La lezione di Enrico Berlinguer a 25 anni dalla scomparsaSono immagini che non si dimenticano, fotogrammi scolpiti nella nostramemoria. La camicia bianca, il nodo della cravatta che si allenta, ilciuffo fuori posto sulla fronte madida. E quella voce che scandisce leparole con maggior puntiglio via via che i colpi del male incalzano,sempre più devastanti. A un certo punto qualcosa accade, ma non èsubito evidente. Il comizio prosegue. Berlinguer resistecaparbiamente, lo sguardo concentrato nello sforzo di non cedere. E’una resistenza estrema, che pare a noi un simbolo di lotta non soloindividuale: la cifra di uno stile e di un costume, di un’esperienzacollettiva. Per ciò quelle immagini strazianti sono anche l’icona diun’epoca. Venticinque anni e sembrano anni-luce. Per certi versi sonoanni-luce. Ma perché?In genere si risponde sul terreno morale. Berlinguer incarna –incarnava già ai suoi tempi – un rigore incomparabile delcomportamento e del tratto. La sua riservatezza e sobrietà, la sua«austerità» – parola-chiave del suo lessico politico – si imponevano achiunque lo ascoltasse. Erano ragioni non secondarie dell’affetto chelo circondava e del rispetto che imponeva all’avversario. Anche perquesta assoluta rettitudine fu amato dai comunisti italiani quanto erastato amato e ammirato, prima di lui, solo Palmiro Togliatti. Questostraordinario affetto si sciolse nella commozione di quel milione didonne e uomini che gremirono piazza San Giovanni per dirgli addio inun mare di bandiere rosse. Ed è naturale che oggi il ricordo spinga atali considerazioni, oggi che in questo Paese la politica è nel fango,mestiere e affare di una pretesa classe dirigente che ostenta, fiera,i propri vizi e la propria immoralità.Ma la distanza stellare da quel giugno dell’84 non chiama in causasolo comparazioni di ordine morale. O meglio. In quella «diversità» dicostumi e principi etici vivevano anche ragioni politiche. E perragioni squisitamente politiche questo quarto di secolo pesa come unmacigno, narra di passaggio d’epoca che va compreso in tutta la suaportata.Non intendiamo affatto, qui, tessere apologie. La segreteria di EnricoBerlinguer è fatta di luci e ombre. Anche di molte ombre,particolarmente fitte – a nostro giudizio – negli anni del«compromesso storico». Quello che avrebbe dovuto essere il dialogo trail popolo comunista e le masse cattoliche – secondo una lettura dellacomposizione sociale del Paese che fu già di Togliatti – si ridusse difatto a una defatigante trattativa tra gli stati maggiori di Pci e Dc.E non ne venne fuori l’impulso alle riforme né il consolidamento dellademocrazia partecipata che Berlinguer si attendeva (di questo nelleintenzioni si trattava, non già di un progetto organicisticoincentrato sul protagonismo dei partiti). Fu, al contrario, una gabbiadentro cui il Pci si rinchiuse, consegnandosi all’egemonia moderatadel partito di Moro: sino allo scontro frontale con il movimento del’77, preludio alla svolta dell’Eur e alla deriva compatibilista dellaCgil; sino al governo delle astensioni e alla «solidarietà nazionale».Non solo. Quegli anni Settanta – mentre l’Italia cambia, le lottestudentesche e operaie crescono impetuosamente, mentre lapartecipazione diviene pratica diffusa, forma reale della democraziadi massa – vedono il Pci avvitarsi in una crisi profonda, figlia, inparte, della sua stessa forza. Elefantiasi organizzativa, primatodell’amministrare sul trasformare, istituzionalismo. Cambial’antropologia dei gruppi dirigenti, man mano che le generazioniforgiate dalla lotta clandestina e dalla Resistenza passano la mano aiquadri cresciuti nell’Italia già restituita alla democrazia.Berlinguer se ne avvede? Se ne preoccupa? Di certo non trovacontromisure adeguate. L’impressione è che, pur di tenere insieme ilpartito, assecondi, medi, transiga. Ma questa storia cambiaradicalmente nell’autunno del 1980.Lo sciopero dei 35 giorni alla Fiat è per Berlinguer un trauma eun’esperienza rivelatrice. Quella lotta operaia contro un padronebulimico e arrogante che pretende di scaricare sui lavoratori –licenziandone in tronco 24mila – i costi di una crisi industriale e dimercato causata dalla sua incapacità, quella lotta è agli occhi delsegretario comunista un segno limpido della necessità di ricollocareil Pci nel cuore del conflitto. A sua volta, la risposta di Agnelli eRomiti – la cosiddetta «marcia dei 40mila», organizzata per mettere inscena la «colpa operaia» e piegare la resistenza della Fiom – gliappare un campanello d’allarme sullo stato del Paese, sulla nuovacostituzione materiale che prende piede in sintonia con la«rivoluzione» neoliberista di Reagan e Thatcher.La svolta che in quelle settimane Berlinguer compie e imprime al Pci –anche contro vasti settori dell’organizzazione e del sindacato – è unacesura. Ne seguono anni in controtendenza rispetto al decennioprecedente. Il partito comunista dell’ultima fase della sua segreteriarecupera esperienze di lotta abbandonate da tempo. Ricostruisce legaminella pratica del conflitto di classe. Restituisce soggettività eprospettive al movimento dei lavoratori.La reazione di Berlinguer contro il decreto di san Valentino è alriguardo emblematica. L’abolizione della scala mobile gli appare lasanzione più esplicita dello strapotere padronale e della subalternitàdi gran parte del ceto politico. Di più. Come ripete a Padova in quelfatidico 7 giugno 1984, l’attacco al salario è, ai suoi occhi, parteintegrante del disegno eversivo della P2. Gli schieramenti sono netti,non c’è spazio per compromissioni. E difatti tutta questa stagionevede il segretario del Pci alla testa di un conflitto aspro, cheattraversa anche il partito e che prelude – nelle sue intenzioni – auna ripresa in grande stile delle lotte operaie degli anni Sessanta.Berlinguer muore, se si può dire così, nel momento più delicato. Haaperto una nuova fase nella storia del Pci ma non ha fatto in tempo aconsolidarne il nuovo corso, e non lascia eredi. Quei suoi ultimi annirimangono una parentesi incompiuta, e la seconda metà degli anniOttanta segna il nuovo riflusso di un Pci avviato, inesorabilmente,verso la regressione e la dissoluzione. Il resto è storia di poi, cioènostra. Una storia che ha segnato in profondità le nostre vite.Venticinque anni fa si chiude un’epoca e ne comincia un’altra, sullaquale non occorre, in questa sede, spendere molte parole. Comincia amorire un grande partito comunista. Comincia una storia di regressionetrasformistica di un vasto ceto politico e intellettuale. Comincia losfondamento della destra che di lì a poco – nei primi anni Novanta –troverà il proprio riferimento in un padrone allevato, guarda caso,alla corte di Craxi e di Gelli. Per noi, che siamo nati contro questaderiva, le ultime parole di Enrico Belinguer a Padova sono molto piùche un semplice ricordo. «Lavorate tutti, casa per casa, azienda perazienda, strada per strada, dialogando con i cittadini»: in questomomento della nostra battaglia di comunisti – difficile, non certodisperato – è un testamento politico, l’indicazione preziosa dellastrada da percorrere.
di Alberto Burgio
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