Le considerazioni finali di Draghi prevedono un crollo del Pil nel 2009 del 5%
L'Italia non è mai uscita dalla crisi economica del 1992/94 e oggi Mario Draghi, governatore della banca d'Italia, nella sua relazione annuale lo ha ricordato con preoccupazione: sono stati venti anni di salari e consumi bassi, economia stagnante, tasse troppo alte. «In Italia la crisi mondiale determinerà, secondo le previsioni più aggiornate, una caduta del Pil di circa il 5 per cento quest’anno, – ha detto nelle sue considerazioni finali - dopo la diminuzione di un punto nel 2008». E il futuro, nonostante lo sbandierato ottimismo del presidente del Consiglio, non è affatto roseo: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione - ha detto stamattina - provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d’opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull’economia reale. Il ritorno a una crescita duratura richiede che l’economia internazionale si riprenda stabilmente, che la debolezza del mercato del lavoro non si ripercuota ancora più duramente sui consumi interni, che si rafforzi la struttura del nostro sistema produttivo». Via alle riforme strutturali ponendo la massima attenzione al riequilibrio dei conti pubblici e al credito più attento alle imprese che in questi mesi hanno trovato troppo spesso lo sportello delle banche chiuso: «Secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego a una richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni novanta; era meno di un anno fa. Oltre il 10 per cento delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati». I lavoratori stanno pagando duramente la crisi e il governatore di palazzo Koach prevede un innalzamento della disoccupazione che potrebbe arrivare al 10%, ma i lavoratori vanno protetti: «Va colta oggi l’occasione per una riforma organica e rigorosa, che razionalizzi l’insieme degli ammortizzatori sociali esistenti e ne renda più universali i trattamenti. Non occorre rivoluzionare il sistema attuale. Lo si può ridisegnare intorno ai due tradizionali strumenti della Cassa integrazione e dell’indennità di disoccupazione ordinarie, opportunamente adeguati e calibrati. Essi andrebbero affiancati da una misura di sostegno al reddito per i casi non coperti». E le imprese più solide dovrebbero stare attente a garantire il mantenimento delle professionalità interne.Nel 2009 il disavanzo pubblico supererà il 4,5% e nel 2010 il 5% e la spesa pubblica supererà il 50% del Pil, il rischio secondo Draghi è che la politica economica si avvii sulla stessa strada degli ultimi 15 anni che ha portato a una bassa crescita e a una pressione fiscale elevata invece «dobbiamo, da subito, puntare a conseguire una più alta crescita nel medio periodo».Un altro tema da affrontare è quello dell'evasione fiscale che Bankitalia stima in più del 15% dell'attività economica. Questo riduce la competitività delle imprese, determina iniquità e disarticola il tessuto sociale mentre una lotta all'evasione consentirebbe anche di ridurre le tasse.Draghi ha parlato anche di riforme e ha agitato lo spauracchio dell'innalzamento dell'età pensionabile che secondo il governatore «innalzerà sia il reddito disponibile delle famiglie sia il potenziale produttivo dell’economia» e assicurerà pensioni di importo medio adeguato.









