mercoledì 21 settembre 2011

Iniziativa per la raccolta differenziata a Minervino. Che ne pensate?

Apriamo su questo primo argomento un ciclo di consultazioni dirette dei cittadini di Minervino. Naturalmente, Rifondazione Comunista non si sottrarrà all'esprimere un giudizio sul tema oggetto della discussione.

martedì 13 settembre 2011

Uscita dal nucleare scelta obbligata a livello mondiale

di Paolo Ferrero

Esprimo preoccupazione per la notizia dell'esplosione all'interno della centrale nucleare di Marcoule, nel sud della Francia.
A questo punto la questione dell'uscita dal nucleare si pone a livello mondiale e non solo europeo o italiano.
I danni provocati alla collettività sono troppo pericolosi per non essere presi in considerazione.

martedì 16 novembre 2010

La breccia di Pisapia. Ferrero: «Una vittoria netta contro le mediazioni centriste»

di Paolo Ferrero
segretario nazionale P.R.C. - F.d.S.

Oggi festeggiamo la vittoria di Giuliano Pisapia nelle primarie di Milano. Una vittoria netta che parla di un popolo della sinistra che si è stancato delle mediazioni centriste. Una vittoria resa possibile dall'unità della sinistra. Pisapia infatti era sostenuto oltre che da numerose forze della società civile, dalla Federazione della Sinistra e da Sel. Larga parte dei mass media fa finta di non vedere questo dato ma la realtà è inequivocabile. La vittoria di Pisapia su Boeri è stata possibile unicamente grazie alla mobilitazione di tutte le forze della sinistra e la Federazione della Sinistra, che è la forza con il maggior radicamento territoriale, è stata determinante per questo risultato.
Quella nelle primarie di Milano è quindi la vittoria della credibilità di Giuliano e del sostegno compatto della sinistra unita. Da qui, la prima indicazione politica: proponiamo a SEL di presentare una lista unitaria alle comunali di Milano. Abbiamo sostenuto lo stesso candidato e abbiamo vinto; per quale ragione non fare una lista unitaria che si ponga l'obiettivo di dare una risposta a quella voglia di sinistra che è emersa nelle primarie? Il risultato di Pisapia - e di Onida - ci parlano di una vera e propria crisi politica del PD. Il modo migliore per incidere positivamente su questa crisi è proprio quella di offrire uno sbocco a sinistra, con una sinistra unita.

Così come, per uscire dalla grande palude della crisi politica nazionale, proponiamo alle forze che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre di costruire un programma comune con cui aprire il confronto con il centro sinistra. Proponiamo di costruire questo programma di sinistra a partire dalla piattaforma della Fiom che tutti condividiamo. La lotta alla precarietà, per la difesa dei contratti collettivi di lavoro, per la redistribuzione del reddito, per la riconversione ambientale dell'economia, per l'acqua pubblica, contro la guerra in Afganistan rappresentano punti condivisi da cui partire. Facciamolo e diamo continuità alla mobilitazione del 16 impegnandoci a sostenere le posizioni su cui quelle centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza.
Le primarie di Milano ci segnalano però anche un altro elemento. La partecipazione è stata inferiore non solo rispetto alle attese ma anche rispetto alle primarie fatte per scegliere il segretario del PD. Un quarto di voti in meno concentrati nelle periferie, nei quartieri popolari. Questo dato ci parla della crisi della politica, del fatto che il teatrino a cui è ridotta la politica viene visto dalla nostra gente sempre meno come il terreno attraverso cui modificare in meglio la propria condizione sociale. In questo contesto sarebbe ridicolo per noi pensare di recuperare questo distacco tra i ceti popolari e la politica unicamente attraverso la pur necessaria azione unitaria. Occorre mettere al centro - a Milano come in tutta Italia - il lavoro di mobilitazione ed organizzazione sociale. Occorre costruire lotte, comitati, mobilitazione per lo sciopero generale. Occorre costruire il partito sociale su tutto il territorio.
Solo se non lasceremo nessuno solo nella crisi, potremo porre le basi per ricostruire una fiducia nella nostra azione politica e nella possibilità di cambiare lo stato di cose presente. La crisi della politica non si risolve con la delega a leader carismatici ma con la ripresa di una soggettività di massa che dia senso e vigore ad una robusta concezione della democrazia.

venerdì 12 novembre 2010

Un congresso per unire

Intervento del compagno Claudio Grassi (della segreteria nazionale del PRC) sul suo blog www.claudiograssi.org




Il tema di gran lunga più dibattuto in questo blog è quello dell’unità.
Ovviamente le posizioni che si confrontano sono molto diverse. Vi è chi non la vuole nemmeno sotto forma di Federazione. Infatti diversi contestano la costruzione della Federazione della Sinistra. Vi è chi vorrebbe fare l’unità con le componenti che stanno a sinistra del Prc (Sinistra critica, Pcl, Rete dei comunisti, etc). Chi vorrebbe farla con Sinistra ecologia e libertà. In specifico quando si parla di Nichi Vendola si scade nel dileggio e nell’insulto. Credo sia un modo sbagliato di discutere. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni si possono contestare anche le posizioni più distanti dalle proprie senza scadere nell’invettiva insultante. Portare argomenti è il modo migliore per convincere gli indecisi e – come tutti sappiamo – nel mondo della sinistra ce ne sono molti. Anche tra i frequentatori di questo blog, come abbiamo potuto vedere nei commenti dei post precedenti, ci sono posizioni diverse. Perché non approfittarne per discutere con serietà e rispetto reciproco?

