martedì 30 giugno 2009

L'HONDURAS CHE RESISTE

I media occidentali e il colpo di stato imperialista contro il presidente Manuel Zelaya


Dopo ore di tentativi finalmente Giornalismo partecipativo riesce a comunicare con P. T. cooperante di un paese europeo residente da anni in Honduras. Quella che vi offriamo è la prima testimonianza in italiano dall’Honduras: “Il primo segnale che stava succedendo qualcosa è stato che i militari hanno staccato la luce in tutta la città. Solo da poco ci siamo procurati un generatore, ma abbiamo pochissima benzina perché è razionata, non si vende, e quindi posso restare collegata pochissimo tempo”.Quando avete saputo del golpe? “in mattinata prestissimo è arrivata la notizia che hanno preso il presidente con la forza. La capitale ha iniziato a reagire, mentre dalle altri parti del paese si è animata la gente a continuare a votare per il referendum. Anzi le ultime notizie sono che anche nella capitale dove può sta votando in massa”.Quindi si sta votando che tu sappia? “Qui dove mi trovo sono arrivati i militari e hanno sequestrato le urne per impedire il voto. Nella capitale è successo in molti posti ma ho molte testimonianze che in tutto il resto del paese e anche in alcune zone della capitale la gente sta correndo a votare come forma di dire NO al golpe”.I media funzionano? “Hanno spento tutto. Appena hanno sequestrato il presidente Zelaya hanno chiuso il Canal 8, l’unico favorevole al governo e poi anche tutti gli altri. Adesso credo funzioni solo una radio della destra golpista HRN”.Che tipo di reazione c’è da parte dei movimenti? “ti dico solo che i popoli indigeni hanno iniziato una marcia a piedi verso la capitale. Inoltre molte persone sono andate al palazzo presidenziale. Ma non ho informazioni verificate”. Riuscite a comunicare? “la mancanza di corrente fa che i cellulari sono quasi tutti scarichi. Qui dove sono li possiamo ricaricare ma le centinaia di persone nascoste non hanno maniera di farlo”.Ci sono le notizie di violenza? “Gira voce di almeno un morto, ma non posso confermartela. Le uniche violenze sicure che ho io sono quelle contro i medici cubani. Alcuni sono stati aggrediti, gli altri li stiamo nascondendo. Inoltre qui da noi quando hanno sequestrato le urne del referendum hanno detenuto tre persone ma sono stati costretti a rilasciarli quasi subito. Inoltre ho notizie di liste nere di dirigenti popolari che vengono ricercati, soprattutto quelli che hanno lavorato al referendum. Non ho notizie di persone precise arrestate. Ma centinaia se non migliaia di persone si sono dovute nascondere”.Sei uscita? Com’è la città? Che idea ti sei fatta sui rapporti di forza? “Ho girato per il quartiere ma come straniera non mi sono avvicinata al punto dove si votava. I militari sono estremamente aggressivi, puntano le armi in faccia alla gente. La gente sta chiamando alla calma e cerca di parlare loro e si stanno facendo azioni pacifiche in tutto il paese. Il messaggio è calma, pace e non opporre altre forme di resistenza”.Che messaggio puoi lasciarmi in conclusione? “Faccio un appello internazionale a non lasciare solo l’Honduras e a fare informazione su quello che sta succedendo in Honduras. Non credete ai media ufficiali”.

Continuare nella costruzione del partito sociale, significa costruire un forte e radicato Partito Comunista

Sono due mesi che coordino i nostri volontari delle “brigate di solidarietà attiva” in Abruzzo nella gestione della tendopoli di San Biagio (Tempera). Non è facile scrivere di questa fantastica esperienza senza cadere nella retorica e non è una esagerazione dire di aver assistito a comportamenti di puro eroismo .
Un’esperienza, questa volta, veramente partita dal basso. Il 6 aprile, giorno del terremoto, quando spontaneamente un gruppo di 12 compagni, ha deciso di partire per l’Aquila, per portare aiuti umanitari. Siamo andati senza esperienza, con 4 furgoni e una cucina da campo e il secondo giorno abbiamo preparato un primo pasto per la popolazione di Tempera per più di 1400 persone. Dopo una settimana di lavoro sul campo, un capitano dell’esercito, ci chiede da quanti anni facevamo questo lavoro.Oltre 380 volontari sono passati e continuano ad arrivare al campo di San Biagio. Ho avuto modo di conoscerli uno per uno, compagni straordinari che provengono da tutte le realtà territoriali e politiche. Non solo compagni, ma anche volontari dal mondo cattolico, persone non politicizzate, militari ecc..Compagni che sono riusciti ad instaurare un rapporto bellissimo con la popolazione. La nostra politica dal primo giorno è stata quella di dimostrare che non stiamo facendo carità o assistenzialismo, ma in primo luogo tentiamo di ridare dignità alla gente.Per questo tutti gli aiuti che abbiamo raccolto in giro per l’Italia, li distribuiamo nei nostri spacci popolari gratuitamente e senza alcun tipo di filtro. Quando entrate in questi magazzini potete leggere una frase di Marx “Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni”.Personalmente, in 18 anni di attività e militanza, credo che l’esperienza delle Brigate di Solidarietà attiva, rappresenti l’essenza dell’essere comunisti e credo che anche il Partito tutto dovrebbe trarre da questo un nuovo modo di fare attività politica. Molti dei nostri volontari, per la prima volta, si sono sentiti utili, cosa che non avviene nei nostri circoli territoriali e nelle nostre tradizionali forme di fare politica. La maggioranza della gente nei nostri quartieri non ci vede come una presenza utile. Credo sia opportuno intrecciare queste due necessità. Il nuovo militante di Rifondazione Comunista deve essere utile alla società come la società deve percepire che la presenza nel proprio territorio dei comunisti è utile e necessaria per i propri bisogni e per la difesa dei propri diritti.Ogni territorio dovrebbe avere una squadra di compagni delle brigate di solidarietà attiva, squadre capaci di intervenire prontamente come abbiamo fatto all’Aquila, ma anche nel proprio quartiere, offrendo servizi e mano d’opera gratuita a chi ne ha più bisogno. Penso alle tante professionalità che ho avuto modo di scoprire tra i nostri volontari e penso a quanto potrebbero essere utili anche nei propri territori, nei propri quartieri. Continuare con il lavoro dei GAP nella vendita del pane a prezzi popolari. Inoltre, con i dati elettorali alla mano, possiamo affermare che dove il partito è ritornato nel sociale ne vediamo anche i risultati, a cominciare dall’Aquila dove operano le brigate di solidarietà attiva: a Tempera prendiamo il 5% a Camarda il 7%. Ai compagni che molto spesso vengono dalla storia del PCI e che ritengono che questo modo di fare sia assistenzialismo, rispondo che proprio il PCI fece lo stesso, Mi raccontava una compagna, che quando era giovane, i militanti del PCI a Roma, vicino San Pietro, dove stavano le baraccopoli, (zone frequentate da Pasolini) era comune aiutare le famiglie in difficoltà, a volte si organizzavano collette, molte volte invece si offriva mano d’opera, come quella volta che un compagno elettricista di cui non conosciamo il nome e ne abbiamo perso anche la memoria, nel riparare l’impianto elettrico in una baracca, rimase fulminato per colpa dell’umidità che trasudava dal pavimento. Credo che questi siano esempi della tradizione comunista da seguire.Anche Cuba, nel nome della solidarietà internazionalista, ogni anno invia medici ed insegnanti in tutto il mondo e non mi pare che stia facendo assistenzialismo.Ho avuto l’onore di conoscere un grande compagno, Lucio Libertini, che una volta mi ha detto “la solidarietà è il primo principio di un comunista” e per rilanciare il Partito io credo che si debba partire da questo, dalla solidarietà.Infine, voglio ringraziare tutte le realtà che insieme a noi stanno coordinando il campo di San Biagio.Per partecipare alla brigate di solidarietà attiva bisogna scrivere a yassir.goretz@rifondazione.it
o chiamare al 338 8154400. Se volete mandare un contributo economico potete spedirlo a: Conto Corrente Bancario RIFONDAZIONE PER L'ABRUZZO IBAN: IT32J0312703201CC0340001497Codice Swift: BAECIT2B (per chi è all'estero)

