paese senza diritti e con gli operai in ginocchio». La vicenda Alitalia ne è lo specchio«Inaccettabile». Così è stato definito, all’unanimità, dal comitato centrale della Fiom l’ipotesi d’intesa presentata dalla Confindustria ai sindacati. Non ci stanno i metalmeccanici, tutti, a discutere di un modello contrattuale che cancella, di fatto, l’autonomia e la rappresentanza del sindacato
In gioco ci sono le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, che possono essere difese solo da un modello sindacale che fa leva sui rapporti di classe e che non si piega alle richieste del capitale. Non può esserci confronto su un piano di riforma contrattuale giudicato «inaccettabile» nel suo impianto generale perché «fondato su una totale subordinazione dei sindacati alle esigenze delle imprese, con un contratto nazionale che diventa strumento di programmazione della riduzione del potere d’acquisto per l’insieme dei lavoratori ed uno aziendale che viene limitato alle materie delegate dal nazionale, in cui gli aumenti retributivi saranno legati all’andamento della redditività e della produttività dell’impresa». Secondo il segretario generale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini è necessario interrompere la trattativa e convocare un nuovo tavolo «sulla base delle piattaforme presentate dai sindacati su fisco, prezzi e contratti» in cui siano presenti anche il Governo e le altre organizzazioni imprenditoriali.
«Il documento della Confindustria non è emendabile, non è che si può correggere in un punto e modificare in un altro - tuona Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom - È un documento rispetto al quale la posizione del sindacato non può che essere di un sindacato che voglia restare ed essere un sindacato della solidarietà e dei diritti e non un sindacato delle imprese. Quindi, quella del sindacato deve essere una posizione globalmente alternativa. La Confindustria propone un modello autoritario, altro che come ha scritto qualcuno a favore della contrattazione aziendale, per cui i contratti nazionali e i contratti aziendali decideranno che i lavoratori devono lavorare di più e guadagnare di meno».
Continua Cremaschi: «Il documento va complessivamente respinto. La Cgil non può sottoscrivere o trattare sulle basi di quel documento. Visto che la stessa Confindustria l’ha considerato e titolato “ipotesi d’accordo”, noi chiediamo alla Cgil di rompere la trattativa anche da sola. E di aprire una fase diversa in cui ci si confronta con il Governo, gli industriali e le altre realtà imprenditoriali su tutti problemi non solo sul sistema contrattuale ma anche su fisco, prezzi ed altro». Fortemente condivisa dalla Fiom la mobilitazione indetta dalla Cgil per il 27 settembre, che deve essere «il punto di partenza di un percorso di carattere nazionale», a cui dovranno far seguito altre iniziative di lotta condivise ed unitarie dei lavoratori.
Un no netto all’ipotesi di accordo viene anche dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile e dal segretario della Funzione Pubblica, Carlo Podda. Ma in tutta la Cgil, in importanti Camere del lavoro c’è fermento di fronte a possibili «mediazioni e compromessi» - come dice Guglielmo Epifani - da fare «a partire dai contenuti della piattaforma non dalla proposta della controparte». Il silenzio calato sulla segreteria nazionale, riunitesi ieri a Corso Italia, la dice lunga sulla delicatezza del confronto interno. Bisognerà capire come si porrà la Cgil di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione unitaria con Cisl e Uil, disposti a firmare il testo padronale che condividono nella sostanza.
In gioco ci sono le condizioni di lavoro e di vita di milioni di lavoratori, che possono essere difese solo da un modello sindacale che fa leva sui rapporti di classe e che non si piega alle richieste del capitale. Non può esserci confronto su un piano di riforma contrattuale giudicato «inaccettabile» nel suo impianto generale perché «fondato su una totale subordinazione dei sindacati alle esigenze delle imprese, con un contratto nazionale che diventa strumento di programmazione della riduzione del potere d’acquisto per l’insieme dei lavoratori ed uno aziendale che viene limitato alle materie delegate dal nazionale, in cui gli aumenti retributivi saranno legati all’andamento della redditività e della produttività dell’impresa». Secondo il segretario generale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini è necessario interrompere la trattativa e convocare un nuovo tavolo «sulla base delle piattaforme presentate dai sindacati su fisco, prezzi e contratti» in cui siano presenti anche il Governo e le altre organizzazioni imprenditoriali.
«Il documento della Confindustria non è emendabile, non è che si può correggere in un punto e modificare in un altro - tuona Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom - È un documento rispetto al quale la posizione del sindacato non può che essere di un sindacato che voglia restare ed essere un sindacato della solidarietà e dei diritti e non un sindacato delle imprese. Quindi, quella del sindacato deve essere una posizione globalmente alternativa. La Confindustria propone un modello autoritario, altro che come ha scritto qualcuno a favore della contrattazione aziendale, per cui i contratti nazionali e i contratti aziendali decideranno che i lavoratori devono lavorare di più e guadagnare di meno».
Continua Cremaschi: «Il documento va complessivamente respinto. La Cgil non può sottoscrivere o trattare sulle basi di quel documento. Visto che la stessa Confindustria l’ha considerato e titolato “ipotesi d’accordo”, noi chiediamo alla Cgil di rompere la trattativa anche da sola. E di aprire una fase diversa in cui ci si confronta con il Governo, gli industriali e le altre realtà imprenditoriali su tutti problemi non solo sul sistema contrattuale ma anche su fisco, prezzi ed altro». Fortemente condivisa dalla Fiom la mobilitazione indetta dalla Cgil per il 27 settembre, che deve essere «il punto di partenza di un percorso di carattere nazionale», a cui dovranno far seguito altre iniziative di lotta condivise ed unitarie dei lavoratori.
