Vi scrivo dal secolo scorso. Questo nostro partito è arrivato ad uno snodo storico e non può più esimersi dallo scegliere: una direzione, un percorso, una strategia che siano inequivocabili e fermi, che ci rendano identificabili e riconoscibili al di sopra di ogni ragionevole dubbio; che chiariscano a tutti chi siamo, cosa proponiamo, dove vogliamo andare.Non so come andranno le prossime elezioni, però quello che mi sembra evidente è che, ancora una volta, siamo stati costretti (o abbiamo deciso di costringerci) a mescolare seri propositi di cambiamento a frammenti di realismo politico considerati necessari. Non mancano, ovviamente, ragioni e attenuanti: siamo appena usciti da una dolorosa scissione che ha assunto il carattere di un logorante stillicidio opportunistico e dobbiamo affrontare una tornata elettorale il cui sbarramento mette in discussione la nostra stessa esistenza nel panorama politico. Tutto ciò è vero, ma altrettanto vero è che il partito ha ormai un bisogno improcrastinabile di affrontare una autoriforma sul piano etico e organizzativo e una ripresa vigorosa del processo di rifondazione. Se è grave che abbiamo perduto una larga fetta di elettorato perché non siamo più stati riconoscibili, più grave ancora è che siamo stati irriconoscibili anche per i movimenti, dei quali eravamo stati parte interna, e per i giovani con i quali è diventato sempre più difficile stabilire un dialogo. Sarebbe terribile se divenissimo irriconoscibili anche per tutti quei compagni e compagne che, come me, vengono dal secolo scorso.
Per queste ragioni la scelta di Chianciano di continuare a dirci comunisti non può che essere connotata da una seria volontà di seguire la via dell’innovazione con un duplice scopo: delineare sempre meglio cosa deve essere il comunismo del ventunesimo secolo e, nel contempo, come si deve organizzare oggi un partito comunista. In ambedue le direzioni non partiamo da zero: sull’organizzazione abbiamo le indicazioni scaturite dalla conferenza di Carrara che attendono in larghissima parte di essere attuate e sulle qualità dell’ideale comunista abbiamo gli importanti passi fino ad ora compiuti nella direzione dell’antistalinismo, del rifiuto di ogni forma di patriarcato, della non violenza, dell’internità ai movimenti e dell’ecologia. Si tratta di un percorso che vuole coniugare pariteticamente comunismo e libertà, un percorso che è lontano dall’essere terminato, che deve proseguire e, soprattutto, deve essere profondamente introiettato nelle coscienze dei nostri iscritti e fatto conoscere all’esterno del partito in opposizione ad ogni revisionismo.
La stessa scelta del partito sociale si sostanzia non soltanto con una serie di azioni e di campagne, per quanto utili e qualificanti, ma anche con una trasformazione dell’intero partito, anche, soprattutto, di quella sua numerosa componente a prevalente vocazione istituzionalistica.
Sono convinto che non ci siano alternative, o scorciatoie possibili, all’impegno etico e politico qui sommariamente delineato, soprattutto in vista del desiderio di fermare la diaspora dei comunisti per una nuova unità. Evitando di cadere nell’ingenuità di caricare una lista elettorale di significati e di prefigurazioni che non le competono, nell’affrontare quello che non potrà che essere un lungo e meditato percorso, dovremmo tener presenti alcuni punti irrinunciabili che provo ad enunciare.
- Il futuro soggetto unitario dovrà avere politiche del tutto autonome, non essere l’ala sinistra del PD, né seguirlo nelle sue manovre istituzionalistiche.
- Si tratta poi di organizzare e partecipare alle lotte sociali che la crisi attuale sta aprendo e che dureranno a lungo, per riconquistare quanto la crisi sta erodendo nel campo del welfare e dei diritti. In queste lotte il partito sociale dovrà ricucire e rielaborare il suo rapporto dialettico con i movimenti.
- Un processo di superamento della diaspora non può farsi sulla spinta identitaria o sull’orgoglio di partito, ma consolidando e ampliando quel processo di rifondazione che ha dato senso alla nascita del partito diciotto anni fa.
- Occorre avere, da un lato, la consapevolezza degli errori fatti e, dall’altro, l’indisponibilità a superare la formula che unisce la parola rifondazione alla parola comunista. La rifondazione non è un obiettivo statico che può essere raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo, un impegno di crescita nei valori etici e politici dei singoli e dell’organizzazione. L’obiettivo non è quello di costruire un recinto difensivo e stare insieme per sopravvivere meglio, ma quello di ricostruire una utopia, un sogno, un ideale che possa tornare ad essere punto di riferimento dei lavoratori e delle nuove generazioni.
- Infine c’è anche la necessità che ci si attrezzi per affrontare insieme una rilettura critica del secolo scorso e del comunismo (comunismi), una lettura, senza acredine, senza preconcetti, con rigore intellettuale, per comprendere quanto di emancipazione e quanto di oppressione si sia prodotto, quanta spinta verso il futuro e quanta negazione di futuro si sia operata, quante contraddizioni sono state aperte nello stato delle cose presenti e quante nel proprio seno. Una riflessione, uno studio, una analisi che sono indispensabili per intraprendere un percorso unitario e per continuare la nostra rifondazione.
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