Viareggio, lavoratori, pendolari e cittadini sacrificati sull'altare dell'alta velocità

"Le Ferrovie dello Stato non sono più in grado di garantire la sicurezza dei loro convogli e immani tragedie come quella di questa notte a Viareggio lo dimostrano in tutta la loro drammaticità. Noi comunisti, mentre ci stringiamo ai familiari delle vittime, non possiamo fare a meno di esprimere da un lato tutta la nostra preoccupazione per il pessimo stato di salute del sistema su rotaia e dall’altro di condividere le amarissime considerazioni avanzate stamattina dall’assemblea nazionale dei ferrovieri. E’ sacrosanta la critica ai dirigenti nazionali delle Fs, che hanno dirottato grandi risorse sull’Alta Velocità a scapito dei convogli e delle linee dedicate ai pendolari e al trasporto delle merci. Non va dimenticato che, non più tardi di una settimana fa, l’incidente occorso ad un altro treno merci nei pressi di Firenze ha spaccato in due il Paese per ben tre giorni. Chiediamo dunque le dimissioni dei vertici dell’azienda, come premessa indispensabile per assumere un impegno immediato che preveda forti investimenti in sicurezza al fine di tutelare lavoratori e cittadini e riportare la qualità del servizio a livelli accettabili".

lunedì 29 giugno 2009

Ferrero: Cassa integrazione venga estesa a tutti i lavoratori

«Bene Berlusconi. Ha ragione, il premier, a proporre aiuti fino all'80% del salario per chi perde il posto di lavoro e la formazione per il reimpiego delle professionalità. Ora il governo faccia un passo avanti, quello decisivo.
La cassa integrazione venga estesa a tutti i lavoratori che perdono il posto di lavoro, anche quelli di imprese piccole e piccolissime, anche artigiani e anche extracomunitari». È quanto chiede il segretario del Prc Paolo Ferrero. «Inoltre - aggiunge - venga garantito il salario sociale a tutti i disoccupati. Per reperire le risorse non ci sarebbero problemi: basta introdurre la patrimoniale, la tassa di successione e far pagare davvero le tasse alle grandi ricchezze del Paese».

domenica 28 giugno 2009

GIOVANI COMUNISTI, LA RIPARTENZA!

Gli avvenimenti degli ultimi mesi ci consegnano un quadro estremamente preoccupante. I/le Giovani Comunisti/e, la nostra organizzazione politica, il luogo della nostra militanza e il soggetto delle nostre passioni, il laboratorio delle nostre innovazioni e lo strumento con cui abbiamo tentato in tutti questi anni di far vivere dentro i conflitti e le mobilitazioni di massa la nostra esperienza e la nostra identità di comunisti/e del XXI secolo, vivono una crisi politica ed organizzativa molto seria. Questo perché abbiamo subìto anni di lacerazioni interne, di endemico indebolimento della nostra presenza organizzata, di scollamento progressivo tra il centro e i territori, anni in cui nei Gc si riproduceva esattamente, in sedicesimi, il dibattito e le divisioni già presenti nel partito. Abbiamo subìto anni di involuzione teorica (il cui apogeo è rappresentato dalla provocazione di raffigurare sulla nuova tessera il crollo del Muro di Berlino) e di clamorosi errori nella linea politica (si pensi soltanto alla costante perdita di sovranità nei confronti di pezzi parziali del movimento). Tutto questo ha disilluso e allontanato migliaia di iscritti e militanti, come dimostra il tasso davvero impressionante di turn-over della organizzazione.Abbiamo poi subìto una scissione (congegnata con inganno in mesi in cui ufficialmente si negava ogni proposito scissionista) che ha coinvolto una parte importante del gruppo dirigente centrale e numerose/i compagne/i diffuse nei territori. E, da febbraio, mesi nei quali le logiche di corrente hanno vanificato più e più volte la possibilità di convocare il coordinamento nazionale e di rilanciare un minimo di iniziativa politica a livello centrale e nei territori. Addirittura non siamo stati in grado di costruire, come giovani, una campagna elettorale della lista!Per non parlare del contesto oggettivo nel quale si collocano queste nostre difficoltà: la crisi economica, il vento di destra che, in Italia come nel resto d’Europa, continua a soffiare, l’arretramento e le divisioni della sinistra d’alternativa (come dimostrano, da ultimo, gli esiti delle elezioni europee e amministrative). Crediamo tuttavia che si possa ripartire. Il progetto di rilanciare il partito rafforzando la lista unitaria e ricostruendo, in un patto d’unità d’azione, un campo largo della sinistra d’alternativa è un progetto che parla anche a noi. Anzi, pensiamo che i/le Giovani Comunisti/e possano essere uno strumento utile di rilancio del nostro progetto, per radicarlo ancora di più tra i movimenti di lotta, le donne, i giovani, gli intellettuali e le cittadine e i cittadini migranti. Dovranno essere mesi di ricostruzione e duro lavoro, dal quale nessuno si deve sentire escluso e che vorremmo ci vedesse tutti unitariamente impegnati. Proviamo a fissare alcuni punti politici:a)la scissione che abbiamo subìto non è un incidente di percorso, ma l’esito voluto di un progetto politico di involuzione moderata del gruppo dirigente ristretto dei/lle Giovani Comunisti/e, la cui linea politica (fondata sull’obiettivo di sciogliere l’organizzazione dentro contenitori altri) si è dimostrata alla prova dei fatti fallimentare. Di fronte a quei compagni che proclamano di rimanere nei Gc per completare l’opera di dissoluzione dell’organizzazione, affermiamo senza ambiguità che per noi la sussistenza e il rafforzamento dei/lle Giovani Comunisti/e è la precondizione essenziale per qualunque battaglia politica;b)proponiamo di rilanciare l’organizzazione, a partire dalla cura del tesseramento 2009, convocando in ogni territorio attivi delle iscritte e degli iscritti;c)rilancio dell’organizzazione significa per noi significa rilancio politico dei/lle Giovani Comunisti/e: abbiamo di fronte un’agenda politica fittissima, che dobbiamo essere in grado noi stessi di determinare. Consideriamo essenziali, in primo luogo, l’organizzazione delle proteste contro il G8 di L’Aquila; la costruzione di una campagna di massa contro l’accordo separato; la definizione di una piattaforma di lotta che tragga insegnamenti dall’esperienza dello scorso autunno studentesco e ci prepari alla riapertura delle scuole; l’organizzazione di un appuntamento politico determinante come il campeggio estivo. L’approccio con cui intendiamo dedicarci a questi appuntamenti è quello di chi ritiene cruciale (innanzitutto allo scopo della costruzione della propria identità politica e sociale) il rapporto con i movimenti di lotta e l’investimento sulla loro autonomia;d)ricostruiamo in tutti i territori rapporti con le altre organizzazioni giovanili della sinistra e con le associazioni studentesche e universitarie presenti;e)riprendiamo il percorso, purtroppo derubricato in tutti questi anni, della formazione politica dei nostri compagni. In una società così parcellizzata, avere le cognizioni teoriche e culturali per capire cosa accade è la condizione essenziale per poter organizzare battaglie e lotte. Ma non si tratta solo di dare vita a corsi di formazione teorica. Anche «imparare a fare politica», dall’organizzazione di assemblee nelle scuole alla costruzione di associazioni di lotta territoriale, a partire proprio dalla messa in rete delle esperienze “di punta” sviluppate dai/lle Gc in questi anni, diventa il nostro migliore investimento per il futuro.Siamo infine convinti che l’autonomia dell’organizzazione giovanile sia un bene prezioso, a maggior ragione quando riesce ad intrecciarsi con pratiche di democrazia interna e di trasparenza virtuose per tutte e tutti. Questo si traduce in una cosa sola: il rilancio dell’organizzazione deve avvenire attraverso il coinvolgimento di tutte e di tutti. Dei territori, i quali sono stati espulsi in questi ultimi anni dai meccanismi di partecipazione e di decisione. Di tutte le sensibilità e le posizioni, che vanno riconosciute non in quanto correnti cristallizzate ma in quanto spunti utili al rilancio della nostra organizzazione. Per questo invochiamo una gestione unitaria che si traduca immediatamente nella definizione di un organismo di transizione alla IVª Conferenza nazionale che rappresenti, proporzionalmente al consenso delle diverse posizioni in coordinamento nazionale, la pluralità delle voci presenti nell’organizzazione.

