martedì 27 gennaio 2009

Fiat, «senza aiuti di Stato 60mila a rischio»

Cremaschi, «gli incentivi alla rottamazione sono un brodino». Sì agli aiuti a patto che «non chiuda neanche uno stabilimento italiano e che non si licenzi»

O il governo interviene o 60mila lavoratori del settore in Italia resteranno a casa. Questo è l'ultimatum lanciato dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, alla vigilia del tavolo sulla crisi del settore automobilistico a palazzo Chigi tra governo, aziende e sindacati
Che il settore dell'auto ormai sia vittima di un uragano a livello mondiale è una dato di fatto, e difatti molti governi stranieri a partire dagli stessi Stati Uniti hanno varato piani costituiti da ingenti aiuti per evitare il collasso totale. Una crisi, quella del settore automobilitico, da cui l'Italia non è immune come dimostra il vertiginoso aumento della cassa integrazione e il massiccio utilizzo di ammortizzatori sociali alla Fiat. Secondo i dati Fiom il ricorso alla cassa integrazione nel settore metalmeccanico ha fatto registrare in dicembre 2008 un aumento del 1000% rispetto allo stesso mese del 2007. Ma l'allarme è ancora più grave. A lanciarlo inizialmente è stato il segretario della Fim-Cisl Vitali che ha quantificato in 60mila i posti di lavoro a rischio nell'intera filiera automotiva senza un intervento del governo.Una previsione ripresa da Marchionne, «60.000 lavoratori del comparto auto, in Italia, resteranno a casa, se non ci sarà un intervento del governo, è reale» ha detto all'Unione Industriale dove si tiene la riunione del consiglio direttivo sulla crisi economica. «Dal governo - ha continuato l'ad della Fiat -ci aspettiamo un intervento per tutto il settore dell'auto, che sta vendendo il 60% in meno dell'anno scorso. Non si tratta di aiutare la Fiat, ma di fare ripartire un intero comparto produttivo e tutta l'economia». Il calo della domanda nel settore è già arrivato a meno 20%. Ed a rendere la situazione più nera anche la nuove stime dell'Fmi che indicano per l'Italia una crescita negativa sia per il 2009, -2,1%, che per il 2010, -0,1%.Intanto il governo è a lavoro sia sul piano politico, la Lega infatti con Calderoli si dice contraria a nuovi aiuti alla Fiat, che sul piano finanziario. Si parla di circa 260 milioni stanziati per un provvedimento che favorirebbe le vetture meno inquinanti. Critico e preoccupato Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom che sciopererà il prossimo 13 febbraio insieme a Fp, «gli incentivi alla rottamazione in questo momento sono un brodino che in una crisi che dura un anno servirà a far vendere un po' più d'auto ma non risolverà il problema strategico del sistema industriale italiano. La nostra posizione - spiega Cremaschi - è molto chiara e molto simile a quella di molti governi stranieri. Noi non siamo contrari agli aiuti pubblici, soprattutto in un momento di crisi, compresi quelli per il settore dell'auto. Però poniamo due condizioni: che non chiuda neanche uno stabilimento italiano, cosa che la Fiat non ha ancora garantito, e che non si licenzi recuperando anche quelle migliaia di lavoratori precari che la Fiat ha già licenziato e che sono in mezzo alla strada».Nel frattempo continua lo stillicidio della cassa integrazione: le presse dello stabilimento di Mirafiori chiuderanno tre settimane, dal 23 febbraio al 15 marzo e resteranno a casa tutti i 600 lavoratori (519 operai e 83 impiegati). Certo, su fronte Chrysler le cose sembrano andare meglio; sembra che le due società introdurranno sul mercato americano sette nuovi veicoli, di cui quattro con il marchio Chrysler e tre con quello Fiat o Alfa Romeo. Veicoli prodotti negli impianti Chrysler in Nord America e venduti tramite i concessionari Chrysler, Dodge e Jeep.

venerdì 23 gennaio 2009

Che Spettacolo!

