
giovedì 25 dicembre 2008
martedì 23 dicembre 2008
ATTACCO DEL GOVERNO CONTRO LE DONNE LAVORATRICI
I padroni fanno pagare la loro crisi ai lavoratori
Probabilmente la considerano una misura anticrisi ma noi comunisti la valutiamo per ciò che è, una scellerata iniziativa. E’ risaputo che le capacità lavorativa fisica delle donne lavoratrici sia metalmeccaniche sia del pubblico impiego, non sono pari a quelle dell’uomo. Eppure Berlusconi e Brunetta fanno finta di non sapere. Dopo la carta dei poveri, elemosina dei padroni data a chi vive in una situazione drammatica, di 40 euro (neanche sufficiente per fare la spesa per 2 giorni), adesso il governo ha intenzione di incatenare i destini dei lavoratori alla loro produttività grazie a tornelli e faccine telematiche. Come spiegare questo provvedimento reazionario e padronale? Per dirla con Marx: “Il Capitale per accrescersi ha bisogno di creare nuovo lavoro salariato” cioè bisogna che i padroni, per non pagare gli effetti della crisi che loro stessi hanno causato, aumentino l’età pensionabile per i loro dipendenti. Una buona politica prevedrebbe l’abbassamento dell’età di pensionamento per creare più posti di lavoro per i giovani ed una dignitosa pensione per i lavoratori. NELLA LOGICA DEI POTERI FORTI E DEL CENTRODESTRA CIO’ NON E’ POSSIBILE. Infatti con l’aumento dell’età pensionabile il Governo non sarà costretto a pagare un numero rilevante di pensioni ed i padroni non dovranno retribuire nuovi lavoratori più giovani che rimarranno, eternamente, precari.
Marx previde tutto ciò nel 1848. Infatti questa non è una crisi economica, MA E’ LA CRISI DEL CAPITALISMO. I rimedi che si vogliono mettere in atto sono quelli degli aiuti di Stato, cosa totalmente contraria a tutte le regole del libero (si fa per dire) mercato. Sono necessarie politica di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza (“da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni” diceva anche questo Marx!) ed aumenti salariali.
Queste proposte non possono venire che da un partito dei lavoratori, un partito comunista.
LOTTA CON NOI, LOTTA COI COMUNISTI ITALIANI !
Marx previde tutto ciò nel 1848. Infatti questa non è una crisi economica, MA E’ LA CRISI DEL CAPITALISMO. I rimedi che si vogliono mettere in atto sono quelli degli aiuti di Stato, cosa totalmente contraria a tutte le regole del libero (si fa per dire) mercato. Sono necessarie politica di solidarietà, di redistribuzione della ricchezza (“da ognuno secondo le proprie capacità, ad ognuno secondo i propri bisogni” diceva anche questo Marx!) ed aumenti salariali.
Queste proposte non possono venire che da un partito dei lavoratori, un partito comunista.
LOTTA CON NOI, LOTTA COI COMUNISTI ITALIANI !
mercoledì 17 dicembre 2008
Parte la campagna di tesseramento per il 2009 della FGCI

A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, i giovani comunisti di Rifondazione Comunista hanno deciso di celebrare quel “tragico” evento, dedicando la tessera del 2009 all'abbattimento di quell'agglomerato di cemento armato e graffiti che per più di trent'anni ha contribuito a dividere fisicamente e mentalmente il mondo in due blocchi. Una scelta coraggiosa, non c'è che dire, che ha il merito di fare chiarezza sulla capacità del gruppo dirigente dei giovani comunisti di comprendere e decifrare la storia, così come di sollevare un dibattito che, trascorsi vent'anni, può essere affrontato laicamente, anche da parte di chi, come me, nel novembre del 1989 aveva da poco compiuto 9 anni.