martedì 23 giugno 2009

"ELETTORI SAGGI, ORA IL MODELLO TEDESCO"

Uff. stampa naz.le PRC

Gli elettori italiani che si sono astenuti in stragrande maggioranza in modo consapevole di fronte ai quesiti elettorali referendari si sono dimostrati molto più saggi di tanti partiti politici, a partire dal Pd, che è arrivato a sponsorizzare un referendum e la nuova legge elettorale che ne sarebbe scaturita, legge che avrebbe garantito a Berlusconi e al suo schieramento la vittoria per altri cinquant'anni.Gli elettori italiani hanno cioè respinto un attacco alla democrazia del Paese impedendo che venisse adottata una legge elettorale ultra-maggioritaria peggiore di quella Acerbo del 1923 che permise a Mussolini di governare l'Italia per vent'anni. Ora si pronunci il Parlamento, unico organo titolato a discutere di legge elettorale, ma si consultino anche tutte le forze politiche non rappresentate in Parlamento affinché si possa discutere in modo libero e senza ricatti di nessun tipo di una modifica della legge elettorale attuale, il cosiddetto Porcellum, che ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni. Rifondazione comunista propone con forza e da tempo un sistema elettorale alla tedesca, e cioè un sistema proporzionale con sbarramento che riammetta le preferenze multiple, l'unico sistema elettorale oggi davvero funzionante e capace di garantire insieme rappresentanza e governabilità.

giovedì 18 giugno 2009

Un seggio a testa per i comunisti e Sinistra e libertà?

Sinistra e libertà e Rifondazione-Pdci sperano. Di ottenere un seggio ciascuno al Parlamento europeo dal quale - per ora - sono esclusi, perché rimasti sotto il 4% dei voti. Dice Riccardo Nencini, segretario socialista (Sinistra e libertà): “Aspettiamo l’assegnazione ufficiale da parte della Cassazione. Se non saremo ascoltati, è pronto un ricorso al Tar del Lazio”. Tutto si basa su un’analisi di docenti di Giurisprudenza di Firenze, Milano, Roma e Cagliari. La legge prevede che si ripartiscano i seggi tra le liste che hanno raggiunto il 4%. Se restano seggi da assegnare si individuano i maggiori resti e, secondo la legge, “si considerano resti anche le cifre elettorali nazionali delle liste che non hanno raggiunto il quoziente elettorale nazionale”. Interpretazione: vanno considerati anche i voti di chi non ha toccato il 4 per cento. Conseguenza: Lega ed Idv perderebbero un seggio a testa, a vantaggio di Sinistra e libertà e Prc-Pdci.

IL LAVORO DEL PRC PER L'UNITA' DELLA SINISTRA

Il mancato raggiungimento del 4% alle elezioni europee hapositivamente riaperto il dibattito sull’unità a sinistra, ma misembra che tale dibattito rischi di essere inconcludente, e anzitruccato, se non si procede a una preliminare operazione di puliziaconcettuale e, direi, perfino terminologica a cominciare dalle paroleche usiamo, come “sinistra” e “unità”. Ad esempio: la discussione sulvoto (e probabilmente anche il risultato elettorale) avrebbe assuntoforme diverse se i compagni Vendola e Bertinotti avessero detto conchiarezza prima del voto ciò che invece hanno detto solo dopo, ilprimo accettando senz’altro la proposta del Pd di Soro di aprire untavolo di discussione che escludesse però preliminarmente i comunisti,il secondo spingendosi addirittura a proporrre un nuovopartito-contenitore senza riferimenti ideali né di classe, insomma unnuovo Pd (o una corrente interna/esterna dello stesso Pd). Non percaso il compagno Migliore definisce “vecchia” e “superata” l’ideadelle “due sinistre”. Dunque – pare di capire – per questi compagni di“Sinistra e Libertà” c’è una sinistra sola, e il Pd di Binetti,Colaninno e Parisi ne fa parte; ma chi altri oltre al Pd? Anche suquesto ora (e solo ora) è chiarissimo Riccardo Nencini «interprete ditutti i leader delle forze politiche che hanno dato vita a Sinistra eLibertà» (il virgolettato è del manifesto, 14 giugno,pagina 8): Ferrero non riceverà l’invito a discutere dell’unità dellasinistra da “Sinistra e Libertà”, anzi afferma Nencini piùbrutalmente: «Ferrero è duro d’orecchie: il no a un’ammucchiataindistinta con la sinistra radicale e antagonista è totale». Saràinvece invitato d’onore a questa “sinistra” Marco Pannella,ultra-atlantico e ultra-liberista. Ancora una volta: buono a sapersi,anche se sarebbe stato più onesto dirlo agli elettori prima del votoeuropeo. Dunque è con costoro che si pone il tema dell’unità, ripresoassai polemicamente da Luigi Ferrajoli su Liberazione dell’11 giugno(«non ci sono giustificazioni”, “non è giustificabile”, “si sonopresentate insensatamente divise», e così via) e all’indomani del votocon particolare asprezza da Rossana Rossanda, entrambi facendoriferimento ad un loro appello di marzo per una “lista unica”. E’ ilcaso di ricordare agli immemori e ai distratti che quella proposta di“lista unica” (respinta peraltro unanimente da tutti i destinataridella proposta, non solo dal Prc) prefigurava una sorta di “Lista DiPietro” senza Di Pietro, essa cioè avrebbe dovuto essere priva disimboli, priva di qualsiasi programma elettorale che non fossel’opposizione a Berlusconi, priva perfino di riferimenti al futuroschieramento nel Parlamento europeo, e in essa i partiti non avrebberodovuto mettere bocca neanche sui candidati; tutto ciò sarebbe spettatoforse a qualche “comitato di saggi” auto-eletto in quanto espressionedella pura e incorrotta “società civile”; invece ai corrotti partiti eai loro impuri militanti sarebbe spettato attaccare i manifesti,distribuire i volantini e disciplinatamente votare (in verità io vedoproprio in quella proposta quel “sostanziale disprezzo” del cetopolitico per la base militante e l’elettorato che Luigi Ferrajolirimprovera invece su Liberazione ad altri). E il manifesto, semprespecialista nel fare l’autocritica degli altri, non sembra avereancora avviato alcuna autocritica seria in ordine ai danni enormi cheha arrecato a tutti il suo flirtare con il non-voto, la sua propostadi “saltare un giro” (che conviveva però con il suo sostegno, neanchetanto implicito, alla lista di Vendola).Così i comunisti rischiano di essere – come si dice a Roma – cornuti emazziati, da una parte essi hanno subìto una scissione irresponsabile,che guardava al Pd e che, sostenuta apertamente dai suoi media, siponeva l’obiettivo tattico intermedio il far mancare il quorum allalista comunista e anticapitalista, e dall’altra, al tempo stesso, essisono accusati anche del catastrofico risultato di quella separazione!Lo stimato compagno Ferrajoli neppure si pone il problema che forsenon era così facile per noi unirci (per salvare il quorum) con unaforza politica che nasceva proprio per separarsi da noi (e per farcimancare il quorum). Meno che mai questi critici esprimono un qualcheapprezzamento per il processo ricompositivo reale che abbiamo inveceavviato a sinistra con la lista comunista e anticapitalista,prefigurando un polo politico plurale e unitario ma decisamenteautonomo dal Pd, che presentava assieme Prc, Pdci, i socialisti diSalvi e i Consumatori, e comprendeva anche autorevoli compagni della“mozione Vendola” rimasti nel Prc, ma soprattutto tanti indipendenti(circa il 50% dei candidati). La sciocca accusa-ritornello di essere“identitari” e “vetero-comunisti” sostituisce qualsiasi analisi seriadi ciò che Rifondazione sta tentando di fare fra immense difficoltà,che risalgono alla fase storica ma anche ai gravi errori commessinegli anni del sostegno a Prodi.E allora ecco un altro concetto che va chiarito: avviare un processodi unità a sinistra (anzi, io credo, un processo da estendere ancheall’Italia dei Valori) e ricercare ostinatamente forme di unitàd’azione è una cosa, lo scioglimento è altra cosa, del tutto diversa.Allo scioglimento per confluire, prima o poi, nel Pd (che era la verasostanza della proposta di Vendola al Congresso) Rifondazione ha dettodi no, all’unità a sinistra sta invece concretamente lavorando. Sì, loammetto, siamo gente un po’ strana, gente che pensa che il Pd non siaaffatto il partito-guida della sinistra a cui guardare (magari incambio di qualche assessorato), gente che crede che il riferimentoalla lotta di classe e alla storia del movimento operaio sia ilfondamento stesso del nostro fare politica (questo significano per noila bandiera rossa e la falce e il martello), gente convinta chel’internazionalismo, la lotta per la pace, per l’ambiente e per lalaicità, la lotta attualissima contro il razzismo, l’omofobia e ilfascismo siano i contorni di una identità politica non solo utile mapiù che mai necessaria per contrastare il micidiale vuoto di senso incui il berlusconismo si afferma. Chi è interessato a fare esperienzedi unità con noi deve partire da queste nostre – chiamiamole così –“stranezze” e accettare di camminare insieme per un cammino lungo direciproca contaminazione; al contrario, bacchettarci perché nonaccettiamo di smettere di essere comunisti non ha nulla a che fare conl’unità, anzi è il suo contrario, e può portare solo a nuovi inganni ea nuove divisioni.