Durante l’anno passato più volte i Comunisti italiani si erano prodigati per ridare credibilità al dibattito politico, ma più il tempo è passato e più ci si è resi conto che i nostri appelli sono finiti contro sordi muri.
PUR DI CREARE POLEMICA IL SINDACO NON DISDEGNA CONTRADDITORIE ACCUSE PER NASCONDERE L’IMMOBILISMO AMMINISTRATIVO.
Risulta, in verità, che la persona meglio informata dei fatti denunciati nella vicenda dell’eolico sia proprio il Sindaco, poichè all’epoca dei fatti egli ricopriva il ruolo di Revisore dei Conti.
Siamo francamente stanchi di continuare a discutere di argomenti pretestuosi al solo fine di demonizzare l’avversario e di sostituire la politica col gossip. Ora che il Sindaco dispone di una maggioranza chiara (sebbene priva di legittimazione elettorale e di un minimo di ritegno) deve rivolgere ogni sua energia per VENIRE incontro ALLE ESIGENZE DEI CITTADINI E NON A QUELLE DEI SUOI AMMINISTRATORI.
Sono tanti i progetti in cantiere, ma il Sindaco non riesce a realizzare nemmeno quelli, come il Cinema per i giovani, opera per cui la Regione Puglia ha contribuito in maniera sostanziosa.
In seguito alle proteste ed alla chiusura della discarica di Ugento e di altre località ci si interroga su che fine faranno i nostri rifiuti e se anche qui non si verificheranno episodi simili a quelli visti a Napoli.
SI INTERROGHI SU QUESTE COSE SINDACO. SE LEI E’ IN GRADO DI CONTRIBUIRE ALLA RISOLUZIONE, ALMENO PARZIALE, DI QUESTI DISAGI BENE. ALTRIMENTI LE DIMISSIONI SONO UNA SCELTA OBBLIGATORIA (OLTRE CHE MORALE)
Cari concittadini, ricordiamoci tutti di questa incommensurabile capacità amministrativa (ZERO) e di quanta capacità oppositiva sono capaci i consiglieri di centrodestra (ZERO), quando verranno a proporsi come rappresentanti alla provincia.

Lasciamo i cacciatori di volpi nei boschi
e Sarkozy in Francia,
occupiamoci dei
problemi di Minervino!


Partito dei Comunisti italiani
Minervino Murge, via S. Arcangelo 49.
http://comunistiminervino.blogspot.com