Per quanto mi riguarda, in questi mesi, ho esposto ripetutamente il mio parere sull’argomento.
Spero che il congresso nazionale della Federazione della Sinistra, che si terrà tra pochi giorni, si caratterizzi proprio con un messaggio di unità, in tutte le direzioni.
Unità tra le forze che compongono la Federazione.
Unità, al suo interno, tra Prc e Pdci, che devono trovare le modalità per riunificarsi.
Unità con Sinistra ecologia e libertà per costruire una sinistra plurale che, come abbiamo visto il 16 ottobre e durante la raccolta di firme per l’acqua pubblica, possa tornare ad incidere nella realtà politica e sociale del Paese.
Unità – qualora vi fossero le elezioni anticipate – con le altre forze democratiche per battere Bossi e Berlusconi.
Conosco le critiche che vengono mosse a questo ragionamento. Sono, principalmente, di due tipi. Cerco di dimostrare la loro infondatezza. La prima sostiene che in questa proposta unitaria vi sia un eccesso di politicismo. Si dice: prioritario è il lavoro sociale, la presenza nelle lotte. In quel contesto si costruisce l’unità vera. Penso anche io che l’intervento sociale sia centrale, in particolare nel mondo del lavoro. Credo che la Federazione della Sinistra, come hanno saputo fare – pur con progetti molto diversi tra di loro – Die Linke e Kke, debba caratterizzarsi come il soggetto che pone il lavoro e la lotta intransigente contro l’attacco a cui è sottoposto al centro della sua piattaforma.
Su questo terreno occorre lavorare. La presenza massiccia della Federazione della Sinistra, riconosciuto da tutti, nella piazza del 16 ottobre, è la dimostrazione di un lavoro che è stato fatto in quella direzione. Ma, come ha detto Landini dal palco di quella piazza, occorre costruire una “sponda politica”. E in Italia, non in Germania o in Grecia, per come sono andate le cose in questi ultimi anni, questa sponda politica, da sola, non la costruisce né la Fds (tantomeno il Prc) né Sel. Occorre l’unità delle forze presenti in quella piazza per poter contare qualcosa, per incidere. Così come occorre – e anche questo ce lo chiede quella piazza – che queste forze non si sottraggano dal dare il loro contributo per la cacciata di Berlusconi. Quindi la proposta unitaria è l’esatto contrario del politicismo. E’ la condizione minima per essere credibili tra i lavoratori e le lavoratrici e per cercare, altro elemento essenziale, di riportare la rappresentanza del lavoro nelle istituzioni.

L’altra critica che viene rivolta fa leva sul fatto che l’unità determinerebbe l’abbandono della identità e della radicalità. Anche questo argomento mi sembra infondato. Se alziamo lo sguardo e parliamo fuori dai nostri ambienti, mi sento di poter dire che è l’ultimo dei problemi che abbiamo. Ma come si fa a dire che oggi Rifondazione Comunista o la Federazione della Sinistra siano percepite come “poco comuniste” o “poco di sinistra”? Se fosse vero questo, in questi due anni avremmo assistito ad un exploit delle forze comuniste presenti a sinistra del Prc (e non si può certo dire che manchi l’offerta, visto che ce ne sono almeno cinque o sei!). Il problema, semmai, è opposto. E’ la vocazione, presente nelle nostre file, al minoritarismo, al settarismo, al dogmatismo, che non ha mai fatto parte della cultura comunista e della sinistra. Non voglio scomodare i “classici” che vengono a sproposito citati (magari senza nemmeno averli letti), ma Lenin ha fatto la Nep, Stalin il patto Molotov-Ribbentrop, Togliatti l’alleanza con la monarchia, Berlinguer il compromesso storico. Esempi diversi, ma accomunati dal primato assegnato in ciascuna di quelle circostanze storiche alla “politica”, e cioè all’analisi concreta della situazione concreta e alle strategie messe in atto per fare fronte alle difficoltà. Potrei proseguire con gli esempi ma credo che siano sufficienti.
Alle ultime elezioni la Federazione della Sinistra ha raccolto il 2.7%. Oggi i sondaggi ci accreditano tra il 2 e il 2.5 per cento. L’errore più grave che possiamo compiere è quello di coltivare questa nicchia, rassegnarci al fatto che quello è il nostro consenso. Per fare questo occorre certamente avere una identità, una proposta politica e un gruppo dirigente credibile, ma occorre anche confrontarsi con altri, cercare di cogliere la verità interna delle loro posizioni, essere meno supponenti e più accoglienti. Quando si criticano gli altri sarebbe opportuno avere il senso delle proporzioni. Occorrerebbe mettere al bando i personalismi che tanto male ci hanno fatto in questi anni e continuano ancora a farci.
Ho l’impressione che questo approccio ci manchi e che se non lo riacquisiamo rischiamo di essere schiacciati in una condizione di marginalità. Anche per questo penso che le nostre proposte unitarie siano una condizione minima per provare a ripartire.