mercoledì 17 giugno 2009

Imperia, ancora due morti in un depuratore

Cadono nella cisterna, vittime delle esalazioni. Dal 2006 sono 29 i casi analoghi

Cronaca di una morte annunciata, quella di Gianfranco Iamma, 36 anni di Genova e di Francesco Mercurio, 40 anni di San Biagio della Cima (Imperia), i due operai morti ieri pomeriggio dopo essere caduti nella vasca delle acque reflue all'interno del depuratore di Riva Ligure e uccisi dalle esalazioni
Un terzo operaio, Marco Marongiu, che si trovava sul bordo della vasca, si è sentito male ma è vivo e insieme Mohammed Abidi, che era sul camion, hanno dato l’allarme, ma non è servito a salvare la vita ai colleghi. Tutti e tre lavoravano per la Ciem Srl, una ditta esterna che aveva l'affidamento delle acque reflue per conto della società pubblica Secom, che gestisce gli impianti di depurazione.Si profila ora l’apertura di un’inchiesta per omicidio colposo mentre è attesa per domani l’autopsia sulle salme dei due operai.Ovviamente già si dice che «probabilmente le vittime non indossavano le mascherine di protezione», e che «i carabinieri stanno verificando se le mascherine di sicurezza si trovavano a bordo del camion, e non sono state utilizzate dagli operai, oppure se non c'erano affatto» quasi a dire «sarà mica colpa loro». E sorge un dubbio: ma c'è davvero qualcuno che pensa ai lavoratori come ad una strana setta di aspiranti suicidi? O come a una banda di irresponsabili o temerari Rambo “de noantri”?Ma soprattutto, a nessuno viene il dubbio che 29 uomini morti dal 2006 ad oggi in condizioni analoghe -cioè a causa delle esalazioni nocive provocate dalla manutenzione di cisterne di vario genere- non possano essere considerati una “coincidenza”?18 agosto 2006, due operai muoiono cadendo in una cisterna, storditi dalle esalazioni in uno stabilimento oleario di Monopoli (Bari).8 settembre 2006, un agricoltore muore a Villachiara (Brescia) dopo essere precipitato all'interno di un silo, stordito dalle esalazioni prodotte dal foraggio.8 gennaio 2007, due operai muoiono a Pegognaga (Mantova) dopo una caduta nell'imbuto di un silo di una azienda agricola, durante operazioni di pulizia.16 marzo 2007, due lavoratori muoiono a Cogollo di Tregnago (Verona), uccisi dalle esalazioni provenienti dalla cisterna in cui si erano calati per eseguire lavori di manutenzione.2 aprile 2007, un operaio muore per asfissia in un cantiere edile di Noicattaro (Bari), dopo essere caduto in una cisterna colma di sabbia.13 agosto 2007, un operaio muore dopo essere caduto in una cisterna di lavorazione del vino in un'azienda vinicola di Dozza Imolese (Bologna).12 ottobre 2007, un operaio muore in una cartiera di Varazze (Savona), precipitando in una cisterna contenente acqua e solvente, durante operazioni di manutenzione.18 gennaio 2008, due operai addetti ai lavori di pulizia della stiva di una nave a Porto Marghera (Venezia) muoiono asfissiati dalle esalazioni di gas.20 gennaio 2008, un operaio muore a Castel Bolognese (Ravenna) precipitando in un silo di stoccaggio di prodotti per la lavorazione della ceramica mentre ne puliva l'imboccatura.3 marzo 2008, cinque persone muoiono a Molfetta (Bari) per le esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion.11 giugno 2008, sei morti a Mineo, in Sicilia: pulivano una vasca del depuratore, quattro erano dipendenti comunali, altri due di un azienda privata.26 maggio 2009, tre operai morti per asfissia nello spazio di pochi minuti, l'uno per salvare l'altro negli impianti della Saras di Sarroch, a 25 km da Cagliari.Rispetto all'accaduto la Cgil di Imperia e della Liguria pretende «il massimo di chiarezza nell'individuazione delle cause, della dinamica e delle responsabilità dell'incidente in modo che non abbia a ripetersi mai più. E' indispensabile che il Governo si convinca a rinunciare a modificare il Testo Unico sulla sicurezza, indebolendo le norme di tutela della salute dei lavoratori; finché non ci sarà rispetto rigoroso delle stesse continueremo a commentare, quasi impotenti, queste tragedie».Una strage continua quella dei lavoratori che muoiono sul lavoro e che vengano considerate “tragiche fatalità” quando non addirittura “normale amministrazione”, come quella che sta diventando la morte nelle cisterne killer. Cronaca di una morte annunciata, quella di Gianfranco e Francesco, così come purtroppo quella delle altre 27 vittime della logica del profitto che calpesta la sicurezza, e la vita di chi quel profitto lo crea con il sudore. Perché la sicurezza non è abbastanza redditizia e allora il governo ne smantella il Testo unico. Del resto il “progresso vuole le sue vittime”.

martedì 16 giugno 2009

domenica 14 giugno 2009

"Unità del PRC, unità della Lista, unità della sinistra"

Intervista a Claudio Grassi

Riflettere sulla sconfitta, allargare la maggioranza dentro Rifondazione e cercare il dialogo con altri “pezzi” della sinistra. Con questi tre obiettivi, secondo Claudio Grassi – membro dimissionario della segreteria e leader dell’area Essere Comunisti – il Prc si presenta davanti al suo ‘parlamentino’.Infine la questione delle alleanze politiche e il rapporto con il PD. E Grassi non ha dubbi: “Non mettono in discussione il capitalismo”.