mercoledì 21 gennaio 2009

Il nostro 21 gennaio

Ricordare il 21 gennaio, a quasi un anno dalla drammatica sconfitta che ha espulso ogni presenza dei due partiti comunisti dal Parlamento italiano: non è solo più difficile, è una responsabilità. Dobbiamo sentirla tutta intera, nei nostri incontri, nelle assemblee, nelle tante iniziative che, in giro per l’Italia, vedono spesso oggi il nostro partito accanto ai compagni del Prc. E noi parliamo della necessità di unire le forze, di unire i comunisti. I compagni, i militanti, mentre i nostri elettori ci chiedono “cosa aspettate ancora”?
Qualcuno, all’indomani della sconfitta elettorale, definì statica e regressiva la proposta di riaprire un processo di unità dei comunisti, di ricostruzione di quella casa comune che è sentita da militanti e elettori del PdCI e del PRC come assolutamente necessaria. Ma allora perché non dire con chiarezza che, tranne una ristrettissima cerchia di gruppi dirigenti, sono ben pochi davvero quelli che non vedono l’attuale insensatezza della presenza di due partiti comunisti. Oggi, quando tutto il quadro è cambiato, dentro e fuori di noi, nella società italiana e nel mondo; ora che la crisi del modello liberista ha messo in ginocchio le impalcature politiche e culturali su cui si sono fondate le campagne ideologiche e demonizzatici della nostra storia e di quella dell’intero movimento comunista nel mondo; in questo tempo nel quale la guerra è tornata ad essere lo sfondo tragico della vita di intere popolazioni di paesi che lo sviluppo capitalistico vuole spudoratamente asserviti e piegati alle logiche neoimperialistiche; qui, in Italia, dove l’avventura del PD si sta rivelando per quello che è stata fin dall’inizio: una gigantesca operazione di potere tra apparati fondata sulla teoria scellerata dell’alternanza di coalizioni oligarchiche, ben ancorate entrambe al quadro di compatibilità economiche e sociali dettate dal capitale e dal mercato finanziario. Un modello politico all’americana, fondato sulla fine della rappresentaza politica delle classi sociali e dai partiti veri, e sul confronto –scontro democratico indicato dalla nostra Costituzione. Nessuno può quindi stupirsi se attualmente le differenze “di sostanza” tra le politiche del governo della destra e le flebili parole del PD non si vedano, né si sa se ci sarà contrasto o invece condivisione dei progetti presidenzialistici, visto che quelli federalisti che spaccheranno l’unitarietà dei diritti e ciò che resta dello stato sociale sono già condivisi. Mentre Colaninno senior guida la cordata cui è stata regalato il patrimonio di Alitalia e Colaninno junior fa il ministro ombra della c.d. opposizione!
Forse qualcuno si ricorderà che veniamo da una storia di resistenza ai tentativi reiterati di distruggere la storia e gli ideali del Partito Comunista Italiano, che fondammo il partito della Rifondazione comunista contro la scelta del gruppo guidato da Occhetto di liquidare, con il Pci, l’organizzazione sociale e politica della classe operaia e dei lavoratori. Per anni abbiamo denunciato la deriva revisionista che non solo da destra ma dall’interno stesso del Pds poi Ds, in un crescendo grottesco di abiure e di pentitismo sul passato, giunse ad un suo punto decisivo con la famosa lettera con cui Veltroni rispose, sulla Stampa del 16 ottobre 1999, alle intimazioni di Gianni Riotta, condannando, su richiesta, la rivoluzione d'Ottobre per sancire in via definitiva l'incompatibilità tra comunismo e libertà. L’allora segretario Ds, oggi segretario Pd, giungeva così ad un punto di non ritorno, anche perchè non gli rimase molto più da abiurare, almeno per la storia di questo secolo: restano ancora la Comune di Parigi e la rivolta di Spartaco.
Nell’arco dei mesi che ci separano dal13 aprile 2008, la discussione sul futuro dei comunisti e della sinistra in Italia ha incrociato un’altra deriva demolitrice, quella degli epigoni tardi di Veltroni, fra cui militano alcuni che fino a ieri si dichiaravano i più comunisti di tutti, e che ora decidono di dare corso ad una linea, l’abbandono dei simboli e della storia del movimento comunista per approdare anche loro ai lidi (certo ben più mediaticamente protetti) di quella sinistra marmellata e indistinta che - insieme ad una campagna elettorale ridicola ed ad un progetto incomprensibile per il Paese – è stata tra le cause della batosta elettorale. Chi li voterà dopo la sconfitta dell’Arcobaleno, forse già confidano di avere molti giornali e tante televisioni a supporto, visto che sono la sinistra “ragionevole che piace al Pd?
Anche per questo, per la confusione infinita dei linguaggi e delle proposte, per questa inaccettabile ambiguità dei messaggi che tanta parte di questa sinistra continua a trasmettere, oggi agli elettori ed ai militanti comunisti non può bastare un ricordo solo agiografico della nascita, il 21 gennaio 1921, del Partito Comunista d’Italia.
A Livorno, in quella fredda e piovosa giornata di gennaio, la scelta di un piccolo gruppo di intellettuali e di quadri operai fu quella di unire la storia del movimento operaio italiano a quella della prima rivoluzione del proletariato industriale russo, vittorioso, pur se minoritario in un immenso paese contadino come la Russia zarista, perché capace di portare al potere il bisogno della pace e della giustizia sociale. Qualcuno, lo sappiamo, oggi sorriderà con sufficienza, gli parrà banale il grido che si levò allora nelle coscienze e nelle piazze e nelle trincee dove si consumava la vita di milioni di uomini, poveri operai e contadini mandati al “grande macello” di una guerra che segnò l’inizio della decadenza europea: Pace, Pane e Lavoro.
Solo l’assoluta cinica smemoratezza del nostro presente, (affollato di miserie e dolori negati), la nostra supposta distanza dalla miseria assoluta della vita in quel tempo per uomini, donne e bimbi (lavoravano anch’essi fin dalla più tenera età fino a 14 ore al giorno), può far deridere la passione e la determinazione che guidarono l’azione dei soldati e degli operai russi guidati da un piccolo partito di rivoluzionari marxisti. Niente sarebbe mai stato peggiore della loro condizione di abbandono morale materiale, dello sfruttamento bestiale del loro lavoro, della loro mancanza di speranza.
