Che fine hanno fatto i Giovani Comunisti? Cosa ne è, oggi, di quella che in questi anni è stata la croce e la delizia del partito? Capace delle migliori innovazioni (l’internità ai movimenti come scelta fondativa, la critica allo statuto monosessuato dell’organizzazione e del partito, la ricerca continua della coerenza tra pratiche e analisi teoriche) e apripista delle peggiori degenerazioni (la tendenza all’«oltrismo» e alla liquidazione di sé, la prassi oligarchica e auto-referenziale dei gruppi dirigenti, la totale distonia tra il dire e il fare). In estrema sintesi è accaduto questo: abbiamo subìto una scissione pesante e dolorosa, tanto più dolorosa in quanto architettata con inganno in lunghi mesi nei quali essa veniva solennemente negata; e abbiamo assistito con senso di impotenza allo sfilacciamento dell’organizzazione in numerosi territori, nonché alle baruffe, prevedibili ma frustranti, che sono seguite all’annichilimento degli organismi dirigenti centrali (l’esecutivo si è estinto a causa dell’uscita dal partito di tutti i suoi membri, il coordinamento nazionale a causa della scelta di alcuni compagni di non riconoscere più, ad esso, legittimità). In queste condizioni, il rischio è molto grave: se non interviene un’assunzione di responsabilità che sceglie di portare l’organizzazione fuori dalle secche di questa impasse, i Giovani Comunisti non esistono più, spariscono per consunzione. Si sciolgono, esattamente come per anni ha provato a fare, senza riuscirvi, una linea politica fallimentare che dalla montagna del mito zapatista e delle «moltitudini ribelli» ha partorito il topolino di una scissione di minoranza con annessa esperienza elettorale con gli eredi del Psi di Bettino Craxi. Ma, per evitare questo esito, serve, appunto, una scelta. Un’assunzione di responsabilità. Non è impossibile, basta chiarirsi sulla prospettiva e provare a sperimentare i buoni propositi su alcuni terreni concreti di iniziativa politica. La prospettiva. Da anni denunciamo l’esistenza nel nostro Paese di una macroscopica «questione giovanile», ad indicare la drammatica esposizione delle giovani generazioni agli effetti delle politiche di ristrutturazione neo-liberista. Oggi la crisi – abbiamo detto – ne amplifica terribilmente le proporzioni. Alla devastazione del tessuto sociale (il neo-liberismo e ora la sua crisi producono disoccupazione di massa, licenziamenti, emergenza abitativa, l’espulsione dal ciclo formativo di centinaia di migliaia di studenti-lavoratori) si somma la desertificazione delle reti sociali della sinistra: non esiste più, a maggior ragione con la nascita del Pd, alcuna organizzazione giovanile di massa; le strutture studentesche tradizionali sono – con pochissime eccezioni – ai minimi storici; i movimenti, quando esistono, sono deboli, sconnessi tra loro e attraversati da forti tendenze anti-politiche.Ad aggravare ancora di più il quadro, agisce a monte quella cronica separazione tra la politica e le dinamiche materiali della società e della vita quotidiana che è all’origine della crisi di credibilità dell’intero sistema politico e che, tra le giovani generazioni, assume una portata assai rilevante. Al punto che è consentito che spopolino, nei luoghi della nostra generazione, i valori della classe dominante senza che nessuno, organicamente, opponga una cultura e un pensiero critico potenzialmente egemonico. In questo deserto devono riattivarsi i Giovani Comunisti. Al fine di costruire le lotte, di connetterle dove già esistono, di contrastare dentro la crisi la fortissima spinta a destra che si determina nel cuore della nostra generazione. Azzardo: al fine di rimettere a tema – non disgiuntamente da questo lavoro di lotta – l’idea della trasformazione della società capitalistica e l’idea di un comunismo inteso come compimento di una democrazia radicale che si fa strumento della partecipazione diretta dei soggetti collettivi e dei singoli.È un compito immane, che non può assolvere in alcun modo un’organizzazione teleguidata dalle componenti del partito secondo logiche di lottizzazione. È un compito che può assolvere soltanto una struttura che ritrova l’orgoglio di sé e la dignità della propria autonomia, a partire dall’iniziativa politica e sociale di queste settimane.Individuo quattro priorità. La prima: una campagna di massa contro gli effetti della crisi, spiegando con chiarezza le sue cause (la sovrapproduzione, la compressione salariale) e la sua natura (crisi sistemica, strutturale) e provando in questo a connettere bisogni materiali e proposte politiche: il salario sociale per i disoccupati e i giovani in cerca del primo impiego, il salario minimo orario garantito, l’abrogazione della forma contrattuale del contratto a progetto, sostegni straordinari al reddito indiretto. La seconda priorità: far vivere questa connessione dentro una campagna elettorale nel corso della quale abbiamo l’occasione di mettere a valore – anche a livello giovanile – il percorso unitario che Rifondazione comunista ha avviato dando vita alla lista comunista e anticapitalista. Possiamo finalmente unire le forze e incontrare centinaia di migliaia di giovani, le loro aspirazioni e i loro progetti. E ancora: le mobilitazioni contro il G8. Dopo Siracusa viene Torino, con il contro-vertice sull’Università e la formazione, e poi il G8 conclusivo, che Berlusconi ha trasferito proprio all’Aquila. È un’occasione straordinaria per riannodare i fili di un rapporto, quello con i movimenti di lotta, interrotto dal connubio esiziale di autoreferenzialità e impalpabilità che ha contraddistinto la nostra iniziativa negli ultimi anni; e per mettere in pratica il nostro investimento sulla ricostruzione di un conflitto sociale generalizzato di cui il movimento studentesco e universitario diventi perno essenziale. Infine l’Abruzzo. Già all’indomani della tragedia decine di giovani comunisti hanno dato il proprio contributo sul campo (percependolo sempre come contributo collettivo e mai come esperienza volontaristica e privata) con una generosità e una dedizione commoventi, provando a praticare quella idea così antica e così attuale di «organizzazione a vocazione sociale». Ora - lo hanno detto in molti - siamo chiamati a non allentare il nostro impegno, per evitare che allo spegnersi dei riflettori le comunità terremotate vengano condannate al silenzio e consegnate alla disperazione. C’è qualcuno che crede che tutto questo possa essere fatto (anzi: anche soltanto enunciato) con una organizzazione divisa, lacerata, attraversata da presunzioni di autosufficienza? Il buon senso impone di incamminarci speditamente nella direzione opposta a quella che abbiamo percorso in questi anni e che pericolosamente stiamo rischiando di reiterare. L’unica via d’uscita è la collegialità, la direzione unitaria dell’organizzazione. Solo evitando la balcanizzazione dell’organizzazione è possibile assicurare ad essa un futuro. Per questo motivo avanziamo formalmente la proposta di una Conferenza nazionale da svolgersi con un documento unitario, a tesi, nel corso della quale fare emergere e valorizzare gli elementi che ci uniscono e non quelli che ci dividono. Una Conferenza finalmente unitaria, da tenersi dopo le elezioni europee e prima del prossimo autunno. Nell’avanzare questa proposta, mettiamo a disposizione dell’organizzazione e del suo dibattito «sedici tesi», raccolte in un blog (sedicitesi.wordpress.com) aperto ai contributi, ai commenti e alle critiche di chiunque si senta parte del progetto di rilanciare i Giovani Comunisti. Un progetto che o è di tutti o non è.SIMONE OGGIONNI, Direzione nazionale PRC
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