Grassi, avete appena riunito il coordinamento della lista anti-capitalista. Il voto del 6-7 giugno non ha bocciato questo progetto?

Le nostre aspettative erano di andare oltre la soglia del 4% e questo obiettivo non è stato conseguito. Ma il risultato insoddisfacente va contestualizzato: c’è un passo avanti rispetto ai consensi ottenuti dalla vecchia Sinistra Arcobaleno. La nostra lista è stata costruita sulla base di una convergenza programmatica e non come alleanza elettorale. Pensiamo che l’unità di queste forze vada conservata.

Si mormora che i rapporti con Diliberto non siano eccellenti.

Non ho di queste notizie. Certo proveniamo da storie diverse, ci sono questioni da affrontare in progress, ma mi pare che la cosa vada avanti tranquillamente.

In queste ore si parla di “allargamento”. Chi sono i vostri interlocutori?

Insieme al rafforzamento della lista anticapitalista bisogna aprire agli altri soggetti: penso a Sinistra e Libertà, ma anche ad associazioni e movimenti che sono rimasti fuori dalla competizione elettorale e che davanti a una sinistra divisa hanno deciso di non votare.

Oggi e domani si riunisce il comitato politico nazionale del Prc. C’è aria di resa dei conti?

Non credo che sarà un’assemblea infuocata. Noi della segreteria abbiamo rimesso il mandato per operare una discussione e un’analisi del voto del 6 e 7 giugno. Pensavamo di raggiungere risultati migliori e ora serve una discussione, che però sarà libera. Il Cpn deciderà se accettare le dimissioni o respingerle, questo fa parte della democrazia. Ma francamente non vedo una situazione così grave come la descrivono i giornali.

I giornali dicono anche che Ferrero sarà costretto a fare l’equilibrista: da un lato sosterrà il coordinamento, dall’altro dovrà tenere a bada i malumori dei “bertinottiani”. Non si rischia il cortocircuito?

Anche questa è un’interpretazione forzata. Noi fin da Chianciano abbiamo proposto ai compagni della seconda mozione di partecipare alla gestione del partito e in quella occasione loro hanno ritenuto di non farlo. Da allora ad oggi sono successe tante cose e penso che se in questo Cpn dovesse emergere una convergenza politica a partire da quella maggioranza la cosa sarebbe assolutamente positiva. Il segretario sta lavorando a questo e io sono con lui.

C’è chi ipotizza un rimpasto nella segreteria, con l’ingresso di alcuni elementi della vecchia maggioranza. E’ uno scenario verosimile?

Non ci sarebbe nulla di scandaloso. Se si dovesse registrare una convergenza politica è chiaro che col tempo si potrebbe verificare una modifica degli organismi…

Stanno venendo al pettine alcuni nodi di Chianciano?

La maggioranza uscita dal congresso si presenta unita a questo appuntamento. La linea emersa lo scorso luglio va ulteriormente applicata, perché in questi mesi non abbiamo avuto molto tempo per metterla in pratica. Abbiamo affrontato una scissione e poi è partita subito la campagna elettorale. Riteniamo valido quel percorso, lavoreremo per allargare la maggioranza dentro Rifondazione, per stringere l’unità con la lista anticapitalista e anche per un’aggregazione più ampia della sinistra.

Cosa risponde a chi dice che Rifondazione è morta?

E’ un’analisi che non mi convince. Rifondazione è in campo malgrado le difficoltà determinate non solo dal risultato elettorale ma anche dalla scissione subita. Non ritengo possa nascere una nuova sinistra più forte di quella che c’è oggi, azzerando il Prc. E’ una vecchia linea che è stata positivo.

A proposito di Bertinotti. Come giudica la proposta di una Grande Sinistra, estesa ai radicali e a pezzi del PD?

E’ stato Bertinotti a dire sempre che le sinistre sono due: una moderata e una di alternativa. Leggo in questi giorni che ha cambiato posizione di 180 gradi. Penso che la sua analisi non sia giusta. Credo che in questo Paese ci sia ancora un centrosinistra, come il PD, che non mette in discussione il sistema capitalistico e non ragiona, come noi, su un’alternativa di società. Queste due ricerche, molto diverse, sono ancora in campo e non vedo perché dovrebbero essere dismesse.

Ci sono i margini per intavolare iniziative comuni?

Bisogna stare sui contenuti e non sui contenitori. Solo così si possono individuare battaglie comuni: ciò che io indico come priorità è l’unità sui temi del lavoro, con iniziative da mettere in campo già nei mesi di giugno e di luglio. Se la discussione verte invece su improbabili contenitori, il discorso fallisce in partenza.

L’anno prossimo ci saranno le elezioni regionali. La lista anti-capitalista si presenterà da sola?

Lavoreremo per fare delle alleanze sulla base di contenuti, come abbiamo fatto in questa tornata amministrativa. Escludiamo le due estreme: rottura sempre e comunque, e appoggio incondizionato ai candidati del centrosinistra, magari anche con l’Udc…