Per la prima volta si dimostrava che la divisione ineguale della proprietà, la gerarchia del comando e della servitù non era immutabile come un “fatto di natura”, necessario e inviolabile. Fu grazie a quella rivoluzione, e poi grazie all’esistenza dello stato sovietico, che fu possibile mettere all’ordine del giorno in tutto il mondo la rivendicazione dei diritti sociali, materiali ed intellettuali per grandi masse di uomini e di donne. E fu per questo evento che altri popoli e nazioni oppresse poterono intraprendere la lotta per la loro emancipazione dal colonialismo e lottarono per la libertà. Senza l’ottobre russo, la storia del 900 avrebbe continuato ad essere quella dei conflitti tra capitalismi e imperialismi a volte alleati, a volte nemici, e le classi subalterne sarebbero rimaste “carne da cannone”. Tutto questo, a altro ancora, guidò la scelta di un gruppo di socialisti in Italia che decisero di chiamarsi comunisti per aderire alla nuova internazionale, quella comunista, dopo che la loro vecchia e gloriosa seconda internazionale si era suicidata per incapacità a riconoscere il carattere imperialistico della 1° guerra mondiale, incapace anche di riconoscere e leggere la resistenza che fino all’ultimo la classe operaia e grandi strati di contadini e di lavoratori poveri, organizzati e no nelle file socialiste, nelle leghe, nei sindacati, opposero alla deriva militarista e nazionalista. Ma la gran parte della galassia socialista e socialdemocratica cedette, la propaganda patriottarda a sostegno della guerra travolse le resistenze e i lavoratori rimasero soli, e furono condannati. In una Italia devastata dalla crisi della borghesia liberale del dopoguerra, attraversata dal revanscismo militarista della piccola borghesia e dall’apparizione delle bande fasciste, sostenute ed armate da industriali e agrari, una frazione sparuta di socialisti fonda il Partito Comunista d’Italia e inizia la sua avventura politica, tra illusioni rivoluzionarie e il loro rapido dissolversi davanti al trionfo della reazione e del fascismo. Senza quella scelta, noi non avremmo avuto quel partito che con Gramsci e con Togliatti è stato in grado di trasformare il ribellismo storico delle classi subalterne di un paese premoderno come l’Italia in un nucleo compatto di disciplina e di dedizione rivoluzionaria, di coscienza storica e di classe, capace di condurre l’azione e la propaganda nella clandestinità, sotto la morsa della polizia fascista e del Tribunale speciale. Non avremmo avuto uno degli attori fondamentali della guerra di liberazione e della resistenza al nazifascismo: possono continuare a dire e a scrivere ciò che vogliono, noi sappiamo che il contributo dei comunisti alla democrazia e alla libertà è scritto nella memoria del Paese, come nel resto dell’Europa, dove fu altrettanto grande e generoso. Senza la rivoluzione d’ottobre e senza il 21 gennaio 1921 non ci sarebbe poi stato al tavolo dell’Assemblea costituente repubblicana il portato di quella grande lotta per l’uguaglianza sociale e i diritti del lavoro che mai prima avevano visto riconoscimento negli statuti e negli ordinamenti del paese.
Oggi, dopo la sconfitta che, dalla fine dell’Urss in poi, ha visto i partiti comunisti e le forze di progresso arretrare o dissolversi, cambiare nome e ragione sociale, in Italia resiste la memoria e la cultura politica che promana da quel 21 gennaio. Resiste in formazioni, la nostra, il Prc e forse in altri piccoli gruppi, magari solo come suggestione, che oggi sono al passaggio decisivo della loro capacità e volontà di resistenza ed, anche, di sopravvivenza. Certo. siamo di fronte al problema di ricostruire nella coscienza popolare la più elementare delle condizioni per un partito comunista: essere riconosciuto come necessario per rispondere alle domande, alle speranze, ai bisogni di giustizia, di dignità, alla volontà di pace del nostro popolo e dei nostri giovani; essere davvero capace di ridar senso concreto alle parole libertà ed uguaglianza, e solidarietà tra i popoli.
Guardiamo allora al mondo in cui viviamo, scendiamo davvero tra i lavoratori e i giovani, portiamo una proposta al giorno per contrastare gli effetti di una crisi economica e finanziaria che solo loro pagheranno, precari e cassintegrati, disoccupati e lavoratori poveri e stranieri. Ma, nel farlo, chiediamoci: siamo gruppi dirigenti se non riusciamo oggi a dare il segnale che direbbe la vera novità in campo, dopo tante speranze frustrate, tanti abbandoni, tante sconfessioni. Riaprendo la strada dell’unità, ricominciando a ricostruire, a riaggregare partendo dalla nostra forza di comunisti. Oppure si continua a tirare a campare, nonostante si sia subita la più bruciante delle sconfitte, la sanzione della inutilità nel voto da parte di elettori che ci hanno chiesto di tornare ad essere coerenti con la nostra ragione sociale. Ma si potrà continuare così, dopo quello che abbiamo detto nei nostri congressi, dopo le analisi della crisi italiana e del generale sconvolgimento causato dalla crisi dei mercati finanziari, a vivere dentro le nostre organizzazioni come fossero orti chiusi e autosufficienti, mentre in giro per l’Europa c’é chi si pone il problema di rimettere le banche o i settori strategici dell’economia sotto il controllo dello Stato, noi speriamo di portare a casa il nostro 2% e 2.5 % rispettivi per cento. Continuare così e magari, parlare appunto, e tutti insieme, del 21 Gennaio 1921?
Francamente e fraternamente, carissimi compagni e compagne, dovunque collocati, saremmo di fronte ad una enormità, e al più evidente segno della profondità della sconfitta politica e culturale subita: l’incapacità di reagire con una salutare presa d’atto della realtà e decidendo di passare al contrattacco.
Con un rinnovato e più grande partito comunista in Italia si può riaprire la speranza, si possono anche riaprire le condizioni e i rapporti di forza per uscire dalla difensiva sul piano sociale e della difesa del lavoro e dei diritti. In fondo è di questo che molti hanno paura, è questo progetto, che sta nelle cose, a turbare i sogni di molti tra vecchi amici ed ex alleati, che da vent’anni cercano di cancellarci, magari per forza di leggi elettorali quando non ce la fanno con la politica. Noi, i comunisti, siamo chiamati a smentirli ancora una volta.