Anche un riformista, quando occorre, dev’essere duro, spiega il segretario del Pd imbufalito contro la Lega che respinge alla frontiera i «clandestini» e chiede autobus separati per gli extracomunitari. «Tornano le leggi razziali!» (che sarebbe ora di chiamare «razziste», visto che le razze non esistono). Franceschini ha ragione. Non si è mai abbastanza netti contro una vergogna che rischia di riportarci nell’Alabama degli anni Cinquanta e delle battaglie anti-apartheid di Lee Rose Parks. Apprezziamo la sua reazione, condividiamo la sua collera.Tutto bene, dunque. Anzi, tutto male.Beninteso, nel merito nulla da eccepire. Lo sdegno per l’«orrendo» razzismo leghista è anche nostro. Ma come può il segretario democratico inscenare questa commedia mentre i suoi, in giro per l’Italia, fanno tutt’altro? Franceschini si muove sulla scena politica nazionale, sotto i riflettori del circo mediatico. Confida che i fatti della periferia rimangano nell’ombra: la sinistra (si fa per dire) finge di ignorare quel che fa la destra (in senso proprio). Ma poi le notizie circolano. E non sono affatto esaltanti.Non alludiamo alle gesta dei sindaci e degli assessori-sceriffi targati Pd che perseguitano i «clandestini» con uno zelo degno di Tosi e Gentilini. E che – sia ben chiaro – hanno dato il loro bravo contributo alla deriva razzista che ci travolge. Oggi c’è, se possibile, di peggio. C’è che il Pd stringe alleanze organiche con la Lega di Borghezio e Maroni per le amministrative, presenta candidati sindaci con liste unitarie, disegna simboli elettorali nei quali l’elegante silouhette di Alberto da Giussano si accompagna, brando sguainato, all’irenica icona del ramoscello d’ulivo di prodiana memoria.È quanto accade a Recoaro, ridente località termale del vicentino, dove Lega e Pd si battono, fianco a fianco, per fare di Franco Perlotto il primo cittadino. Proprio così. Gli alfieri della Costituzione alleati dei rondisti pagani. Incredibile, ma vero. E alquanto imbarazzante.In verità, ai leghisti la cosa va benissimo. A Recoaro contavano poco o nulla. In questi dieci anni sono stati ai margini della vita politica, e questo accordo potrebbe rimetterli in gioco. Sono euforici, dopo lo «storico» respingimento in Libia degli ultimi invasori. Hanno celebrato, proprio a Vicenza, i gloriosi Stati generali del Nord. E ora scrivono senza remore che Perlotto è il candidato giusto per «portare il cambiamento che tutti stiamo aspettando». Sappiamo qual è. Se ne fidano – del Perlotto – perché lo sanno capace di «valorizzare la cultura etnica», di «rendere coeso lo spirito di appartenenza», di esaltare «la peculiarità della vita in contrada». Rilanciando il formaggio recoarese e gli «gnochi con la fioreta».No, l’imbarazzo corre tra le file democratiche, che vacillano e recalcitrano. Il coordinatore del circolo Pd di Recoaro ammette: l’unità di intenti con la Lega «può sembrare strana». Quindi chiarisce: per il «bene di Recoaro», questo e altro: bando a «divisioni, beghe, interessi di bottega!». Peccato che la questione stia proprio lì. In politica non ci si divide soltanto per biechi motivi personali, ma proprio per le diverse concezioni del bene comune. Perlotto minaccia di occuparsi anche degli scuolabus per le elementari di Rovegliana. Brivido. In che consisterà, al riguardo, il «bene di Recoaro»? Per riorganizzare il servizio Perlotto si consulterà con l’onorevole Salvini (quello degli «autobus per i negri»)? O chiederà all’onorevole Cota (quello delle «classi speciali per gli extracomunitari»)?Bene o non bene comune, Franceschini farebbe bene a spiegare come sia possibile tutto questo e che cosa ne pensino lui e il suo partito. Farebbe bene a dirlo anche l’onorevole Fiano, che attende impaziente la presa di posizione di Capezzone e Cicchitto sui deliri del Salvini: dica lui, piuttosto, come valuta le scelte dei suoi in quel di Recoaro.Dopodiché, c’è l’ultima perla. Insieme per il Perlotto non corrono solo democratici e leghisti, ma anche i socialisti di Nencini, quelli di Sinistra&libertà. Qui la nostra sorpresa diventa costernazione. Ma come, un pezzo della sinistra a braccetto coi razzisti? I socialisti di Bobo Craxi e De Michelis insieme ai seguaci del senatùr? Lo sa il compagno Vendola? E non ha nulla da dire?L’anno scorso battibeccavamo sull’identità. Bei tempi, oggi lontani. Oggi, ci sono le elezioni, mica storie. Per un consigliere in più non si guarda a queste fisime, figuriamoci per un sindaco. Così vanno le cose in questa Italia berlusconizzata sino alle midolla. Lo sappiamo, ma tutto questo ci sembra vagamente osceno. E ci conferma nel convincimento che l’identità conta, è una cosa terribilmente seria. Per chi ce l’ha e anche per chi, purtroppo, l’ha persa da tempo.