venerdì 12 giugno 2009

RIPARTIRE DAL CONFLITTO

La lezione di Enrico Berlinguer a 25 anni dalla scomparsa

Sono immagini che non si dimenticano, fotogrammi scolpiti nella nostramemoria. La camicia bianca, il nodo della cravatta che si allenta, ilciuffo fuori posto sulla fronte madida. E quella voce che scandisce leparole con maggior puntiglio via via che i colpi del male incalzano,sempre più devastanti. A un certo punto qualcosa accade, ma non èsubito evidente. Il comizio prosegue. Berlinguer resistecaparbiamente, lo sguardo concentrato nello sforzo di non cedere. E’una resistenza estrema, che pare a noi un simbolo di lotta non soloindividuale: la cifra di uno stile e di un costume, di un’esperienzacollettiva. Per ciò quelle immagini strazianti sono anche l’icona diun’epoca. Venticinque anni e sembrano anni-luce. Per certi versi sonoanni-luce. Ma perché?In genere si risponde sul terreno morale. Berlinguer incarna –incarnava già ai suoi tempi – un rigore incomparabile delcomportamento e del tratto. La sua riservatezza e sobrietà, la sua«austerità» – parola-chiave del suo lessico politico – si imponevano achiunque lo ascoltasse. Erano ragioni non secondarie dell’affetto chelo circondava e del rispetto che imponeva all’avversario. Anche perquesta assoluta rettitudine fu amato dai comunisti italiani quanto erastato amato e ammirato, prima di lui, solo Palmiro Togliatti. Questostraordinario affetto si sciolse nella commozione di quel milione didonne e uomini che gremirono piazza San Giovanni per dirgli addio inun mare di bandiere rosse. Ed è naturale che oggi il ricordo spinga atali considerazioni, oggi che in questo Paese la politica è nel fango,mestiere e affare di una pretesa classe dirigente che ostenta, fiera,i propri vizi e la propria immoralità.Ma la distanza stellare da quel giugno dell’84 non chiama in causasolo comparazioni di ordine morale. O meglio. In quella «diversità» dicostumi e principi etici vivevano anche ragioni politiche. E perragioni squisitamente politiche questo quarto di secolo pesa come unmacigno, narra di passaggio d’epoca che va compreso in tutta la suaportata.Non intendiamo affatto, qui, tessere apologie. La segreteria di EnricoBerlinguer è fatta di luci e ombre. Anche di molte ombre,particolarmente fitte – a nostro giudizio – negli anni del«compromesso storico». Quello che avrebbe dovuto essere il dialogo trail popolo comunista e le masse cattoliche – secondo una lettura dellacomposizione sociale del Paese che fu già di Togliatti – si ridusse difatto a una defatigante trattativa tra gli stati maggiori di Pci e Dc.E non ne venne fuori l’impulso alle riforme né il consolidamento dellademocrazia partecipata che Berlinguer si attendeva (di questo nelleintenzioni si trattava, non già di un progetto organicisticoincentrato sul protagonismo dei partiti). Fu, al contrario, una gabbiadentro cui il Pci si rinchiuse, consegnandosi all’egemonia moderatadel partito di Moro: sino allo scontro frontale con il movimento del’77, preludio alla svolta dell’Eur e alla deriva compatibilista dellaCgil; sino al governo delle astensioni e alla «solidarietà nazionale».Non solo. Quegli anni Settanta – mentre l’Italia cambia, le lottestudentesche e operaie crescono impetuosamente, mentre lapartecipazione diviene pratica diffusa, forma reale della democraziadi massa – vedono il Pci avvitarsi in una crisi profonda, figlia, inparte, della sua stessa forza. Elefantiasi organizzativa, primatodell’amministrare sul trasformare, istituzionalismo. Cambial’antropologia dei gruppi dirigenti, man mano che le generazioniforgiate dalla lotta clandestina e dalla Resistenza passano la mano aiquadri cresciuti nell’Italia già restituita alla democrazia.Berlinguer se ne avvede? Se ne preoccupa? Di certo non trovacontromisure adeguate. L’impressione è che, pur di tenere insieme ilpartito, assecondi, medi, transiga. Ma questa storia cambiaradicalmente nell’autunno del 1980.Lo sciopero dei 35 giorni alla Fiat è per Berlinguer un trauma eun’esperienza rivelatrice. Quella lotta operaia contro un padronebulimico e arrogante che pretende di scaricare sui lavoratori –licenziandone in tronco 24mila – i costi di una crisi industriale e dimercato causata dalla sua incapacità, quella lotta è agli occhi delsegretario comunista un segno limpido della necessità di ricollocareil Pci nel cuore del conflitto. A sua volta, la risposta di Agnelli eRomiti – la cosiddetta «marcia dei 40mila», organizzata per mettere inscena la «colpa operaia» e piegare la resistenza della Fiom – gliappare un campanello d’allarme sullo stato del Paese, sulla nuovacostituzione materiale che prende piede in sintonia con la«rivoluzione» neoliberista di Reagan e Thatcher.La svolta che in quelle settimane Berlinguer compie e imprime al Pci –anche contro vasti settori dell’organizzazione e del sindacato – è unacesura. Ne seguono anni in controtendenza rispetto al decennioprecedente. Il partito comunista dell’ultima fase della sua segreteriarecupera esperienze di lotta abbandonate da tempo. Ricostruisce legaminella pratica del conflitto di classe. Restituisce soggettività eprospettive al movimento dei lavoratori.La reazione di Berlinguer contro il decreto di san Valentino è alriguardo emblematica. L’abolizione della scala mobile gli appare lasanzione più esplicita dello strapotere padronale e della subalternitàdi gran parte del ceto politico. Di più. Come ripete a Padova in quelfatidico 7 giugno 1984, l’attacco al salario è, ai suoi occhi, parteintegrante del disegno eversivo della P2. Gli schieramenti sono netti,non c’è spazio per compromissioni. E difatti tutta questa stagionevede il segretario del Pci alla testa di un conflitto aspro, cheattraversa anche il partito e che prelude – nelle sue intenzioni – auna ripresa in grande stile delle lotte operaie degli anni Sessanta.Berlinguer muore, se si può dire così, nel momento più delicato. Haaperto una nuova fase nella storia del Pci ma non ha fatto in tempo aconsolidarne il nuovo corso, e non lascia eredi. Quei suoi ultimi annirimangono una parentesi incompiuta, e la seconda metà degli anniOttanta segna il nuovo riflusso di un Pci avviato, inesorabilmente,verso la regressione e la dissoluzione. Il resto è storia di poi, cioènostra. Una storia che ha segnato in profondità le nostre vite.Venticinque anni fa si chiude un’epoca e ne comincia un’altra, sullaquale non occorre, in questa sede, spendere molte parole. Comincia amorire un grande partito comunista. Comincia una storia di regressionetrasformistica di un vasto ceto politico e intellettuale. Comincia losfondamento della destra che di lì a poco – nei primi anni Novanta –troverà il proprio riferimento in un padrone allevato, guarda caso,alla corte di Craxi e di Gelli. Per noi, che siamo nati contro questaderiva, le ultime parole di Enrico Belinguer a Padova sono molto piùche un semplice ricordo. «Lavorate tutti, casa per casa, azienda perazienda, strada per strada, dialogando con i cittadini»: in questomomento della nostra battaglia di comunisti – difficile, non certodisperato – è un testamento politico, l’indicazione preziosa dellastrada da percorrere.

di Alberto Burgio

mercoledì 10 giugno 2009

Grassi: "Rafforziamo la lista comunista, c'è spazio per ripartire"

di Claudio Grassi
Segreteria nazionale
Coordinatore area "Essere comunisti"
“C’è spazio per ripartire. Lo dicono i risultati positivi della sinistra d’alternativa e comunista in alcuni paesi come la Germania, la Francia, la Grecia, il Portogallo, la Repubblica Ceca. Non c’è dunque una difficoltà di fase che attraversa la sinistra europea. In Italia il dato elettorale della lista comunista è dettato da fattori contingenti. In ogni caso non si tratta di un disastro. Lo scorso anno, tutti insieme con in testa Fausto Bertinotti, abbiamo preso il 3,1%. Oggi, dopo un travagliato congresso ed una scissione che ha avuto una recentissima coda, la lista comunista è al 3,38%. Un dato che ci consente di rimetterci in carreggiata, di continuare a lavorare e di ricostruire.Rispetto alle politiche del 2008, le forze alla sinistra del Pd, nonostante tutto, recuperano due punti percentuali. Ora occorre dare un segnale di unità del partito e consolidare il processo di unità della lista comunista e anticapitalista. Ed inoltre occorre una proposta per tutta la sinistra per fare iniziative unitarie, occorre andare fuori a far politica e ricostruire la nostra credibilità”.