martedì 20 gennaio 2009

“A sostegno dell’Anpi e della Costituzione”


“Giù le mani dalla storia e da chi cerca di manipolarla a colpi di becero e violento sovversivismo storico. Tra le fila dell’attuale maggioranza, coloro i quali pensano di mettere sullo stesso piano chi ha lottato per liberare il Paese dal nazifascismo e porre le basi democratiche della nostra Repubblica e chi, invece, ha lottato per rimetterlo in mano fascista compie un oltraggio ai martiri della Resistenza, alla Costituzione Repubblicana e al suo valore fondante: l’antifascismo. Rispetto per i morti ma nessuna equiparazione tra partigiani e repubblichini, che agli ordini dell’esercito nazista hanno partecipato a stragi, fucilazioni, decimazioni e deportazioni. Come partito faremo tutto il possibile per bloccare questo scellerato attacco alla democrazia. Chiamiamo a raccolta tutti gli antifascisti e tutte le persone realmente democratiche per difendere il valore primo della nostra Carta costituzionale”. E' quanto sostiene Antonino Cuffaro, presidente del PdCI, che aderisce alle iniziative dall'Anpi di aprire "la campagna" contro la Proposta di Legge che punta a mettere sullo stesso piano i partigiani, i militari e i deportati con i repubblichini di Salò e che attualmente è in discussione alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

lunedì 19 gennaio 2009

Si profila nelle elezioni in Salvador la vittoria del Fmln

L'ex movimento guerrigliero al 43,3% e la destra (Arena) al 37,7%, a metà dello scutinio