Il compagno Simone Oggionni, coordinatore dei Giovani di Essere Comunisti, con un articolo apparso su Liberazione lo scorso 13 dicembre, ha avuto l'innegabile coraggio di intervenire sul punto affermando che, forse, da quella storica caduta, all'umanità tutta e all'Europa in particolare sono nate più sventure e disastri, che sorti magnifiche et progressive. Da quell'intervento sono nate infinite polemiche e levate di scudi, con il direttore Sansonetti di Liberazione che un'editoriale in cui ammetteva candidamente di non essere comunista (per inciso, non ce ne era bisogno, nessuno di nutriva alcun dubbio) difendeva la tessera, la scelta e il giudizio: la caduta del muro ha sancito la liberazione di milioni di persone dalla dittatura e dall'oppressione che ormai da ottant'anni violentavano una parte del mondo. Caro Sansonetti, ci dispiace, ma hai torto. Era meglio se quel muro rimaneva ancora in piedi. Nel mondo bipolare erano i lavoratori a stare meglio. E non solo quelli che vivevano al di là della cortina di ferro, ma anche quelli europei. Capisco che queste parole possano sembrare inaudite ad una generazione cresciuta tra film di Walt Disney dove arditi riuscivano a scappare da feroci pastori tedeschi comunisti della DDR costruendo con lenzuola mongolfiere o telefilm di Mac Gyver dove il nostro eroe riusciva a passare il muro nascondendosi in una bara, ma credo che a distanza di vent'anni sia arrivato il momento di aprire un simile dibattito e analizzare la storia, vista dalla parte degli oppressi e dei lavoratori, non con gli occhi distratti dello spettatore che si assopisce guardando History Channel, ma cercando di sviluppare un giudizio che, se non è storico, può tentare di essere almeno politico. Non è una abiura della storia e della tradizione politica del partito comunista italiano, né una critica postuma alla sicurezza data al compagno Enrico Berlinguer dall'ombrello della Nato. Ma un conto è giudicare il grado di socialismo, gli eccessi, le storture dei governi comunisti dell'Est Europa e dell'Unione Sovietica, altro conto è celebrare con orgoglio l'evento che ha dato all'imperialismo statunitense la possibilità di dispiegarsi in tutto il mondo, ai diritti dei lavoratori europei di essere compressi sino quasi alla cancellazione e che ha consegnato milioni di uomini e donne al capitalismo rampante degli oligarchi russi. Forse che le schiave bambine russe e moldave che sono costrette a vendere il loro corpo, sfruttate dai loro aguzzini sulle nostre strade, stanno meglio perché è caduto il muro di Berlino? E che dire della guerra che, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno portato in modo indiscriminato in tutto il mondo? L'assenza di un forte campo socialista che possa far da contrappeso al'avanzata del capitale non è stato forse anche causa della riduzione dei diritti dei lavoratori? Dal 1989 ad oggi, dopo la caduta del muro e il crollo di uno dei due blocchi, anche per la indiscutibile incapacità dei partiti comunisti di agire e lavorare in questo nuovo quadro politico, i diritti dei lavoratori sono stati ridotti, diminuti, violentati. Anche perché i comunisti hanno abbandonato le periferie e i luoghi del lavoro e del disagio. Ma non solo per questo. Peraltro ci si è scandalizzati tanto per il muro di Berlino, ma non lo si è fatto per tanti altri muri. A Cipro, l'unica isola comunista d'Europa, la linea verde divide ancora un popolo in due stati. E che dire della barriera di filo spinato e guardie armate che separa il Messico dagli Stati Uniti, attraversando la quale molti uomini e donne trovano le morte? Oppure del muro integralista che imprigiona le popolazioni palestinesi a Gaza? Perché di questi muri non si parla? Perché siamo solo noi a denunciarli e a lavorare perché siano abbatuti? Francamente celebrare il 1989 come un grande momento di liberazione e di riscatto ci sembra eccessivo. Ma si sa, ormai uscire fuori dal pensiero unico è davvero cosa complicata. Anche per i Giovani Comunisti. E' per questo che la tessera della FGCI di quest'anno celebrerà un grande avvenimento che si è svolto sempre a Berlino, ma qualche anno prima, quando l'Armata Rossa conquistò la capitale tedesca facendo sventolare dal Reichstag liberato la bandiera rossa della riscossa degli oppressi. Colgo l'occasione anche per fare una domanda ai miei amici Betta Piccolotti e Federico Tomasello, portavoce della nostra organizzazione sorella. Perchè vi ostinate ancora a mantenere quel nome? Siete forse legati ad esso come fosse un feticcio? Questo paese e i giovani italiani - l'hanno dimostrato anche i recenti movimenti dell'Onda - hanno necessità di una forte organizzazione giovanile che sappia dare voce allo sfruttamento e al precariato. Non c'è più lo spazio in Italia per due organizzazioni giovanili comuniste. Mettiamo da parte ogni rancore, e creiamo immediatamente l'Unione di tutti i Giovani Comunisti, un'organizzazione aperta e dinamica, in cui tutti possiamo ritrovarci e lavorare. Ce lo impone la recente disfatta elettorale, ma ce lo impone innanzitutto il buon senso. E' una richiesta che la FGCI rivolge a tutti Giovani Comunisti. Ma nel caso in cui qualcuno pensi invece che il futuro sia una struttura debole e decomunistizzata, è una richiesta che rivolgiamo ai molti compagni giovani e comunisti iscritti a Rifondazione che credono ancora nella necessità di modificare lo stato di cose presente. Il tempo è scaduto. Lavoriamoci da subito.