lunedì 8 giugno 2009

MEGLIO DEL 2008

Non vi è dubbio che siamo di fronte ad una sconfitta. Per di più dolorosa e robusta nelle proporzioni. La lista comunista e anticapitalista supera di poco il milione di voti (con una percentuale del 3,37%), perdendo quasi i due terzi dei consensi registrati alle elezioni europee del 2004, quando il Prc raccolse 1milione e 970 mila voti (il 6,1%) e il Pdci 780mila voti (il 2,4%). Se confrontiamo il risultato con la clamorosa débâcle della Sinistra l’Arcobaleno alle elezioni politiche del 2008 (1milione 120 mila voti, 3,1%), rileviamo un recupero di due decimi percentuali ma un arretramento in termini assoluti di 90mila voti. Contestualmente, Sinistra e Libertà raggiunge un risultato inferiore al nostro e modesto (3,12% e 950mila voti), soprattutto se confrontato con premesse, e cioè il risultato dei Verdi (2,5%, 800mila voti) e dei Socialisti (2%, 660mila voti) alle scorse elezioni europee che, al netto dell’apporto del Movimento per la Sinistra (che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere il motore catalizzatore del progetto, drenando la parte maggioritaria dei consensi), che lasciavano presagire un risultato diverso.Anche sommando i due risultati (quello della Lista comunista e quello di Sinistra e Libertà) i conti non tornano. Non tornano perché – al netto della consistenza elettorale del Partito socialista, circa 350mila voti e un punto percentuale alle elezioni politiche del 2008 – le due forze più consistenti della sinistra alternativa recuperano soltanto il 35% dei voti perduti in corrispondenza del disastro delle elezioni politiche. I flussi elettorali in uscita allora registrarono uno spostamento di circa 1milione e 500 mila voti dalle forze della sinistra al Partito democratico, una astensione di sinistra soppesabile in circa 500mila voti e uno spostamento di circa 300mila voti verso l’allora sinistra comunista (Pcl e Sinistra Critica).È ovviamente troppo presto per un’analisi accurata, ma è verosimile ritenere – leggendo i primi dati – che se una parte del nostro elettorato deluso è tornato a votare a sinistra (sia perché meno attratto dalla sirena del voto utile, sia perché meno attratto da liste identitarie, che nel 2008 rappresentavano le uniche falci e martello sulla scheda, sia perché convinto a rientrare da un non voto di protesta) un’altra parte, ben più consistente (ripetiamo: il 65% circa), ha confermato la sua scelta. Si tratta cioè di quasi due terzi di elettorato tradizionalmente comunista e di sinistra che anche a questa tornata europea ha confermato il non voto alle due liste maggiori della sinistra: in minima parte confermando un voto minoritario alla lista di Ferrando (che conferma lo 0,5% delle politiche e tiene l’80% dei suoi 208mila voti), in parte verso il Pd (ma è verosimile ipotizzare, considerandone il calo complessivo, che si tratta di una percentuale molto bassa, intorno a pochi decimi percentuali) e, soprattutto, verso l’astensione e verso la lista di Di Pietro, l’unica forza politica anti-berlusconiana che cresce poderosamente (dal 4,3% e 1.600.000 voti del 2008 all’8% e 2.450.000 voti del 2009).I problemi non diminuiscono se analizziamo, nello specifico, il risultato della nostra lista.Si tratta di una sconfitta indubbiamente pesante che vede un buon risultato al Sud (4,05%, ma con una Sinistra e Libertà che sfiora il 5,5%), una dignitosa tenuta al Centro (4,46% contro il 3,59% di Sinistra e Libertà) e in Sardegna (4,8% contro il 2,9% di SeL), e un arretramento molto consistente nelle Isole complessivamente intese (2,8%) e, soprattutto, nel Nord-Ovest (3%) e nel Nord-Est (2,3%).Per un giudizio più ponderato dobbiamo aspettare i dati disaggregati delle grandi città (a confronto con i dati amministrativi) e delle zone industriali e operaie. L’intreccio tra i risultati elettorali e la mappa geografica dei luoghi (città, paesi, comuni e quartieri) in cui massimo è stato lo sforzo organizzativo e di radicamento politico e sociale sarà essenziale per indicare linee di tendenza utili per il prosieguo del nostro lavoro. Già ora però possiamo porre in evidenza alcune constatazioni che, all’interno della sconfitta, ci devono confortare. La prima: ci siamo mantenuti, da soli, sopra il risultato percentuale delle elezioni politiche dell’Arcobaleno.La seconda: ci siamo mantenuti, con il nostro progetto di riaggregazione delle forze comuniste e anticapitaliste, sopra la ben più sponsorizzata (dai media e dal Partito democratico) lista di Sinistra e Libertà.Qual è la prima sommaria conclusione a cui ci conducono questi dati e queste constatazioni, se accolte con l’onestà intellettuale che al tempo dell’analisi del voto dell’Arcobaleno rese incontrovertibili e non ideologiche le nostre critiche nei confronti di un progetto complessivamente moderato (come dimostrò l’astensione di protesta), privo di un profilo identitario riconoscibile (come dimostrò lo spostamento di consensi verso le liste comuniste) e incapace di essere utile e incidere nella scena politica (come dimostrò il travaso di voti verso il Partito democratico)? Che il progetto della ricostruzione di un partito comunista più forte delle nostre relative debolezze non riceve un battesimo incoraggiante, subisce obiettivamente una battuta d’arresto. Ma non si compromette strategicamente, perché non incorre in un risultato elettorale clamorosamente fallimentare (come sarebbe stato sotto la soglia dell’Arcobaleno e sotto Sinistra e Libertà).Bisogna proseguire sulla strada che avevamo intrapreso: coordinamento permanente delle forze comuniste e anticapitaliste (Prc, Pdci e Socialismo 2000) e, a fronte del risultato elettorale, coordinamento allargato anche a quanti in Sinistra e Libertà intendono lavorare per un progetto unitario, riconoscendo le responsabilità di una divisione all’interno della sinistra (e in primo luogo dentro il Prc) che ha fatto fallire l’obiettivo del 4%.Ma attenzione a due elementi. In primo luogo sarebbe un errore devastante ritenere che queste elezioni europee indichino come via d’uscita dalla crisi della sinistra la riunificazione coatta di comunisti e Sinistra e Libertà. L’esperienza dell’Arcobaleno lo dimostra incontrovertibilmente. Altra cosa, analizzando il voto, sarebbe stata se il Movimento per la Sinistra fosse rimasta in Rifondazione comunista e non si fosse fatta protagonista di una scissione che oggi si dimostra tragicamente dannosa e potenzialmente esiziale (come avevamo denunciato prima, durante e in seguito al congresso). In secondo luogo è impellente stabilire un profilo chiaro per questo coordinamento, non solo in relazione alle politiche europee (l’ambiguità di Sinistra e Libertà rispetto alla collocazione europea lo dimostra), ma soprattutto in relazione al Partito democratico e al rapporto con il centro-sinistra. È necessario che questo polo sia autonomo, e cioè che eviti i due errori speculari del settarismo e della subalternità. Ed è necessario che dal cuore di questo coordinamento emerga una Rifondazione comunista più forte di quella che è in campo oggi e più radicata.