Dopo 20 anni in cui la destra è stata al potere si sta aprendo un'era nuova per El Salvador, stato dell'America centrale che ha vissuto 12 anni di sanguinosa guerra civile (1980-1992)
e che “vanta” una politica instabile, segnata da sospetti di corruzione e rapporti di sudditanza nei confronti degli Usa.Ma le elezioni amministrative e legislative di domenica potrebbero segnare una svolta per il Paese grazie al buon risultato alle urne registrato dal Fronte nazionale di liberazione Farabundo Marti che, con circa metà dei voti scrutinati, raggiunge nelle elezioni legislative il 43,3% con 489.030 voti. L'ex organizzazione guerrigliera marxista che combatté nelle guerra civile per diventare poi nel '92 un partito politico sta raggiungendo un risultato storico che potrà riscrivere la geografia dell'America centrale, sull'onda del grande fermento che si registra in questi anni nel sud del continente americano. Per la prima volta da 20 anni l'Arena, formazione di estrema destra che negli anni della guerra civile si macchiò di sanguinosi delitti, rischia di perdere il potere e per ora si attesta al 37,7% delle preferenze. A consolare il partito di estrema destra solo il risultato nella capitale, San Salvador, dove il candidato dell'Arena, Norman Quijano, è stato proclamato vincitore e già festeggiato in un evento organizzato presso la sede del suo partito.Si respira comunque nel Paese una forte voglia di cambiamento che ha coinvolto i quattro milioni e 200 mila salvadoregni chiamati a scegliere 262 sindaci, 84 deputati dell’Assemblea legislativa e 20 rappresentanti del Parlamento centroamericano, con un'affluenza alle urne del 50%, fra le più alte in questi ultimi anni. Il giorno delle elezioni è stato caratterizzato da un grande entusiasmo fra la popolazione, formata al 90% da meticci, e dalle lunghe file ai seggi, ma fortunatamente non si sono registrati incidenti e gli osservatori internazionali hanno vigilato sulla regolarità delle operazioni di voto e spoglio. Invece queste settimane di campagna elettorale non si sono svolte con la stessa calma, al contrario la tensione è stata palpabile, secondo i dati dell’Organizzazione nazionale della difesa dei diritti umani nelle ultime settimane ci sono state una ventina di azioni violente e l'Fmln ha denunciato l'uccisione di due suoi militanti nella provincia di Morazan.Se verrà confermato il risultato a favore del Fmln, al partito di sinistra, finora sempre all'opposizione, andrebbero 37 seggi mentre all'Arena 33, 14 seggi sarebbero distribuiti fra i partiti minori. Un ottimo risultato che fa sperare anche per le elezioni presidenziali che si terranno il 15 marzo e che vedono Elias Antonio Saca, presidente uscente dell'Arena, fronteggiare Mauricio Funes candidato per il Fronte. Ricoprire le più alta cariche dello Stato sarebbe un successo senza precedenti per l'Fmln che ha anticipato i punti centrali del proprio impegno di governo, a cominciare da interventi a favore della popolazione, per limitare l'inflazione e creare nuovi posti di lavoro. Ma anche misure a garanzia della sicurezza, in un Paese in cui il tasso di violenza e criminalità è assai elevato.

sabato 17 gennaio 2009

DILIBERTO SU GAZA

Bombardano l’Onu, massacrano un popolo: bisogna fermarli! Il governo israeliano ha da tempo superato ogni limite. Il bombardamento della sede Onu e degli ospedali non è sicuramente un errore. Vogliono piegare un popolo ed eliminare chiunque lo sta aiutando. Il governo israeliano è composto da criminali di guerra che dobbiamo bloccare. La coscienza civile degli italiani si ribella alle complicità del governo italiano con questo massacro. Saremo in piazza sabato a Roma perché di fronte a queste atrocità non si può che dire: "Siamo tutti palestinesi".