Il compagno Simone Oggionni, coordinatore dei Giovani di Essere Comunisti, con un articolo apparso su Liberazione lo scorso 13 dicembre, ha avuto l'innegabile coraggio di intervenire sul punto affermando che, forse, da quella storica caduta, all'umanità tutta e all'Europa in particolare sono nate più sventure e disastri, che sorti magnifiche et progressive. Da quell'intervento sono nate infinite polemiche e levate di scudi, con il direttore Sansonetti di Liberazione che un'editoriale in cui ammetteva candidamente di non essere comunista (per inciso, non ce ne era bisogno, nessuno di nutriva alcun dubbio) difendeva la tessera, la scelta e il giudizio: la caduta del muro ha sancito la liberazione di milioni di persone dalla dittatura e dall'oppressione che ormai da ottant'anni violentavano una parte del mondo. Caro Sansonetti, ci dispiace, ma hai torto. Era meglio se quel muro rimaneva ancora in piedi. Nel mondo bipolare erano i lavoratori a stare meglio. E non solo quelli che vivevano al di là della cortina di ferro, ma anche quelli europei. Capisco che queste parole possano sembrare inaudite ad una generazione cresciuta tra film di Walt Disney dove arditi riuscivano a scappare da feroci pastori tedeschi comunisti della DDR costruendo con lenzuola mongolfiere o telefilm di Mac Gyver dove il nostro eroe riusciva a passare il muro nascondendosi in una bara, ma credo che a distanza di vent'anni sia arrivato il momento di aprire un simile dibattito e analizzare la storia, vista dalla parte degli oppressi e dei lavoratori, non con gli occhi distratti dello spettatore che si assopisce guardando History Channel, ma cercando di sviluppare un giudizio che, se non è storico, può tentare di essere almeno politico. Non è una abiura della storia e della tradizione politica del partito comunista italiano, né una critica postuma alla sicurezza data al compagno Enrico Berlinguer dall'ombrello della Nato. Ma un conto è giudicare il grado di socialismo, gli eccessi, le storture dei governi comunisti dell'Est Europa e dell'Unione Sovietica, altro conto è celebrare con orgoglio l'evento che ha dato all'imperialismo statunitense la possibilità di dispiegarsi in tutto il mondo, ai diritti dei lavoratori europei di essere compressi sino quasi alla cancellazione e che ha consegnato milioni di uomini e donne al capitalismo rampante degli oligarchi russi. Forse che le schiave bambine russe e moldave che sono costrette a vendere il loro corpo, sfruttate dai loro aguzzini sulle nostre strade, stanno meglio perché è caduto il muro di Berlino? E che dire della guerra che, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno portato in modo indiscriminato in tutto il mondo? L'assenza di un forte campo socialista che possa far da contrappeso al'avanzata del capitale non è stato forse anche causa della riduzione dei diritti dei lavoratori? Dal 1989 ad oggi, dopo la caduta del muro e il crollo di uno dei due blocchi, anche per la indiscutibile incapacità dei partiti comunisti di agire e lavorare in questo nuovo quadro politico, i diritti dei lavoratori sono stati ridotti, diminuti, violentati. Anche perché i comunisti hanno abbandonato le periferie e i luoghi del lavoro e del disagio. Ma non solo per questo. Peraltro ci si è scandalizzati tanto per il muro di Berlino, ma non lo si è fatto per tanti altri muri. A Cipro, l'unica isola comunista d'Europa, la linea verde divide ancora un popolo in due stati. E che dire della barriera di filo spinato e guardie armate che separa il Messico dagli Stati Uniti, attraversando la quale molti uomini e donne trovano le morte? Oppure del muro integralista che imprigiona le popolazioni palestinesi a Gaza? Perché di questi muri non si parla? Perché siamo solo noi a denunciarli e a lavorare perché siano abbatuti? Francamente celebrare il 1989 come un grande momento di liberazione e di riscatto ci sembra eccessivo. Ma si sa, ormai uscire fuori dal pensiero unico è davvero cosa complicata. Anche per i Giovani Comunisti. E' per questo che la tessera della FGCI di quest'anno celebrerà un grande avvenimento che si è svolto sempre a Berlino, ma qualche anno prima, quando l'Armata Rossa conquistò la capitale tedesca facendo sventolare dal Reichstag liberato la bandiera rossa della riscossa degli oppressi. Colgo l'occasione anche per fare una domanda ai miei amici Betta Piccolotti e Federico Tomasello, portavoce della nostra organizzazione sorella. Perchè vi ostinate ancora a mantenere quel nome? Siete forse legati ad esso come fosse un feticcio? Questo paese e i giovani italiani - l'hanno dimostrato anche i recenti movimenti dell'Onda - hanno necessità di una forte organizzazione giovanile che sappia dare voce allo sfruttamento e al precariato. Non c'è più lo spazio in Italia per due organizzazioni giovanili comuniste. Mettiamo da parte ogni rancore, e creiamo immediatamente l'Unione di tutti i Giovani Comunisti, un'organizzazione aperta e dinamica, in cui tutti possiamo ritrovarci e lavorare. Ce lo impone la recente disfatta elettorale, ma ce lo impone innanzitutto il buon senso. E' una richiesta che la FGCI rivolge a tutti Giovani Comunisti. Ma nel caso in cui qualcuno pensi invece che il futuro sia una struttura debole e decomunistizzata, è una richiesta che rivolgiamo ai molti compagni giovani e comunisti iscritti a Rifondazione che credono ancora nella necessità di modificare lo stato di cose presente. Il tempo è scaduto. Lavoriamoci da subito.