sabato 6 giugno 2009

FERRERO: VOTARE COMUNISTA CONTRO LE POLITICHE DI PDL E PD

Appello al voto - di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se

Venti anni di liberismo e di strapotere padronale ci hanno portato una crisi economica e sociale pesantissima.Venti anni di moderatismo, trasformismo, concertazione hanno tolto punti di riferimento a sinistra e contribuito pesantemente alla perdita di credibilità della politica.La destra populista oggi sguazza allegramente nella melma proponendo razzismo, egoismo individuale, identificazione nel capo. La destra è il collettore della distruzione di speranze e di coesione sociale frutto delle politiche liberiste e dell’ignavia della sinistra.
Le sinistre moderate attaccano Berlusconi, lo contrastano sul piano istituzionale ma non propongono una alternativa economica e sociale, che cambi le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. In Europa PD e IdV governano con Berlusconi sulla base di politiche liberiste folli che stanno mettendo i lavoratori l’uno contro l’altro; Di Pietro vota e Franceschini si astiene sul federalismo fiscale; nessuno protesta per i miliardi stanziati per caccia bombardieri e per salvare le banche private. PD e IdV non propongono alcuna alternativa perché sono subalterne ai poteri forti del paese: Confindustria, banche, Vaticano. Per questo in Italia non c’è l’opposizione. In queste condizioni Berlusconi è destinato a vincere per i prossimi vent’anni, perché i due schieramenti non danno soluzioni ai problemi concreti delle persone ma Berlusconi fornisce capri espiatori emodelli sociali: la causa di tutto sono i clandestini e si può sempre partecipare ad un concorso per fare la velina.Per questo serve un voto alla lista anticapitalista e comunista: per rafforzare in Europa una sinistra antiliberista che sappia riaprire il terreno dell’alternativa; per dar vita in Italia una sinistra autonoma dal PD e dai poteri forti che metta al centro la lotta allo sfruttamento. Una sinistra motore dell’opposizione a Berlusconi e al Berlusconismo, cioè a Confindustria, alle banche e – quando serve – al Vaticano. Un polo politico autonomo che costruisca i percorsi, le parole, le lotte per una uscita collettiva dalla crisi capitalistica.

giovedì 4 giugno 2009

Il vero voto utile è quello alla Lista comunista e anticapitalista

di CLAUDIO GRASSI

Siamo ormai alla conclusione di questa importantissima campagna elettorale. Dopo la disfatta dell'Arcobaleno dell'aprile 2008 speriamo che con il 6 e 7 giugno si realizzi una inversione di tendenza, anche se tutto il percorso che abbiamo fatto in questo ultimo anno è stato in salita. Avevamo bisogno di ricostruire una connessione con la nostra gente, dopo la deludente esperienza del governo Prodi. Invece si è voluto fare un congresso di conta, tutto interno. Per l'ennesima volta una parte significativa del gruppo dirigente del partito, la cui posizione è stata democraticamente sconfitta in un congresso, anziché accettarne l'esito ha praticato una insensata scissione creando ulteriore delusione tra i compagni più semplici, quelli che da sempre tirano la carretta e che anche in questa campagna elettorale ci hanno detto: «Ma come è possibile? Siete in pochi, non contate quasi niente e ogni due anni vi dividete». Difficile dargli torto. A maggior ragione se si considera che chi ha abbandonato Rifondazione, in nome di un grande progetto unitario, si è ritrovato a dar vita ad una lista - Sinistra e Libertà - che è dichiaratamente un cartello elettorale e che all'indomani del voto si scioglierà. Ancora oggi non riesco a capire come sia possibile che compagni e compagne che sono stati per tanti anni prima nel Pci e poi in Rifondazione Comunista possano trovarsi meglio in una lista con i socialisti di Bobo Craxi che non con una lista comunista come la nostra. Così come non capisco come si possa auspicare che vada male per tutti, come ha fatto recentemente Fausto Bertinotti, poiché solo così, suo dire, solo ricominciando da capo, si potrebbe ricostruire una nuova forza di sinistra. Non è mai stato così. La stessa esperienza della Linke tedesca, così spesso evocata e la cui capacità di tenuta andrà verificata nel tempo, si è costruita solo grazie ai risultati positivi della Pds e non alla sua sconfitta. Nonostante questo quadro difficile siamo riusciti a reagire e a costruire una lista che, al contrario di Sinistra e Libertà, non è un cartello elettorale, ma un progetto comune che vuole andare oltre il 6 e 7 giugno. Infatti noi ci presentiamo agli elettori con un programma condiviso assai avanzato e impegnativo, dichiarando un'appartenenza comune nel Parlamento europeo. A conferma di questo c'è l'impegno da parte del Prc, Pdci, Socialismo 2000, di costituire fin dal giorno dopo le elezioni un coordinamento politico che garantisca la continuità di questo progetto.Nella difficoltà di questa campagna elettorale questo è stato l'argomento che più ha fatto presa tra i compagni e le compagne. Da un lato una svolta rispetto alla subalternità praticata nei confronti del centrosinistra negli ultimi anni, dall'altro un processo di ricomposizione delle forze pi vicine a sinistra, esigenza questa molto sentita nella nostra base. Da questo punto di vista, il riavvicinamento tra Prc e Pdci, con tutti gli enormi problemi che porta con sé, sia territoriali che di cultura politica, che dovremo affrontare, viene vissuto positivamente e ci ha dato una spinta alla campagna elettorale. Ma di tutto questo parleremo dopo il 7 giugno. Con queste mie considerazioni mi preme lanciare un ulteriore appello. Tutti i sondaggi ci dicono che siamo a cavallo del quattro per cento. La nostra lista è l'unica che, a sinistra del Pd, può concretamente superare lo sbarramento. L'appello di Franceschini, sulla falsa riga di quello che fece Veltroni alle politiche, per il voto utile al Pd contro Berlusconi è totalmente insensato.Se non arrivassimo al quattro per cento i nostri tre o quattro seggi non andrebbero affatto al Pd o alla sinistra, ma sarebbero ripartiti tra le forze più grandi, quindi andrebbero prevalentemente alla destra. Viceversa se superiamo il quattro per cento tutti i nostri voti farebbero scattare seggi di sinistra. Il vero voto utile quindi è per la nostra lista comunista e anticapitalista. Ma c'è un altro argomento su cui insistere in questo scorcio di campagna elettorale. In questi 20 anni la sinistra oltre ad essersi vergognata di quello che è stata, buttando via il bambino con l'acqua sporca, ha continuamente cercato di andare al centro «moderando le proprie posizioni politiche. Su questa strada è stato sciolto il Pci, è stato fatto il Pds, poi i Ds, poi il Pd. Il tutto per essere affidabili, prendere il governo del Paese e da lì cambiare le cose. Risultato: il partito nato dalle ceneri del Pci - il Pd - è guidato da un ex Dc ed è più piccolo del Pci dell'ultima fase. In compenso le destre non sono mai state così forti, i lavoratori e la Cgil così isolati e in un angolo. Un vero capolavoro. Forse è il caso di scegliere un'altra strada. Di ricostruire una sinistra e un partito comunista che non abbiano paura di essere tali. Che dicano forte e chiaro che anziché spendere i soldi per acquistare 131 aerei da guerra F35 (14 miliardi di euro) si poteva cercare di garantire un futuro a tutti i precari; che anziché dare il via libera per costruire il Ponte sullo Stretto di Messina (7 miliardi di euro) si potrebbe ammodernare tutto il sistema ferroviario del meridione, una sinistra e un partito comunista che ricomincino a dire chiaramente che senza il superamento del capitalismo non c'è soluzione che tenga, che questa crisi non è causata da un qualche mattacchione che ha esagerato in borsa, ma da un capitalismo stesso che produce sempre più beni, che per i lavoratori non possono acquistare perché hanno i salari troppo bassi e che, come in passato, potrebbero essere distrutti con una guerra. Un importante strumento che abbiamo è anche l'appello al voto per la nostra lista, primo firmatario Pietro Ingrao e sottoscritto tra gli altri da Paolo Rossi, Mario Monicelli, Massimo Ranieri, Edoardo Sanguineti, Gianni Ferrara, Vauro, Massimo Carlotto, Piergiovanni Alleva, Ivan Della Mea e moltissimi altri. Facciamolo conoscere. Usiamo questi ultimi giorni per parlare con tutti, per portare i nostri argomenti. Su la testa. Ce la faremo.

mercoledì 3 giugno 2009