martedì 13 gennaio 2009

INDEGNO

Pagliarini: “Su Statali penoso dietrofront di Brunetta”
"Il ministero della Pubblica amministrazione, a ventiquattr'ore di distanza dall'ennesima crociata di Brunetta contro i pubblici dipendenti, ha avuto l'ordine di tentare il 'dietro front'". Lo dichiara Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci. "Il ministro, spiegano al dicastero, avrebbe ieri 'invocato un necessario scatto d'orgoglio dei dipendenti pubblici, auspicando che siano proprio loro il traino di efficienza e sviluppo in grado di far uscire al piu' presto il Paese dalle secche della grave crisi economica internazionale'. Brunetta - prosegue - sarebbe dunque 'rattristato del fatto che questi lavoratori abbiano perso l'orgoglio di appartenere a un comparto che produce i beni piu' importanti per il Paese'. Segue citazione testuale di quanto pubblicato oggi dai giornali, a fianco alla nuova, puntuale colata di improperi contro opposizione e sindacati. Ecco - conclude Pagliarini - la classica smentita che non smentisce. O, se si preferisce, la toppa che e' peggio del buco".
Brunetta: “Pagliarini preferisce buchi della disinformazione”
"L'extraparlamentare Gianni Pagliarini (Pdci) definisce 'penosa' la pubblicazione online di un documento originale, degradando questa scelta al rango di classica 'toppa che e' peggio del buco'? Evidentemente sia lui che la sua formazione politica preferiscono i buchi della disinformazione e ritengono onorevole solo la mistificazione dei fatti a uso di parte". Lo rende noto il portavoce del ministro della Pa e dell'innovazione Renato Brunetta.
Pagliarini: “Brunetta? Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”
"Non comprendo la stizza del ministro Brunetta nei confronti del sottoscritto e del Pdci: in questa democrazia 'malata' e' ancora possibile dissentire, o noi 'extraparlamentari' siamo privati dei diritti di parola e di critica? Evidentemente non c'e' peggior sordo di chi non vuol sentire". Lo afferma Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del Pdci. "A risultare penosa - prosegue - non e' la pubblicazione di un documento ufficiale del ministero, bensi' una smentita che non smentisce alcunche'. Visto che Brunetta ha ricordato anche oggi che un professore piuttosto che un impiegato 'si vergognano di dire al figlio' il mestiere che svolgono e faticherebbero a vivere il loro lavoro con dignita'. Ribadisco il mio pensiero - conclude Pagliarini -: Brunetta manca di rispetto ad un mondo del lavoro che forse non conosce nemmeno troppo bene".

domenica 11 gennaio 2009

L'Onu, «a Gaza massacro di civili»

Almeno 30 morti in un palazzo ripetutamente bombardato dopo che militari israeliani vi avevano spinto a rifugiarsi centinaia di civili


Dopo una lunga maratona il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede un cessate il fuoco duraturo, immediato e il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza. Il documento è stato votato favorevolmente da quattordici dei quindici membri, unica astensione gli Stati Uniti
il cui segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha affermato di appoggiare «la decisione che è stata approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per il cessate il fuoco immediato a Gaza, ma gli Stati Uniti si sono astenuti in attesa di vedere gli esiti degli sforzi di mediazione compiuti dall'Egitto». Una risoluzione questa giuridicamente vincolante che lascia però spazio ad alcune ambiguità che permetterebbe ad Israele di continuare a mietere vittime. Infatti nonostante il cessate il fuoco sia immediato ve ne è solo una richiesta, un invito; inoltre il ritiro dell'esercito israeliano da Gaza è vincolato al cessate il fuoco.Hamas ha repinto la risoluzione affermado che «mette sullo stesso piano vittime e aggressori» mentre il ministro degli esteri di Israele Tzipi Livni, a poche ore dall'approvazione del documento, ha ribadito che Israele agirà solo sulla base dei propri interessi, «Israele ha agito, sta agendo ed agirà solo in base alle proprie considerazioni, alle necessità di sicurezza dei suoi cittadini e del suo diritto all'autodifesa». «L'esercito israeliano continuerà ad agire per difendere i civili israeliani e realizzerà gli obiettivi affidatigli in questa operazione» ha aggiunto il premier israeliano Ehud Olmert. E infatti proseguono i raid ed i bombardamenti, le vittime hanno raggiunto quasi quota 800 di cui più di 250 bambini, i feriti oltre 3.200. Prosegue il massacro di civili, secondo fonti Onu, che ha denunciato l'accaduto, «in 110 sono stati radunati in una casa poi bombardata. Almeno 30 vittime, molti bambini». E' successo in una casa di Zeitun dove l'esercito israeliano ha raggruppato 110 palestinesi, di questi la metà bambini, ordinando loro di rimanervi. Dopo 24 ore, come raccontano testimoni oculari, le forze israeliane hanno bombardato ripetutamente questa casa.
E la crisi umanitaria si aggrava, ora per ora. L'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi che cura anche la distribuzione di cibo per circa 800mila profughi di Gaza, ha annunciato di aver sospeso le sue attività dopo che un camion Onu con cibo e medicine è stato centrato dalla cannonata di un carro armato israeliano nel Nord di Gaza. «Crescenti azioni ostili contro le nostre strutture e il nostro personale. Troppo pericoloso». Qualche giorno fa sempre l'artiglieria israeliana aveva centrato una scuola dell'Unrwa, uccidendo 43 persone e ferendone 100.