Riccardo Messina, coordinatore nazionale della FGCI
PdCI-PRC, dal basso un primo passo

Popolo e iscritti sono più avanti di alcuni dirigenti. Giovedì 18 dicembre 2008, alle ore 17.30, a San Cesareo (Castelli romani – Roma), presso il ristorante ‘Torraccio’, in Via Casilina Km 30, il Circolo PRC di San Cesareo, con la partecipazione delle segreterie delle Federazioni dei Castelli romani del PdCI e del PRC organizzano un’iniziativa dal titolo “Crisi del capitale, attacco al lavoro, la precarietà del vivere: il ruolo e le proposte dei comunisti”, a cui partecipano Roberta Fantozzi, della segreteria nazionale del PRC, Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, Fabrizio Tomasselli, coordinatore nazionale SDL intercategoriale, Barbara Cosimi, lavoratrice call center Atesia, Fosco Giannini, della direzione nazionale del PRC. Introduce Gualtiero Alunni, del comitato politico nazionale del PRC. All’iniziativa aderiscono i segretari delle Sezioni del PdCI Gianni Ghirelli, Andrea Sabastianelli, Massimo Preziosi, Riccardo Tiberi e i segretari dei Circoli del PRC Franco Giacomin, Maurizio Spezzano, Leopoldo Varesi, Erminio Soldati. Alle ore 21 seguirà una cena sociale. L’appuntamento, che parte dal basso, ovvero dai territori, è un primo concreto passo sulla strada, auspicabile, dell’unificazione dei due più grandi partiti comunisti presenti oggi in Italia.
domenica 14 dicembre 2008
Tutta l'Italia si è fermata

Grande risposta dei lavoratori allo sciopero generale indetto da Cgil e sindacati di base. Dalle piazze la richiesta di misure a tutela dei salari e dell'occupazione
Lavoratori e studenti uniti contro governo e Confindustria. Una grande mobilitazione che ha visto sfilare per le vie delle principali città italiane migliaia di persone. Il primo sciopero generale in cui sono scesi in piazza insieme, seppur con cortei e su piattaforme diverse, la Cgil e il sindacalismo di base con Cobas, Cub e Sdl. Una protesta dura, convinta e condivisa contro l’intera politica economica e sociale del governo di centrodestra. «Nonostante la campagna contraria lo sciopero è riuscito, segno di una grande disponibilità delle lavoratrici e dei lavoratori per cambiare la politica economica e impedire il disegno contrattuale e sociale della Confindustria», ha dichiarato il segretario nazionale della Fiom e leader di Rete 28 aprile, la componente di sinistra della Cgil, Giorgio Cremaschi. Secondo fonti sindacali l’adesione per il settore metalmeccanico è del 90% per la Teksid di Borgaretto e per la Itca, dell’80% per la Microtecnica e la Elbi, del 70% all’Alenia di Caselle e del 65% alla Dayco. In Brianza alla Candy si è superato l’80%, ben oltre il doppio del numero degli iscritti alla Cgil. Anche nel settore pubblico si è registrata una partecipazione massiccia, come grande è stata quella degli studenti superiori ed universitari.
Milioni di lavoratori in tutta Italia hanno aderito al secondo sciopero generale del sindacalismo di base, dopo quello del 17 ottobre, scrivono in una nota Cub, Confederazione Cobas e Sdl intercategoriale, sottolineando che «lavoratori, pensionati e studenti hanno ribadito con forza la loro opposizione alla Finanziaria e all'intera politica economica e sociale del governo Berlusconi». Alla manifestazione di Bologna, chiusa con il comizio di Guglielmo Epifani, si sono contate circa 200 mila persone, a Roma se ne sono registrate 40mila, a Torino 30 mila, a Milano 80 mila, a Napoli altri 40 mila. E ancora circa 10 mila lavoratori hanno manifestato ad Ancona, altri 30 mila a Bari e Firenze. Mobilitazioni si sono tenute anche a Venezia, Cagliari, Palermo e in molti altri centri minori, oranizzate sempre dalla Cgil e dal sindacalismo di base. Ma ad essere contati non sono i migliaia di lavoratori, dipendenti, precari, cassaintegrati, licenziati, che hanno avuto il coraggio e la coscienza di scendere in piazza oggi per rivendicare i propri diritti. La stampa ufficiale padronale, colpevole di faziosa informazione per non aver dato il giusto peso allo sciopero generale su tutti gli altri mezzi di informazione, dovrebbe andare a fare i conti in tasca agli altri due sindacati, Cisl e Uil, in termini di scelta e di rappresentanza. Siamo sicuri che molti dei loro iscritti sono andati in piazza con i lavoratori della Cgil contro governo e Confindustria perché hanno capito che questa lotta è anche la loro, di lavoratori sfruttati che non vogliono pagare questa crisi.Il 12 dicembre sarà ricordato come una grande giornata di lotta, e non solo come una data tragica, quella della strage di Stato a Piazza Fontana, avvenuta 39 anni fa, il 12 dicembre 1969.