Un no netto all’ipotesi di accordo viene anche dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile e dal segretario della Funzione Pubblica, Carlo Podda. Ma in tutta la Cgil, in importanti Camere del lavoro c’è fermento di fronte a possibili «mediazioni e compromessi» - come dice Guglielmo Epifani - da fare «a partire dai contenuti della piattaforma non dalla proposta della controparte». Il silenzio calato sulla segreteria nazionale, riunitesi ieri a Corso Italia, la dice lunga sulla delicatezza del confronto interno. Bisognerà capire come si porrà la Cgil di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione unitaria con Cisl e Uil, disposti a firmare il testo padronale che condividono nella sostanza.
sabato 13 settembre 2008
mercoledì 3 settembre 2008
martedì 2 settembre 2008
ATTO FINALE
Ancora una volta, nella nostra cittadina, si assiste ad una dimostrazione di settarismo e chiusura a tutto ciò che è nuovo, a tutto ciò che è giovane.
Questa volta il bersaglio del fango gettato dai soliti è la FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTI ITALIANI (F.G.C.I. ), scambiata per una federazione calcistica (F.I.G.C.) dagli ignari.
Questa volta il bersaglio del fango gettato dai soliti è la FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTI ITALIANI (F.G.C.I. ), scambiata per una federazione calcistica (F.I.G.C.) dagli ignari.
Un vero e proprio attentato al libero pensiero e di “intolleranza”.
Un gruppo di giovani che ha sviluppato, nel tempo, la passione politica e che ha visto giusto su ciò che sta succedendo in Comune è stato paragonato ad un branco di volpini. Non ci si abbasserà ad una polemica puerile, ma dato che sono state dette non poche baggianate occorrerà rispondere con decisione. E’ QUELLO CHE FAREMO.
E’ stato detto che la F.G.C.I. ha contribuito alla scelta a candidato Sindaco del dott. Roccotelli. FALSO!
E’ stato detto che la F.G.C.I. ha contribuito alla scelta a candidato Sindaco del dott. Roccotelli. FALSO!
QUANDO MAI I COMUNISTI ITALIANI HANNO FATTO PARTE DELL’ULIVO???
Il P.d.C.I. non ha dato alcuna legittimazione politica a questa Amministrazione.
IDEA DI CUI SIAMO ANCORA ACCANITI SOSTENITORI!
Non accettiamo lezioni di alcun genere da chi, nelle scorse Elezioni amministrative, ha candidato TUTTO ED IL CONTRARIO DI TUTTO: dagli ex-comunisti, agli ex- democristiani e per finire agli ex- fascisti. La politica-spettacolo è utile solo per le aspirazioni degli stolti. Un atto d’onestà politica sarebbe stato presentare una mozione di sfiducia al Sindaco, cosa che non c’è stata! Tutt’oggi non ne capiamo le ragioni.Certamente la risposta è l’appello del Sindaco ai cittadini che conferma l’atto finale del fallimento dell’Amministrazione del P.D. a Minervino e soprattutto TENDE LA MANO ALL’ OPPOSIZIONE nella maniera più umiliante, PUBBLICAMENTE.
IDEA DI CUI SIAMO ANCORA ACCANITI SOSTENITORI!
Non accettiamo lezioni di alcun genere da chi, nelle scorse Elezioni amministrative, ha candidato TUTTO ED IL CONTRARIO DI TUTTO: dagli ex-comunisti, agli ex- democristiani e per finire agli ex- fascisti. La politica-spettacolo è utile solo per le aspirazioni degli stolti. Un atto d’onestà politica sarebbe stato presentare una mozione di sfiducia al Sindaco, cosa che non c’è stata! Tutt’oggi non ne capiamo le ragioni.Certamente la risposta è l’appello del Sindaco ai cittadini che conferma l’atto finale del fallimento dell’Amministrazione del P.D. a Minervino e soprattutto TENDE LA MANO ALL’ OPPOSIZIONE nella maniera più umiliante, PUBBLICAMENTE.
L’INCIUCIO E’ A PORTATA DI MANO
E LE POLTRONE SONO PRONTE
E LE POLTRONE SONO PRONTE
TUTTO CIO’ CHE IL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI AVEVA PREDETTO!!
Il Partito dei Comunisti è stato l’unico movimento politico a Minervino a denunciare con forza quanto stava succedendo in Municipio.
La mossa più trasparente ERA RICONSEGNARE LA PAROLA AI CITTADINI MINERVINESI CON NUOVE ELEZIONI. IL SINDACO HA PREFERITO ALTRO!
IL SENSO DELLO STATO E’ ANDATO SMARRITO. PER TUTTI NOI, CITTADINI, SI PROSPETTANO TEMPI INCERTI DI COMPRAVENDITA DI ASSESSORATI, DI TRASFORMISMO E DELL’ENTRATA IN GIUNTA DEL CENTRODESTRA.
La mossa più trasparente ERA RICONSEGNARE LA PAROLA AI CITTADINI MINERVINESI CON NUOVE ELEZIONI. IL SINDACO HA PREFERITO ALTRO!
IL SENSO DELLO STATO E’ ANDATO SMARRITO. PER TUTTI NOI, CITTADINI, SI PROSPETTANO TEMPI INCERTI DI COMPRAVENDITA DI ASSESSORATI, DI TRASFORMISMO E DELL’ENTRATA IN GIUNTA DEL CENTRODESTRA.
E’ NECESSARIO RIAFFERMARE UNA NUOVA STAGIONE DELLA POLITICA NEL NOSTRO PAESE, RICOSTRUENDO LA SINISTRA PARTENDO DA NOI COMUNISTI ITALIANI!
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