giovedì 11 novembre 2010

Sinistra plurale contro il moderatismo

Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.
È un paradosso che sia il Pd a sponsorizzare questo esito? Forse no, se si considera la cultura politica del gruppo dirigente democratico, in particolare della sua componente post-comunista.
Facciamo un passo indietro, agli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. In quel periodo avviene in tutto il mondo capitalistico un fatto di primaria importanza: cade (per diversi fattori: dal salto tecnologico all'aumento del prezzo del petrolio, alle conquiste salariali ottenute dalle lotte operaie) il saggio di profitto del capitale industriale. È questa, in ultima istanza, la causa strutturale della brusca fine del compromesso socialdemocratico e della vittoria della rivoluzione reazionaria di Reagan e Thatcher, importata in Italia con la "marcia dei quarantamila".
Che succede nella sinistra politica e sindacale in tutto l'Occidente capitalistico quando matura questo scenario? Questo è il punto. I gruppi dirigenti del movimento operaio, della socialdemocrazia e del partito comunista italiano non imboccano la strada del conflitto ma quella delle «compatibilità». Il capitale attacca (riducendo i salari e la base produttiva e smantellando le conquiste dei lavoratori) e la sinistra risponde introiettandone le ragioni. Sacrifici, responsabilità, concertazione sono la «modernità». E il passaporto per il governo. Questo è l'orizzonte storico dentro il quale si forma la soggettività dei gruppi dirigenti che decidono la politica della sinistra politica e sindacale in Europa negli ultimi trent'anni. La coazione a ripetere sottesa alla proposta del governo tecnico non è che lo sviluppo lineare di questa mutazione genetica.
Vedere le cose in prospettiva storica aiuta a capire il presente e a non sorprendersi di ciò che è del tutto comprensibile. Forse serve anche a impostare correttamente il problema del che fare per uscire da questa fase storica.
La questione della rinascita della sinistra si pone oggi in termini opposti (molto più complicati) rispetto agli anni Sessanta e Settanta. Allora, a spingere per la trasformazione c'era una vasta base sociale, nata nel fuoco di conflitti che procuravano reddito, welfare e conquiste democratiche. La formazione della dirigenza politico-sindacale e intellettuale del movimento di classe fu il risultato di questa dinamica e del circolo virtuoso tra conflitto sociale e conflitto politico. Ai giorni nostri questa base sociale manca. Lo sfondamento capitalistico è passato come un rullo compressore sulla soggettività operaia. Prima ha sterminato le avanguardie di classe, poi ha consolidato il potere dell'impresa liberalizzando i movimenti di capitale, delocalizzando le produzioni e generalizzando la precarietà. Ne segue che oggi la dirigenza politica deve, per così dire, nascere da sé. Ed è necessario che nasca, perché dopo trent'anni di cosiddetto neoliberismo c'è una conflittualità diffusa ma - a dispetto delle illusioni negriane - debole e dispersa («passiva» nel senso di Gramsci). Ha pienamente ragione il segretario generale della Fiom quando dice che la piazza del 16 ottobre ha bisogno di rappresentanza politica. Ne ha bisogno e la chiede con forza.
Da tutto questo è possibile trarre due conseguenze per quanto riguarda la questione politica cruciale dei rapporti a sinistra.
Le «due sinistre» esistono eccome. Il dialogo tra loro è più che mai necessario, ma implica chiarezza e conoscenza delle rispettive posizioni. Ignorare o sottovalutare differenze radicate nei vissuti e nelle culture politiche varrebbe soltanto a trasformare un dialogo difficile in un dialogo tra sordi che non servirebbe a nessuno. L'altra conseguenza riguarda quanto resta della sinistra di alternativa e investe la responsabilità dei gruppi dirigenti. Per stare allo scenario italiano, è necessario che le forze anticapitaliste siano consapevoli della propria autonomia strategica e, per ciò stesso, della necessità assoluta di riguadagnare massa critica per far pesare le proprie istanze nel confronto con la sinistra moderata. È questa la ragione per cui non ci sono alternative al percorso unitario: alla costruzione di una sinistra plurale che nulla tolga all'autonomia dei diversi soggetti. Altrimenti Berlusconi potrà anche cadere, ma la musica di certo non cambierà. E allora entrare nuovamente nell'orchestra sarebbe solo un'ultima e forse definitiva sconfitta.

di ALBERTO BURGIO su il manifesto 10/11/2010

Il 16 ottobre diventa un movimento

Non si chiama più Finanziaria, ora è legge di stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.
Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.
Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.
L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.
Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.
Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzantale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?
A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.

di LORIS CAMPETTI su il manifesto 11/10/2010