Milioni di lavoratori in tutta Italia hanno aderito al secondo sciopero generale del sindacalismo di base, dopo quello del 17 ottobre, scrivono in una nota Cub, Confederazione Cobas e Sdl intercategoriale, sottolineando che «lavoratori, pensionati e studenti hanno ribadito con forza la loro opposizione alla Finanziaria e all'intera politica economica e sociale del governo Berlusconi». Alla manifestazione di Bologna, chiusa con il comizio di Guglielmo Epifani, si sono contate circa 200 mila persone, a Roma se ne sono registrate 40mila, a Torino 30 mila, a Milano 80 mila, a Napoli altri 40 mila. E ancora circa 10 mila lavoratori hanno manifestato ad Ancona, altri 30 mila a Bari e Firenze. Mobilitazioni si sono tenute anche a Venezia, Cagliari, Palermo e in molti altri centri minori, oranizzate sempre dalla Cgil e dal sindacalismo di base. Ma ad essere contati non sono i migliaia di lavoratori, dipendenti, precari, cassaintegrati, licenziati, che hanno avuto il coraggio e la coscienza di scendere in piazza oggi per rivendicare i propri diritti. La stampa ufficiale padronale, colpevole di faziosa informazione per non aver dato il giusto peso allo sciopero generale su tutti gli altri mezzi di informazione, dovrebbe andare a fare i conti in tasca agli altri due sindacati, Cisl e Uil, in termini di scelta e di rappresentanza. Siamo sicuri che molti dei loro iscritti sono andati in piazza con i lavoratori della Cgil contro governo e Confindustria perché hanno capito che questa lotta è anche la loro, di lavoratori sfruttati che non vogliono pagare questa crisi.Il 12 dicembre sarà ricordato come una grande giornata di lotta, e non solo come una data tragica, quella della strage di Stato a Piazza Fontana, avvenuta 39 anni fa, il 12 dicembre 1969.
giovedì 11 dicembre 2008
UNIVERSITA' PUBBLICA
Le proposte del PdCI per l’Università
DIRITTO AL SAPERE, DIRITTO AL FUTURO
Una vera riforma dell’università deve mettere al centro il diritto al sapere, come diritto al futuro per l’intera società italiana. Il progetto del governo è invece molto chiaro: smantellare l'università pubblica, garantita dalla Costituzione per la creazione e la trasmissione della conoscenza come bene comune, lasciandola senza risorse umane e finanziarie,determinandone la privatizzazione con la trasformazione delle istituzioni universitarie in Fondazioni.
La nostra proposta è opposta a questo disegno e si traduce in poche proposte, semplici e immediatamente praticabili, ove ce ne fosse la volontà politica:
● Se si riconosce che la società ha diritto alla conoscenza, è necessario che al sistema che la produce e la trasmette siano garantite risorse umane e finanziamenti pubblici almeno al livello della media europea.
Investire massicciamente sull’università e la ricerca è vitale per l’Italia
● Va garantito un effettivo sostegno al diritto allo studio, non solo tramite un consistente numero di borse di livello economico sufficiente, ma soprattutto tramite l’effettiva disponibilità per tutti gli studenti di adeguate
infrastrutture logistiche (alloggi, mense, trasporti, ecc.) e didattiche (biblioteche, laboratori, aule, ecc.) e di un accettabile rapporto docenti/studenti.
● Occorre introdurre per legge il principio del tempo pieno per i docenti a tutti i livelli, affinché si possano dedicare esclusivamente alla ricerca ed alla didattica, rinunciando quindi ad attività professionali ed ad altri incarichi continuativi, lasciando l’interazione, certamente necessaria, degli studenti con il mondo delle professioni a complementi didattici svolti da professionisti esterni al corpo docente.
● Al contempo, va garantita ai docenti la libertà di insegnamento e di ricerca, sancita dalla Costituzione, non solo tramite l’esclusione di ogni condizionamento politico, confessionale e burocratico, ma anche attraverso la effettiva disponibilità di strutture, finanziamenti e tempo per dedicarsi a entrambe queste funzioni.
● La cronica carenza di docenti, la distribuzione fortemente sbilanciata degli incarichi e l’ormai intollerabile peso del precariato nelle università e negli enti di ricerca italiani dimostra che deve essere profondamente trasformato il meccanismo del reclutamento, che deve essere nazionale, realizzato con criteri trasparenti e rigorosi e così garantire un costante afflusso di giovani per il futuro, salvaguardando le competenze acquisite da quanti sono stati per anni costretti a lavorare in condizioni precarie e spesso inaccettabili per mantenere l’attuale alto livello scientifico e didattico del sistema accademico nazionale.
● La persistenza di alcune fasce di parassitismo, anche se prevalentemente concentrate in settori e situazioni particolari, rende necessario che si metta in opera un efficiente sistema di autovalutazione da parte della comunità scientifica, che garantisca la continuità della produzione di sapere di ogni docente, premiando comportamenti virtuosi e penalizzando assenteismo, scarso impegno nell’attività didattica e disinteresse e superficialità in quella di ricerca; questo processo deve però basarsi su regole certe e condivise dalla comunità scientifica nelle sue diverse articolazioni.
● Ciò comporta anche la necessità di una razionalizzazione dell’esistente, ponendo fine ad esperienze fallimentari di micro-atenei e sedi distaccate prive di ogni struttura didattica e scientifica e di centri di ricerca fantasma, nati solo per soddisfare pretese localistiche ed interessi di lobbies, garantendo al tempo stesso le necessità ed i diritti degli studenti, dei precari e dei docenti che vi studiano e lavorano, solitamente non per scelta ma per ineluttabile necessità. Va garantita anche l’unitarietà del sapere, intrinseca nell’origine stessa del nome “Università” e resa oggi inevitabile dalla crescente necessità di studio e ricerca interdisciplinare indispensabili per rispondere ai sempre più complessi bisogni, materiali e culturali della società moderna: assurda appare quindi la scelta di delocalizzare e separare spazialmente tra loro le diverse facoltà e dipartimenti di un ateneo.
● E’ infine indispensabile, fissando con chiarezza i criteri minimi comuni che ogni corso di laurea deve garantire agli studenti che lo frequentano, abrogando il sistema del 3+2, assegnando precisi obiettivi e soglie ai percorsi di formazione e riassorbendo il frazionamento e la pletora di corsi di laurea che definiscono ambiti estremamente limitati ed angusti del sapere, effettuare una drastica inversione di tendenza nella autonomia selvaggia dei singoli atenei che, sotto la spinta ad una innaturale concorrenza di tipo mercantilistico, sta compromettendo nei fatti il valore legale del titolo di studio, unico strumento che ha garantito, nel nostro Paese, il principio costituzionale dell’eguaglianza sostanziale per tutti.
La libertà e l’efficienza dell’università pubblica e della ricerca costituiscono uno dei beni fondamentali per il progresso, la democrazia e l’uguaglianza nel Paese.
sabato 6 dicembre 2008
Un anno dalla tragedia Thyssen, sette morti in nome del profitto
Sabato 6 dicembre corteo a Torino, per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 sette operai muoiono, arsi vivi, nel rogo della maledetta linea 5 delle Acciaierie Thyssen Krupp di Torino
Rosario Rodinò, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni, operai che muoiono in una delle più importanti fabbriche siderurgiche del mondo. Una fabbrica che i padroni avevano deciso di abbandonare, insieme agli operai che vivevano di quel lavoro, in nome del profitto, in nome del mercato. Una fabbrica dove le norme di sicurezza, anche quelle minime, erano state eluse perché la fabbrica era in dismissione. Una strage che si poteva evitare, un omicidio plurimo per il quale l'amministratore delegato della ThyssenKrupp è accusato di omicidio volontario, altri cinque dirigenti di omicidio colposo, fatto senza precedenti, che porterà ad un processo che a gennaio 2009, è destinato a fare storia ma che, a prescindere dal suo esito, non riporterà in vita questi uomini.Una tragedia che ha i nomi dei colpevoli scritti col sangue, così come per tutti gli omicidi che quotidianamente si consumano sui luoghi di lavoro in Italia. Sabato mattina a Torino si terrà una grande manifestazione organizzata dall’Associazione Legami d’acciaio e dalla Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il corteo partirà dallo stabilimento Thyssenkrupp, corso Regina Margherita 400, dove il concentramento è previsto a partire dalle 10,00 e raggiungerà il Palagiustizia. Vi parteciperanno sindacati di base e autonomi, l’assemblea No Gelmini di Palazzo Nuovo, quella No Tremonti del Politecnico, docenti, studenti medi, associazioni di familiari del Molino Cordero, delle vittime dell’amianto, dell’Ilva di Taranto. Sono previsti pullman da tutta Italia. «Questa giornata - ha spiegato Ciro Argentino, responsabile organizzativo dell’Associazione Legami d’acciaio - non deve servire solo a commemorare i morti della Thyssenkrupp. Il 6 dicembre deve diventare una giornata di mobilitazione per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro».
Rosario Rodinò, 26 anni, Rocco Marzo, 54 anni, Roberto Scola, 32 anni, Angelo Laurino, 43 anni, Bruno Santino, 26 anni, Giuseppe Demasi, 26 anni, operai che muoiono in una delle più importanti fabbriche siderurgiche del mondo. Una fabbrica che i padroni avevano deciso di abbandonare, insieme agli operai che vivevano di quel lavoro, in nome del profitto, in nome del mercato. Una fabbrica dove le norme di sicurezza, anche quelle minime, erano state eluse perché la fabbrica era in dismissione. Una strage che si poteva evitare, un omicidio plurimo per il quale l'amministratore delegato della ThyssenKrupp è accusato di omicidio volontario, altri cinque dirigenti di omicidio colposo, fatto senza precedenti, che porterà ad un processo che a gennaio 2009, è destinato a fare storia ma che, a prescindere dal suo esito, non riporterà in vita questi uomini.Una tragedia che ha i nomi dei colpevoli scritti col sangue, così come per tutti gli omicidi che quotidianamente si consumano sui luoghi di lavoro in Italia. Sabato mattina a Torino si terrà una grande manifestazione organizzata dall’Associazione Legami d’acciaio e dalla Rete nazionale per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il corteo partirà dallo stabilimento Thyssenkrupp, corso Regina Margherita 400, dove il concentramento è previsto a partire dalle 10,00 e raggiungerà il Palagiustizia. Vi parteciperanno sindacati di base e autonomi, l’assemblea No Gelmini di Palazzo Nuovo, quella No Tremonti del Politecnico, docenti, studenti medi, associazioni di familiari del Molino Cordero, delle vittime dell’amianto, dell’Ilva di Taranto. Sono previsti pullman da tutta Italia. «Questa giornata - ha spiegato Ciro Argentino, responsabile organizzativo dell’Associazione Legami d’acciaio - non deve servire solo a commemorare i morti della Thyssenkrupp. Il 6 dicembre deve diventare una giornata di mobilitazione per chiedere giustizia per tutti i morti sul lavoro».
martedì 2 dicembre 2008
Ratzinger all'Onu, «non depenalizzate l'omosessualità»

Grave passo dell'ambasciatore vaticano contro la proposta presentata da 25 paesi
fra cui l'Italia
La Francia, a nome di 25 Paesi della Ue, si appresta a presentare una mozione all'Onu per la depenalizzazione del reato di omosessualità, presente in 91 Paesi nel mondo, e punito con sanzioni, carcere, torture, pena capitale in dieci paesi islamici
Una mozione che in un mondo civile non dovrebbe avere nulla di straordinario, perché si tratta di un'elementare difesa di diritti umani ancora violati in nome di un oscurantismo retrogrado e criminale.Eppure l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, monsignor Celestino Migliore, ha immediatamente bocciato il progetto: «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi - sostiene mons. Migliore - si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».No, non è uno scherzo. Per il Vaticano occorre continuare a discriminare i discriminati per non discriminare i discriminatori. E poco conta se in nome di questo bizzarro principio uomini e donne che hanno la “colpa” di vivere liberamente la propria sessualità, rischiano impiccagioni, lapidazioni, torture o comunque sanzioni restrittive della libertà. Poco conta, in nome di non si sa quale principio cristiano, sicuramente non quello che recita «ama il prossimo tuo come te stesso», e sicuramente non in virtù del principio di solidarietà che si può ricavare anche dalla regola di Gesù Cristo riportata nel vangelo di Matteo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».Posizione, quella d'oltretevere, che non trova riscontro neppure nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, che nel preambolo recita «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» e nell'art. 7, «Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione». Ma il Vaticano, appunto, non l'ha mai sottoscritta.Ma non conta poco che ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo della Chiesa di limitare la libertà e l'autodeterminazione degli uomini e delle donne, nella loro capacità di vivere, morire, scegliere. La cupola di San Pietro, nei secoli dei secoli, continua ad oscurare la vita e le coscienze, tra una crociata, una cattedrale nel deserto, e qualche finanziamento a regimi dittatoriali in giro per il mondo... e qualche condanna criminale, come quella dell’uso del preservativo nelle comunità africane in cui l’Aids provoca milioni di vittime, contribuendo a un vero e proprio genocidio. Quindi dice no alla depenalizzazione dell'omosessualità, per scongiurare le discriminazioni, e se qualcuno ci rimette la vita... si sa, il progresso vuole le sue vittime.
Una mozione che in un mondo civile non dovrebbe avere nulla di straordinario, perché si tratta di un'elementare difesa di diritti umani ancora violati in nome di un oscurantismo retrogrado e criminale.Eppure l'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, monsignor Celestino Migliore, ha immediatamente bocciato il progetto: «Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi - sostiene mons. Migliore - si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».No, non è uno scherzo. Per il Vaticano occorre continuare a discriminare i discriminati per non discriminare i discriminatori. E poco conta se in nome di questo bizzarro principio uomini e donne che hanno la “colpa” di vivere liberamente la propria sessualità, rischiano impiccagioni, lapidazioni, torture o comunque sanzioni restrittive della libertà. Poco conta, in nome di non si sa quale principio cristiano, sicuramente non quello che recita «ama il prossimo tuo come te stesso», e sicuramente non in virtù del principio di solidarietà che si può ricavare anche dalla regola di Gesù Cristo riportata nel vangelo di Matteo: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».Posizione, quella d'oltretevere, che non trova riscontro neppure nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che il Vaticano non ha mai sottoscritto, che nel preambolo recita «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo» e nell'art. 7, «Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad un'eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad un'eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione». Ma il Vaticano, appunto, non l'ha mai sottoscritta.Ma non conta poco che ci troviamo di fronte all'ennesimo tentativo della Chiesa di limitare la libertà e l'autodeterminazione degli uomini e delle donne, nella loro capacità di vivere, morire, scegliere. La cupola di San Pietro, nei secoli dei secoli, continua ad oscurare la vita e le coscienze, tra una crociata, una cattedrale nel deserto, e qualche finanziamento a regimi dittatoriali in giro per il mondo... e qualche condanna criminale, come quella dell’uso del preservativo nelle comunità africane in cui l’Aids provoca milioni di vittime, contribuendo a un vero e proprio genocidio. Quindi dice no alla depenalizzazione dell'omosessualità, per scongiurare le discriminazioni, e se qualcuno ci rimette la vita... si sa, il progresso vuole le sue vittime.
lunedì 1 dicembre 2008
Berlusconi raddoppia l'iva a Sky

Con un decreto penalizza un concorrente pericoloso
Nel decreto anticrisi varato dal governo c'è anche questo, una norma che aumenta l'iva sulla pay tv dal 10 al 20%
Il problema? Sempre lo stesso ovvero il palese conflitto d'interessi perchè chi è l'artefice della norma è anche padrone di Mediaset e il suddetto aumento dell'iva tende a colpire proprio quel colosso (Sky) che fa concorrenza all'azienda del premier Berlusconi. Infatti nonostante il Cavaliere sostenga che anche Mediaset sarà danneggiata dalla norma è chiaro che il suo eventuale coinvolgimento è insignificante in quanto relativo soltanto agli abbonamenti mensili per alcuni canali digitali. Una perdita minima a fronte invece di una tassa che andrà a colpire, a causa dell'aumento dell'iva, le tariffe di tutte quelle famiglie abbonate a Sky le quali, chissà, non potendo più permettersela potrebbero incrementare gli utenti di Mediaset. Insomma il solito conflitto di interessi, problema mai risolto dai vari governi che si sono succeduti e che ovviamente torna alla ribalta.La maggoranza difende a spada tratta la norma, puntando sull'avere tolto un privilegio a Sky. Magari è vero ma questo fa rima con il fatto che il privilegio è passato a Mediaset, l'azienda, da ricordare fino alla nausea, di proprietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.L'opposizione protesta, Di Pietro grida allo scandalo, «Berlusconi, come al solito, invece di lavorare per gli interessi dei cittadini, pensa a tutelare i propri affari», afferma. Ma il problema resta, come la necessità di una legge che regoli il conflitto di interesse e che sembra alquanto improbabile che sia proprio questo governo a varare
Il problema? Sempre lo stesso ovvero il palese conflitto d'interessi perchè chi è l'artefice della norma è anche padrone di Mediaset e il suddetto aumento dell'iva tende a colpire proprio quel colosso (Sky) che fa concorrenza all'azienda del premier Berlusconi. Infatti nonostante il Cavaliere sostenga che anche Mediaset sarà danneggiata dalla norma è chiaro che il suo eventuale coinvolgimento è insignificante in quanto relativo soltanto agli abbonamenti mensili per alcuni canali digitali. Una perdita minima a fronte invece di una tassa che andrà a colpire, a causa dell'aumento dell'iva, le tariffe di tutte quelle famiglie abbonate a Sky le quali, chissà, non potendo più permettersela potrebbero incrementare gli utenti di Mediaset. Insomma il solito conflitto di interessi, problema mai risolto dai vari governi che si sono succeduti e che ovviamente torna alla ribalta.La maggoranza difende a spada tratta la norma, puntando sull'avere tolto un privilegio a Sky. Magari è vero ma questo fa rima con il fatto che il privilegio è passato a Mediaset, l'azienda, da ricordare fino alla nausea, di proprietà del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.L'opposizione protesta, Di Pietro grida allo scandalo, «Berlusconi, come al solito, invece di lavorare per gli interessi dei cittadini, pensa a tutelare i propri affari», afferma. Ma il problema resta, come la necessità di una legge che regoli il conflitto di interesse e che sembra alquanto improbabile che sia proprio questo governo a varare
Iscriviti a:
Post (Atom)
